PARTE PRIMA
Discese all’inferno
1 - Shim’on il fariseo
- Sei tu Giuda Tommaso detto Didimo, l’apostolo di Gesù, il Cristo? - disse Shim’on scendendo dal suo mulo.
- Ti ho già visto da qualche parte? - disse Tommaso aiutandolo a scendere - Un ebreo da queste parti? Unisciti a noi, per questa notte. Prendi posto intorno al fuoco e mangia insieme a noi. Qui siamo tutti figli dello stesso Dio: galilei e giudei. Non sei il primo mercante ad arrivare fin quassù. Come ti chiami? Di chi sei figlio?
- Mi chiamo Shim’on ben Shetah, fariseo e figlio di farisei. Se sono diventato un mercante è soltanto per cercare un uomo: certo Giuda Tommaso detto Didimo. Sono anni che seguo le sue tracce. Se non sei tu, dimmi almeno se ne hai sentito parlare; se sai dove posso trovarlo.
- Hai finito di cercare Shim’on; sono proprio io Giuda...Tommaso...detto Didimo. Fammi pensare... ma si...ora mi ricordo di te. Sei uno scriba... il figlio del buon Gamaliele. Grand’uomo tuo padre! Venite tutti qui! - gridò Tommaso alla sua gente che incuriosita aveva già incominciato ad avvicinarsi al nuovo arrivato. - Qualcuno aiuti i suoi uomini a prender posto laggiù. Che mangino. Le bestie nella stalla... ma liberatele prima del carico.
- Ho fatto tutta questa strada per conoscere la verità... la vostra verità - disse Shim’on a chi gli era corso incontro per abbracciarlo e per sapere notizie della Palestina.- Il mio maestro, Rabbi Yehoshua’, conobbe Gesù molto prima di te, Tommaso, ad Alessandria, prima che venisse in Palestina.
- Non lo sapevo. Mettiti comodo e prendi qualcosa da mangiare. Adesso mi ricordo bene di te e del tuo maestro: due buoni farisei in cerca di verità...dico davvero.
- E’ stato ad Alessandria e dalla bocca di Rabbi Yeoshua’, il nipote di ben Perahia, che Gesù ha appreso la lingua e la legge del popolo eletto.
- Se lo dici tu, deve essere vero. Però il tuo Rabbi - puntualizzò Tommaso, - deve aver appreso dal mio Maestro una conoscenza ben più preziosa se ti ha mandato fin quassù, nella terra di Sakya, a cercare la verità.
- E’ vero quello che dici, Tommaso. Rabbi Yehoshua’ amava Gesù e lo ha amato ogni giorno di più dal momento della sua morte. Ci parlava sempre di lui e ci diceva che quel che stava accadendo in Giudea gli dava ragione. Il tuo Maestro aveva previsto ogni cosa. Ai tempi di Alessandria però le loro strade si separarono.Rabbi cominciò ad aver paura di Gesù. Temeva la potenza della sua mente e delle sue mani. Pensò che fosse un potente mago... un esorcista ... un negromante. Benché fosse aperto a tutte le conoscenze religiose finì col sentirsi sull’orlo di un abisso quando parlava con Lui. Lo respinse infine con entrambe le mani poiché pretendeva di spiegare le scritture come poteva fare soltanto l’Autore del Libro e non uno straniero. Il mio maestro gli rimproverava di correggere e stravolgere il senso delle parole dei profeti. Lo mise anche sull’avviso dei rischi che avrebbe corso se avesse spiegato le scritture a quel modo, in terra d’Israele, dove Gesù aveva in animo di andare.
- Gesù era convinto - interruppe Tommaso, - che i cavilli religiosi, i puntigliosi precetti degli scribi, dei farisei e degli esseni, erano la dimostrazione di come la lettera finisca prima o poi con l’uccidere lo spirito di verità; di come un’antica tradizione possa diventare, col trascorrere dei secoli, una processione di ciechi che si muove in cerchio, fra le tenebre e sull’orlo di un abisso.
- Adesso, col senno del poi, dopo tutto quello che è successo, incomincio a crederlo anch’io. Anche per questo son venuto fin qui. Tu mi devi aiutare a capire chi era veramente Gesù; che cosa voleva da noi; quale era il suo insegnamento, la Buona Nuova che divulgava.
Ai tempi del processo e della sua condanna, io e la mia famiglia eravamo ad Alessandria. Quella dolorosa Pasqua, per la prima volta, non la festeggiammo a Gerusalemme. Proprio in quei giorni venne a mancare mia madre. Le notizie sul processo e la crocifissione di Gesù giunsero ad Alessandria frammentarie, di seconda o terza mano. Ti chiedo di dirmi quello che sai anche perché a Gerusalemme, da quando è scomparso Lui c’è il caos e tutto ci sta crollando addosso; proprio come aveva previsto. Girano per tutta la Palestina strane e contraddittorie dicerie e i suoi apostoli sembrano morsi dalla tarantola. Sulla dottrina del vostro maestro stanno sorgendo le più strane sette, in Palestina, in Egitto, a Damasco, a Roma e in molte altre parti del mondo; ma ognuna combatte l’altra; ferocemente... senza risparmio di colpi. Pietro, Giovanni e Giacomo a Gerusalemme insistono con la storia della risurrezione e che presto Lui tornerà in gloria, re dei giudei, per giudicare, condannare e premiare. I sadducei e i farisei invece affermano che il suo corpo è stato nottetempo trafugato dal sepolcro e seppellito in un luogo segreto. Degli esseni non si sa più nulla. Si direbbero svaniti nell’aria. Io sono certo che tu sai molte cose. Sento che la verità intorno a Gesù è stata crocifissa con Lui. Sta nascendo intorno alla sua figura, un mito che presto ci impedirà di conoscerlo veramente per quello che era.
- Gesù sapeva che sarebbe successo tutto questo - disse Tommaso. - Tu vuoi conoscere la verità, Shim’on? Mi stai chiedendo molto. Molto più di quello che immagini. Cosa ti fa credere che io ti riferisca fatti che neppure noi, qui, intorno a questa fiamma, siamo certi di sapere? Io ti conoscevo come un buon fariseo, ma sono passati troppi anni da quei giorni. Chi mi dice che devo fidare di te?
- E’ vero dunque quel che si dice di te, Tommaso: che non ti fidi neppure dei tuoi amici più cari... degli stessi apostoli.
- Dì pure che non mi fido neanche di mia madre e dei miei fratelli. Forse son qui, oggi, a parlare con te, proprio per questo. Se vuoi sapere la verità, dimmi prima come hai fatto a trovarmi fin quassù... in capo al mondo.
- Me ne hai fatta fare di strada! Ci ho messo troppi anni per trovarti. Ho percorso tutte le terre che si estendono oltre l’Indo. Se sono arrivato fin qui... tu lo sai, Tommaso, è perché in tutta la mia vita, seguendo gli insegnamenti di mio padre, di mio nonno e del mio buon Rabbi ho sempre cercato la pura verità, ovunque e qualunque fosse. Me la sono guadagnata. Quasi quanto voi. Non puoi a questo punto negarmela. Il cammino è stato lungo e impervio. I quattro elementi mi hanno vagliato duramente. Questi piedi hanno battuto tutti i sentieri di questa sterminata regione. Ho poi attraversato le acque dei mari, dei fiumi, dei laghi. Per tre volte si sono spalancate sopra di me le cateratte del cielo. Il fuoco dei deserti è stato spietato con me, ma non è riuscito a bruciarmi. Infine questi monti invalicabili. Non so chi mi ha dato la forza e il fiato per salire fin quassù. Sono stato sballottato dai venti come una foglia secca. Cosa non ho patito per questa verità! Spazi infiniti...il vuoto... il silenzio della morte... la solitudine dei disperati... la compagnia dei ladri...dei pazzi... degli assassini. Ho messo in gioco le mie ricchezze per tutto questo.
Giunsi dopo tanto alla terra natale di Sakia. Era il mio ultimo tentativo. M’ero ricordato che a Gerusalemme, un giorno, qualcuno, un sadduceo, accusò pubblicamente Gesù di essere un Sakia, un discepolo di Sakiamuni. Pensai allora che poteva anche essere vero e che tu fossi diretto verso la terra di Sakia per seppellirvi il corpo di Gesù, che a detta di molti avresti trafugato dal sepolcro. Le ho pensate tutte come vedi. Ti cercai per un anno ancora. Ero sul punto di tornare indietro e di rinunciare, quando un religioso indù, incontrato in un èremo, mi disse che gente della mia terra, seguace di un potente gimnosofista, in grado di varcare il regno dei morti e capace di camminare sulle acque, viveva a Jannat - ud - duniya, ‘Il paradiso del mondo’, oltre ‘Il regno dei cieli’, in una terra che si estende oltre i monti più impervi chiamata anche Bagh - i - jannat, ‘Il giardino del Paradiso’*
Non volevo crederci, all’inizio, ma il santone si alzò e mi indicò Il regno dei cieli: una catena di cime innevate che spuntavano splendenti al di sopra delle nuvole.
Fu così, Tommaso, che seppi dove Gesù intendeva veramente condurre i suoi discepoli, se non fosse finito in croce. E’ dunque questo il Paradiso di cui diceva mirabilie? Non pensava dunque al Paradiso dei morti ma a Jannat - ud - duniya, Il Paradiso del mondo.
Fu un vero miracolo, un segno della provvidenza, il modo in cui mi fu rivelato questo luogo. Proprio il giorno in cui avevo deciso di rinunciare a cercarti. Da allora mi fu facile seguire le vostre tracce. Ed ora eccomi qui.
- E’ giusto, Shim’on, che tu sappia la verità, dopo tutto quello che hai dovuto patire per cercarla. Ma tu mi chiedi “chi era Gesù... che voleva... quale era il suo insegnamento”. Avresti dovuto chiedermi invece “chi è... che vuole...quale è il suo insegnamento”.
- Dunque...mi confermi anche tu... che è risorto dalla croce? ... che è asceso in cielo?
- Non ho detto questo. Volevo soltanto dire che è ancora vivo... che sta insegnando la Buona Nuova...non molto lontano da qui. In verità non è mai morto sulla croce.
- Ma che mi stai dicendo! - gridò Shim’on saltando in piedi. - E’ la prima volta che sento dire questo! Come puoi pretendere che io ti creda? E’ assurdo quello che mi dici. Come è potuto succedere? Vi state prendendo tutti gioco di me! In troppi lo hanno visto morire sul legno.
Shim’on guardò insistentemente negli occhi chi gli stava intorno, uomini e donne, come a implorarli a dire il vero, e si rese conto che quegli sguardi onesti, intensi, silenziosi, gli rivelavano soltanto comprensione e partecipazione, un’incapacità assoluta di mentire, un vivo desiderio di compiacerlo fino in fondo. E rivolto lo sguardo a Tommaso disse:
D’accordo ... ti credo... anche se mi pare impossibile. Del resto come faccio a non crederti se mi assicuri che il Maestro non è lontano da qui, che posso presto vederlo, che puoi condurmi da Lui, che posso addirittura parlargli?
- Domani qualcuno di noi ti guiderà fino a Lui, in un villaggio a tre giorni da qui.
2 - Uno straniero fra apostoli e discepoli
- Rabbi Yehoshua’ ebbe a dirmi che Gesù non era ebreo come noi - disse Shim’on dopo una breve pausa di riflessione. - E neppure egiziano, come i sadducei ed i suoi peggiori avversari andavano mormorando. Come è potuto succedere che uno straniero come Lui sia stato accolto come un Rabbi ebreo...osannato addirittura come il Messia degli ebrei. Lui...il Cristo... l’unto del Signore... il re dei giudei... il virgulto della casa di David. Non può essere vero! Il mio maestro si è certamente sbagliato.
- Il tuo maestro ti ha detto il vero - disse Tommaso. - Non si è sbagliato. Non gli ha forse insegnato la lingua ebraica che evidentemente Gesù non conosceva?
- Ma è incredibile! Come possono essersi ingannati i suoi discepoli? E gli apostoli? Giacomo...Giovanni...Pietro e tutti gli altri. Giacomo e Giovanni non sono forse sacerdoti?... maestri della legge?
- E’ una storia lunga - disse Tommaso. - La notte è lunga e la fiamma è alta. Se hai la pazienza di ascoltarmi te la racconterò volentieri.
- Mi sono arrampicato su questi monti altissimi e per tutti questi anni soltanto per questo - disse Shim’on addentando un grosso pane che Maddalena gli aveva appena offerto.
- Immagino che tu già conosca questi miei amici - disse Tommaso. - Sei fortunato... sono tutti qui... i discepoli più fedeli di Gesù... quelli che lo hanno seguito fin dall’inizio. Testimonieranno che dico il vero.
- Certo che li conosco. Quasi tutti. Quantomeno di vista. Con Giuseppe l’Arimateo e Nicodemo ci frequentavamo. Lazzaro e sua sorella Maddalena! Chi non li conosce?
Tua figlia, Nicodemo, è un angelo per tutti i poveri di Gerusalemme. Per loro si toglie il pane di bocca. Sono rimasti in pochi a Gerusalemme. Molta gente sta fuggendo dalla terra promessa. E’ diventata una terra maledetta. Altro che Terra Santa. Molti si sono messi in cammino per unirsi, fuori della Palestina, a gente come voi.
Dunque Gesù non è ebreo. Ma torno a chiederti: come ha fatto a ingannare gli apostoli stessi?
- Non è stato Lui a ingannare gli apostoli, ma al contrario sono stati loro a ingannare Gesù, se è mai possibile ingannare un uomo simile. Inoltre è meglio mettere subito in chiaro che i cosiddetti apostoli, dico Simon Pietro, Andrea, Giacomo, Giovanni e io stesso, venivamo tutti additati come i delegati, i rappresentanti, gli ambasciatori, per l’appunto gli apostoli, per dirla alla greca; ma non eravamo affatto gli apostoli di Gesù.
- Come? Come? Non eravate gli apostoli di Gesù?
- Eravamo in realtà gli ambasciatori, gli ‘apostoli’ per l’appunto, di un altro Messia.
- Di un altro Messia? E di chi mai?
- Di Giovanni Battista.
Se Gesù stesso, e gli altri suoi discepoli ci avevano assegnato l’appellativo di ‘apostoli’, non lo avevano fatto in segno di rispetto, ma, al contrario, per mantener le distanze da noi, come fossimo degli estranei, degli intrusi, infiltrati nelle loro fila, avversari pericolosi da cui guardarsi.
- Se non fossi proprio tu a dirmelo, che sei uno di loro, non ci avrei mai creduto.
- I veri seguaci di Gesù non sono i sedicenti apostoli. Se fossero stati loro gli invitati alla sua mensa ora sarebbero con Gesù, qui con noi. Lazzaro che è il suo migliore amico, avrebbe dovuto essere un apostolo, il primo fra tutti, se è vero che gli apostoli erano gli eletti, se è vero com’è vero che Lazzaro è stato iniziato da Gesù stesso a tutti i misteri relativi all’incarnazione dello Spirito ed alla vita eterna. E Maddalena che ti sta sorridendo e che lo serve devotamente da tanti anni? è forse un apostolo?
- E mai avrei potuto esserlo - disse Maddalena. - Pietro e Giovanni mi detestavano; mi ritenevano immonda. E all’inizio anche tu Giuda Tommaso.
- E’ vero... all’inizio... ma poi ti ho conosciuta e ti ho amata come una sorella. Non me lo perdonerò mai di averti ingiustamente calunniata e insultata.
Quando Gesù finì appeso sul legno, gli apostoli si misero in salvo, fuggirono e si nascosero ben bene. Soltanto Giuseppe l’Arimateo e Nicodemo, mettendosi contro tutti i potenti e a rischio della loro stessa incolumità, gli furono vicini, fino all’ultimo. Lo hanno assistito, lo hanno deposto, lo hanno lavato e lo hanno curato. E’stato Giuseppe che ha messo il sepolcro a disposizione del Maestro. Se gli apostoli erano i prescelti del Signore, chi altri più di loro due meritavano di esserlo? E tutte queste donne coraggiosissime? Sarebbero andate a morire con Lui se i soldati non avessero impedito loro di avvicinarsi. Perché non sono anche loro fra gli apostoli, se sono veramente fra gli amici più amati di Gesù?
- Mi state dicendo che i cosiddetti apostoli non erano neppure degni di stare accanto a Gesù e accanto a voi? Che soltanto voi siete i veri seguaci di Gesù? Soltanto voi che lo avete seguito fin qui? Quando tutto questo si verrà a sapere! Voglio vedere la faccia di chi dico io. Ma perché due gruppi separati? Gli apostoli da una parte... e voi... i discepoli...dall’altra? Dopotutto in Palestina gli apostoli hanno dato vita a una fortunata setta cristiana, detta dei Nazirei, che adora Gesù e che attende il suo ritorno. Non riesco a capire.
3 - Zeloti e sicari
- Devi soltanto avere pazienza e tutto ti si chiarirà. Tanto per cominciare, lo sapevi che gli apostoli appartenevano tutti al partito degli zeloti?
- A dirti il vero questa notizia non mi sorprende più di tanto. Ne ho avuto sempre sentore. Di chiacchiere se ne son fatte. Dei ribelli armati dunque!...rivoltosi!... sediziosi terroristi e guerrafondai!
- Ti dirò di più. Un paio di loro erano stati persino sicari.
- Gran brutti ceffi eravate! Lo affermeresti se fosse presente Simon Pietro?
- Te lo posso confermare con tutta onestà. Non ero forse uno di loro? Ero loro fratello... sia pure la pecora nera di casa. Chiedilo a questi comuni amici se non ci credi.
- Tu eri il fratello di Pietro? ...di Andrea?... di Giacomo?...di Giovanni?
- Sono ancora loro fratello... sono forse morti? Nostro padre era Rabbi Giuda di Gamala detto il Galileo, il fondatore del partito degli zeloti, catturato, torturato e crocifisso dai romani poco dopo la mia nascita.
- Tuo padre?....Giuda di Gamala…il ‘golanite’? Eravate dunque voi i famigerati Galilei!
- E già... i ‘Galilei’. Ci chiamavano così non perché galilei di nascita, ma perché figli del grande Giuda il Galileo.
- Sono allibito! Gli apostoli...patrioti... terroristi...banditi e assassini. A dire il vero avevo sentito dire da qualche parte che Giuda Iscariota, come dice il suo nome... fosse un sicario e che fra gli apostoli ci fosse un certo Simone Cananeo detto lo zelota.
- Già... Simone Cananeo... alias ‘Baryona’(il latitante)... alias Simon Pietro.
- Sono la stessa persona?
- Sempre lui. Hai mai saputo il nome di battaglia degli inseparabili Giacomo e Giovanni?...I prediletti di mamma. Fu proprio Gesù a chiamarli...
- Aspetta un momento - disse Shim’on sforzandosi di ricordare; - ci sono... Boanèrghes. Accidenti! ‘I figli dell’ira’!
- ‘I figli del tumulto’- precisò Tommaso. - Non sai però che Simon Pietro era il capo segreto dei sicari e sotto la tunica nascondeva fra spade e pugnali un vero arsenale. Il partito lo aveva incaricato di nascondere tutte le armi che sarebbero poi servite al momento dell’insurrezione. Se c’era bisogno di spade e pugnali per un agguato, lui soltanto sapeva come procurarle. Un giorno si permise di porgere due spade persino a Gesù, nella speranza di indurlo a combattere. Quante volte il Maestro lo scongiurò di calmarsi e di rinfoderare la spada! Pietro...che soggetto! Non l’ho mai visto andare a dormire senza avere una spada al suo fianco. E’ stato lui a insegnarmi ad uccidere quand’ero ancora poco più di un ragazzo.
E se Simon Pietro, il primo degli apostoli, era il capo degli zeloti, puoi esser certo che tutti gli apostoli erano zeloti o sicari come lui. Non avevamo altro nella testa che l’insurrezione degli ebrei, la liberazione di Gerusalemme, della Giudea e di tutta la Palestina, la cacciata dei romani, dei loro servi traditori del nostro popolo, di quel bastardo numideo di Erode Antipa e vendicare finalmente nostro padre Giuda il Galileo.
4 - Dai a Cesare quel ch’è di Cesare
Sapessi quante volte Gesù fu sul punto di essere arrestato, per colpa nostra, con l’accusa di essere il capo dei ribelli! Un giorno due individui, certamente due provocatori mandati dal Sinedrio, incominciarono prima a lodarlo, ipocritamente, per la sua reputazione di uomo amante della verità e per il coraggio di proclamarla davanti a tutti, poi, subdolamente, di punto in bianco gli chiesero se era lecito o no dare il tributo a Cesare.
- Ne so qualcosa. Fu quando si fece mostrare una moneta con l’effigie di Cesare e disse: “Rendete dunque a Cesare quel ch’è di Cesare....”.
- Sai anche per quale ragione quegli agenti Erodiani e del Sinedrio avevano fatta proprio a Gesù quella strana domanda? Te lo dico io, Shim’on. Soltanto gli zeloti giuravano segretamente di non pagare il tributo a Cesare e di colpire a morte gli ebrei che proclamavano legittimo quel tributo. Quegli agenti sospettavano fortemente che Gesù fosse uno zelota e con quella domanda provocatoria speravano che si tradisse. Se lo sospettavano di essere un capo zelota era perché lo vedevano circondato da gente della nostra risma, da troppi seguaci che tutti sapevano affiliati alla setta zelota.
Devi sapere, che qualche giorno dopo, si presentò a Gesù ed a Simon Pietro l’esattore di quel tributo. Gesù disse subito a Pietro di aprire la borsa e di pagare il tributo per tutti e due. Messo così alle strette Pietro, a malincuore, aprì la borsa e versò il tributo. Si venne però subito a sapere. I più facinorosi del partito zelota rimproverarono minacciosamente Pietro che pagando quel tributo a Cesare, aveva tradito la causa. Pietro ne uscì fuori da par suo inventandosi una giustificazione. Incominciò col dire che si era limitato a liberarsi di due monete che avevano l’odiata effigie dell’imperatore Tiberio. Ma quando uno zelota meno stupido degli altri gli chiese perché mai avesse quelle due monete immonde nelle sue tasche, monete che un vero zelante della Legge e per di più un capo zelota non avrebbe mai dovuto toccare, Pietro con la sua faccia di bronzo e senza pensarci un momento, raccontò che Gesù lo aveva mandato di corsa a pescare, che pescò all’istante un grosso pesce e che dalla bocca di quel pesce saltarono fuori... indovina un po’...
- Due monete lucenti con la faccia di Tiberio impressa.
- Indovinato.
- E... l’hanno bevuta?
- Altroché! Tutti, persino i sacerdoti, in quei giorni, erano convinti che Gesù fosse un gran mago.
Costringendo Pietro a pagare il tributo a Cesare, Gesù tentò quella volta di alzare un muro fra il partito zelota e gli apostoli, affinché diventassero veramente suoi discepoli.
Quando disse di dare a Cesare quel ch’è di Cesare, e a Dio quel ch’è di Dio, cercò di far capire che non era possibile servire due padroni, che doveva essere fatta una scelta definitiva fra Cesare e Dio, che ogni compromesso e connivenza fra i due era opera del demonio.
- Giustissimo - ammise Shim’on. - Gli zeloti ed i loro sicari erano quelli che più di ogni altro partito facevano un tutt’uno del Dio di Mosé con la politica più sporca e più violenta. Peggio direi, ponevano le sacre scritture al servizio della violenza per la conquista del potere.
5 - Giovanni il Battista
- Dunque eravate tutti combattenti - disse Shim’on, - quantomeno segretamente. Che cosa c’entra allora Giovanni Battista con voi? Perché eravate gli apostoli del Battista e non di Gesù?
- Prima di essere i figli di Maria, noi eravamo i figli del grande Giuda il Galileo. La gente si aspettava molto da noi. Mio padre era un grande Rabbi, un vero sapiente, e aveva combattuto i romani fieramente, con le armi in pugno, e fu sul punto di cacciarli dalla Palestina. Li sbaragliò più di una volta. Lo sapevi che fu lui ad annunciare, per la prima volta in Israele, che i combattenti morti in battaglia, i caduti per la liberazione di Israele, sarebbero tutti andati in paradiso?
Fu un’idea geniale, anche se gravida di nefaste conseguenze per il nostro popolo. Il paradiso assicurato agli eroi, ai morti sul campo di battaglia è ancora un punto di forza della setta dei ‘figli della luce’*; un’assoluta novità per gli ebrei.
- Dunque la santificazione della guerra fu una trovata di tuo padre. Ecco perché tanti ebrei correvano a lui pronti a morire col sorriso sulle labbra! Un’arma micidiale, questa trovata della ‘guerra santa’. Però... chi l’avrebbe detto... Giuda il Galileo...tuo padre... il padre degli apostoli. Mi son sempre chiesto chi fossero i padri degli apostoli. Si dicevano tutti figli di madri. Mai di padri. Figli di troppe Marie. Ora mi è chiaro. Nascondevate di essere figli di un grande patriota. Un uomo pericoloso. Un simbolo per Israele.
- E chi ci conosceva si aspettava molto da noi. Dovevamo essere all’altezza di un tale padre. Siamo cresciuti con questo pesante fardello.
Per questa insurrezione ci occorreva però un re di grande prestigio, una bandiera, un simbolo capace di sollevare un popolo contro l’oppressore. Questo re dei giudei avrebbe dovuto essere il Messia liberatore... il vittorioso atteso da tutti. Il Cristo... l’Unto del Signore... un discendente della casa di David. Fu così che la nostra scelta cadde su Giovanni Battista. Un nazireo...un esseno...un mistico esaltato... politicamente sprovveduto però... un uomo insomma che sembrò perfetto per quel che ci eravamo prefissi. Ci sembrò il re ideale che cercavamo e facemmo di lui un mito... un santo... il figlio di Dio atteso da secoli. Il nostro movimento riuscì presto a convincere tutti che Giovanni era l’ultimo dei profeti, che possedeva lo spirito e la forza di Elia, che era lo stesso Elia redivivo venuto per preparare al Signore un popolo ben disposto. Lo facemmo persino nascere miracolosamente da una madre anziana e sterile. Tutti si convinsero che la sua stessa nascita fosse il segno di un intervento divino. Il popolo lo seguiva ben disposto ad ascoltare la sua parola ed era pronto a tutto, persino all’insurrezione armata che dovevamo scatenare dalle alture di Gerusalemme, dal Monte degli Olivi.
- Ma qualcosa non andò bene - disse Shim’on. - Si disse che fu colpa di Erodiade, la moglie di Erode Antipa, che pretese la testa di Giovanni. Lui l’accusava pubblicamente di essere incestuosa, un’adultera, una prostituta, una pagana blasfema, di aver sposato lo zio. Guai a dar della puttana a una puttana!
- La verità non è proprio questa. Digliela tu ...Giovanna ... la verità! Giovanna è la più cara amica di Maddalena. Lei era la moglie di Cusa, l’amministratore, il tesoriere di Erode. Lei ed il marito hanno visto e ascoltato tutto.
- E’ vero che il Battista se la prese personalmente con Erodiade - iniziò a raccontare Giovanna, - e questo fu certamente il grande errore politico che impedì agli zeloti di portare a termine i loro progetti. Il fatto era che Erode vedeva crescere ogni giorno di più la popolarità di Giovanni e, con quel consenso di folla vedeva minacciato il suo stesso trono. Sapeva che Giovanni doveva morire, ma non sapeva come eliminarlo senza scatenare la rabbia e la reazione della popolazione devota al profeta. Erode fu abile. Gli insulti del Battista nei confronti della moglie facevano il suo gioco. Finse di avere un grande rispetto, quasi una devozione per il profeta e si mostrò a tutti come stretto fra la stima che aveva per Giovanni e gli obblighi che aveva verso la moglie. Dopotutto Erodiade era una regina gravemente e pubblicamente insultata.
Erode fece arrestare il Battista, però lo rinchiuse in una prigione dorata. Parlava quotidianamente con lui, lo invitava alla sua mensa, lo ascoltava attentamente, mostrando di essere sensibile a quello che diceva. Intanto però faceva trascorrere i mesi, sempre attento agli umori della gente. Permetteva persino che Giovanni si muovesse con una certa libertà all’interno della fortezza di Macheronte e che ricevesse addirittura i suoi apostoli. Non furono pochi i fedeli che incominciarono a vedere con sospetto il loro profeta ed a credere che quella prigionia fosse tutt’altro che sgradita a chi era vissuto per troppo tempo fra il vento, il freddo e il caldo del deserto, a chi si era nutrito soltanto di cavallette. Ed Erode contava su tutto questo. Il trascorrere del tempo smorzò l’ascendente che il Battista aveva sulle masse. Quando Erode se ne accorse sferrò il colpo definitivo.
- Quello che dici mi convince - ammise Shim’on. - Tu eri presente. Eri pur sempre la moglie del Procuratore di Erode, uno dei più alti dignitari della sua corte. Cosa c’è di vero in quella diceria sul conto della giovane figlia di Erodiade che per danzare nuda al cospetto di tanti ospiti autorevoli pretese dal patrigno la testa del profeta?
- Non è una diceria - continuò Giovanna; - è tutta verità. Fu il colpo di genio di Erode. Invitò la figliastra a danzare al modo osceno che aveva appreso a Roma. Salomè rifiutò ripetutamente fino a quando riuscì a strappare al patrigno la promessa di avere in cambio qualunque cosa gli avesse chiesto.
- Salomè ballò - seguitò Shim’on, - e alla fine, dietro suggerimento della madre pretese quella testa su un piatto d’argento.
- Proprio così - disse Giovanna. - Erode si finse sorpreso e costernato. Mostrò di essere disperato e di cercare una via d’uscita. Per salvare il Battista propose persino di offrire metà di un regno che, a dirla tutta, neanche gli apparteneva.
- Conoscendo Erode, attaccato com’è ai suoi possedimenti mi riesce difficile credere alla sincerità di quell’offerta.
- E’ altrettanto difficile credere che Erodiade abbia rinunciato ad un regno per la testa del Battista, soltanto per non sentirsi dare più della puttana. Quella di Erode fu una vera sceneggiata. Si fece vedere tormentato e impotente davanti a quella richiesta; ma aveva promesso qualsiasi cosa Salomè avesse preteso, davanti alle autorità romane e alla presenza di alcuni re invitati per l’occasione.
Non poteva più tirarsi indietro. Aveva dato la sua parola di re. Alla fine cedette dolorosamente a quella richiesta, suscitando però la comprensione e persino l’ammirazione generale. Aveva fatto il possibile per salvare Giovanni. Persino i fedelissimi del Battista se la presero soprattutto con la perfida Erodiade.
- Quindi Erode - dedusse Shim’on, - si servì di quelle due donne detestate da tutti per liberarsi del Battista.
- Appunto - disse Giovanna; - dirottò lo scontento della gente quasi unicamente su quelle due. L’esecuzione del profeta fu del tutto indolore per la tetrarchia. Non provocò nessuna sommossa.
- Ti ringrazio, Giovanna, per la tua testimonianza. La messinscena fu quindi organizzata in tutti i suoi punti dal tetrarca e dalla sua dolce metà.
- E’ così. Erodiade ebbe la testa di Giovanni ed Erode allontanò dal suo regno un pericolo incombente senza correre troppi rischi. Fu da allora che Gesù prese a chiamare Erode come tu sai: ‘la volpe’.
- Fu durante la prigionia del Battista - riprese Tommaso, - che gli apostoli avvicinarono Gesù con l’autorità di ambasciatori del Battista. Soltanto alcuni mesi prima io mi nascondevo presso i ‘Figli della Luce’ sulle sponde del Mare di Sale. E’ lì che vidi Gesù per la prima volta. Trascorrevo tutto il giorno a ricopiare rotoli su rotoli di scritti religiosi. Io e Barabba avevamo teso un agguato ad un distaccamento di Ponzio Pilato e i romani avevano messo una taglia su di noi. Non era la prima volta che ‘I figli dell’alleanza’ mi nascondevano nel deserto.
6 - Gli Esseni
- Non sapevo che i ‘Figli di Sadoc’ proteggessero addirittura gli zeloti ed i sicari. Li credevo unicamente uomini di studio, di preghiera, famosi per l’arte di Esculapio e per le guarigioni che procuravano.
- In realtà, dietro la facciata di monaci religiosi dediti alla pace, alla carità, alla castità ed alla guarigione degli ammalati si nascondeva una setta ramificata ovunque, potente di mezzi e di uomini con le mani in pasta in tutti i centri di potere politico e religioso. Non si decideva complotto o attentato senza il loro consenso. Controllavano gli uomini del Sinedrio e persino i Sommi Sacerdoti. Formavano un partito segreto che operava occultamente all’interno di tutti i partiti. I farisei ed i sadducei erano marionette nelle loro mani. Disponevano di ricchezze infinite e prestavano denaro persino agli erodiadi, agli imperatori romani. Io stesso scoprii in una grotta, dove venivano seppelliti i rotoli fuori uso, un antico scritto che elencava centinaia di luoghi segreti, in Palestina e nel resto del mondo, dove si trovavano nascoste ricchezze favolose.
- Con quelle ricchezze erano in grado di fare ovunque il buono e il cattivo tempo!
- Infatti! Non si comprenderà mai abbastanza la ripugnanza che aveva Gesù per la ricchezza accumulata in poche mani, se non la si vede per quello che è sempre stata: una tentazione diabolica per l’oppressione dei popoli e per la scalata a tutti i poteri.
Giovanni e Giacomo erano anch’essi sacerdoti esseni e facevano parte addirittura del ‘Consiglio della Comunità’. Giacomo a quei tempi era un membro del ‘Collegio Supremo’.
- Fantastico! Ora mi spiego tante cose! Giacomo e Giovanni disponevano perciò del potere e dei mezzi per erigere in Palestina e nel resto del mondo, addirittura un Tempio occulto, universale e millenario, in concorrenza con quello di Gerusalemme.
- E’ sempre stato il loro sogno, la loro ambizione. Per tal motivo mi usarono e mi spinsero ad avvicinare Gesù.
- Tu che sei lontano dalla Giudea da tanti anni - disse Shim’on, - forse non sai quanto gli apostoli siano vicini a realizzare quel progetto.
- Me lo immagino. A quel tempo però giocavamo la carta di una rivolta di popolo per la liberazione di Gerusalemme e per la cacciata delle legioni romane.
- Ma come è potuto succedere - chiese Shim’on, - che Gesù fosse fra gli Esseni? Cosa aveva a che fare con loro uno straniero come Lui?
- Devi sapere che i gradi più alti della setta venivano coperti da uomini dalle facoltà fisiche e psichiche eccezionali. La loro preparazione dottrinaria, esoterica e terapeutica era particolarmente curata. Durante il perfezionamento, i migliori venivano addestrati alle arti marziali, a sopravvivere nelle situazioni più proibitive, senza cibo, senza acqua, senza dormire, al caldo, al freddo; a sopportare la sofferenza e la tortura fisica senza lamenti e con il sorriso sulle labbra. Erano in grado di paralizzare, con uno sguardo, la mente di un uomo, di far vedere lucciole per lanterne e di andare beatamente incontro alla morte nella certezza dell’esistenza di un al di là abitato da spiriti immortali. Per l’addestramento gli esseni reclutavano maestri provenienti dall’oriente, soprattutto indiani gimnosofisti. Alcuni esseni venivano mandati in India per apprendere il modo di sopravvivere ai veleni e alle droghe più micidiali e soprattutto l’arte della morte apparente e della ‘resurrezione’, con le quali si voleva dimostrare l’esistenza dell’aldilà.
Gli Esseni avevano un’ammirazione infinita per gli indiani provenienti da alcune scuole esoteriche del nord e usarono ogni mezzo per carpirne i segreti.
- Fantastico! - esclamò Shim’on. - Addestravano un esercito di semidei! Di angeli guerrieri, veramente figli di Dio! Gesù era dunque uno di questi grandi maestri venuti da lontano?
- Era uno di loro. Si rivelò, in verità, qualcosa di più, un boccone indigesto... persino per loro. Era molto di più di quello che potevano masticare.
Fu all’inizio bene accolto. Era venuto dall’Egitto per curare l’addestramento di un gruppo molto selezionato di giovani. Si fermò sulle rive del Mare di Sale per qualche mese. Ma la sua dottrina esoterica venne presto ritenuta pericolosa e avversa alle idee essene e Gesù dovette fuggir via da lì. Io che facevo parte di quel gruppo di iniziandi avevo appena incominciato ad affezionarmi a lui ed a comprendere la bontà e la novità del suo insegnamento. Lo aiutai come potei e gli consigliai di nascondersi nel deserto, con i suoi seguaci, sulle rive del Giordano, fra la gente di Giovanni Battista.
7 - Di sabato in un campo di grano.
- Io ero convinto - disse Shim’on, - che anche Gesù fosse in qualche modo legato agli esseni e che condividesse integralmente le loro regole.
- Non condivideva pressoché nulla di quella setta - disse subito Tommaso. - Quella setta rappresentava per lui tutto quello che c’era di estremo e di peggio in Israele, tutto il contrario di quello che andava insegnando. Sosteneva che fra gli insegnamenti esseni e i suoi c’era un abisso incolmabile: Lui era il fuoco, loro l’acqua. Per tal motivo affermava che loro battezzavano con l’acqua, Lui col fuoco. “Chi mi sta vicino - asseriva - è vicino al fuoco...chi mi sta lontano è però lontano dal regno dei cieli.”
I precetti degli esseni assillantemente enumerati da Giovanni tormentavano continuamente Gesù.
Un precetto in particolare gli procurava disagio e sofferenza fisica. Senti questa, Shim’on!
Era di Sabato. Gesù e gli apostoli si trovavano a Cafarnao, nei pressi dell’abitazione di Pietro, all’ombra di un albero. Il sole era alto e i Galilei erano tutti appisolati.
Gesù pensò bene di approfittare di quel momento di quiete per inoltrarsi in un vicino campo di grano maturo.
- Conosco l’episodio - disse Shim’on. - Fu quando Gesù fu scoperto da alcuni farisei a sgranare una spiga per masticarne i chicchi. Lo accusarono di aver lavorato di Sabato. Io sono fariseo da molte generazioni ma né io, né mio padre Gamaliele, né mio nonno, il buon Hillel, ci saremmo mai permessi di condannare un uomo affamato, sorpreso di sabato a mangiare il contenuto di una spiga. Per sgranocchiare quei semi ci volevano, oltretutto, uno stomaco di ferro e denti più duri della pietra. L’episodio l’ho sempre giudicato poco credibile. Che ci stavano a fare i farisei, di Sabato, in aperta campagna, in un campo di grano, quando le scritture li obbligano, nel giorno del Signore, a stare chiusi in casa o tutt’al più, per seri motivi, a poche decine di metri dalla propria abitazione? Possibile che Gesù non avesse niente di meglio da mangiare? Che si fosse adattato a mangiare durissimo grano? Che non ci fosse nelle vicinanze nessuno in grado di offrirgli qualcosa di meglio? Nessuno mi ha mai saputo dire perché mai un uomo come Lui, che aveva nutrito a pane e pesce ben cinquemila persone non abbia fatto qualcosa di meglio, per sé e per gli apostoli, che masticare grano. Avrebbe potuto anche saltare facilmente un pasto o due senza per questo accusare i morsi della fame.
- E’ tutto giusto quello che stai dicendo, Shim’on, però, se non mi avessi interrotto avresti saputo che Gesù non s’inoltrò in un campo di grano per sgranocchiar semi, mentre gli apostoli si erano appisolati.
- E che fece mai fra le spighe, di nascosto dagli altri? - disse Shim’on incuriosito. - Si era forse appartato per pregare?
- Hai mai visto qualcuno pregare in mezzo al grano alto? Si era in realtà appartato in quel campo per fare qualcosa di più impellente; null’altro che una necessità corporale.
- Questa è proprio carina! - disse ridendo forte Shim’on seguito dalle risa di tutti i presenti. - Mi pare naturale. Doveva pur finire da qualche parte tutto ciò che mangiava! Ma perché di nascosto e con tante precauzioni? Si vergognava forse dei suoi compagni?
- Non voleva esser visto dai Galilei per non dare scandalo... soprattutto a Giovanni. Come ti ho già detto, Giovanni e Giacomo erano esseni e una delle regole più rispettate dalla setta era quella che comandava di non andare alla latrina il sabato.
Gesù non ne poteva più e quella volta tentò il colpo credendo che gli altri dormissero. Giovanni però dormiva con un occhio solo. Sospettava da tempo che Gesù non rispettasse questa regola, e aspettava il momento buono per coglierlo sul fatto.
Conosceva bene le sue abitudini e quando lo vide quatto quatto inoltrarsi fra il grano alto, ci svegliò tutti.
Povero Gesù! Doveva amarci molto per sopportare tutto questo!
Lo sorprendemmo, insomma, accovacciato fra la messe alta. Giovanni lo riprese malamente per quello che stava facendo: per aver disatteso una regola cui il giovane esseno, dava troppa importanza.
Fu proprio quella volta che Gesù gli gridò in faccia, furente, quella frase che rappresenta un pilastro della sua dottrina, ma che suonò come la più empia delle bestemmie alle orecchie degli esseni e del Sinedrio: “Il Sabato è fatto per l’uomo, non l’uomo per il Sabato!”
Con queste parole, Gesù, in quel momento, sottoscrisse la sua condanna a morte.
Giovanni sapeva che Gesù solitamente non si curava di onorare il Sabato degli ebrei. Però, prima di allora si era limitato a violare il giorno del Signore per motivi più seri, che potevano in qualche modo giustificare la grave inosservanza. Gesù aveva risanato l’uomo dalla mano inaridita proprio il Sabato, anche ciechi, sordi, muti e storpi.
Furono, primi fra tutti, Giovanni e Giacomo, poi i farisei, gli scribi e i dottori della legge a riprendere scandalizzati Gesù per l’inosservanza del riposo settimanale.
Giovanni era convinto che Gesù lo facesse di proposito. Quante volte lo supplicò di guarire gli ammalati durante gli altri giorni della settimana! “Cosa gli ci voleva”, brontolava sempre, indispettito, “a rimandare la guarigione al giorno dopo?”. Gesù su questo punto lo faceva disperare. Sembrava che ce l’avesse proprio con lui che sull’osservanza dei 613 precetti era inflessibile. Giovanni diceva a tutti noi, costernato, che Gesù si riposava sei giorni alla settimana per lavorare soltanto il Sabato.
8 - Contro tutte le regole.
Anche io sospettavo che Gesù si prendesse gioco delle regole essene e di quelle dei farisei, soprattutto davanti a Giovanni. Ora soltanto so che quel modo di fare faceva parte del suo ‘giogo lieve’, della sua divina tecnica per la trasmutazione dell’animo umano. Le persone che più amava erano quelle che più duramente metteva alla prova.
Non è facile vivere tutto il giorno con un Maestro come Lui. Il suo giogo non era poi così lieve come diceva, almeno per noi apostoli.
Ci fu un periodo in cui sembrava divertirsi a mettere ogni giorno in ridicolo un precetto esseno, per giunta secondo l’ordine in cui risultava scritto nel libro delle regole.
Se prima dei pasti comunitari dovevamo purificarci lavandoci le mani e le braccia fino ai gomiti, lui invece si rifiutava di mangiare se prima non si lavava i piedi fino alle ginocchia.
Beveva il vino quando ci era permesso di bere soltanto l’acqua. Mangiava a sazietà proprio quando noi dovevamo rispettare il digiuno e faceva di tutto per cibarsi di quegli alimenti che per la regola erano immondi. Mi son sempre chiesto dove andasse a trovarli. A Pasqua non voleva assolutamente che si sacrificasse e si mangiasse l’agnello pasquale. Ci era concesso pane e vino soltanto. Una tortura per i miei fratelli.
“Non è quello che ingeriamo a renderci impuri - diceva sorridendo a Giovanni inorridito - Quel che mangiamo... sia puro che impuro... va a finire comunque nella latrina. E’ piuttosto quello che esce dal vostro cuore e dalla vostra bocca che vi rende impuri”.
9 - Non giurate!
Gesù conosceva le cerimonie delle tre iniziazioni essene e i tremendi giuramenti che l’ultima iniziazione imponeva.
L’iniziando giurava, fra l’altro, eterna fedeltà ai suoi superiori; di non rivelare agli estranei i segreti della setta; di obbedire ciecamente e senza discutere agli ordini superiori; di donare tutti gli averi ai ‘poveri’, a quei poveri per eccellenza che erano ovviamente loro stessi, i ‘figli della luce’. Giuravamo odio inestinguibile contro i nostri avversari, i ‘figli delle tenebre’, ovverosia i non esseni, contro i quali eravamo pronti a combattere una guerra santa, occulta, metafisica e cruenta, a seconda delle necessità.
Mentre l’adepto così giurava, il Gran Consiglio dei sacerdoti recitava maledizioni inesorabili contro chi avesse rinnegato la comunità, le sue regole e la sua santa missione.
Gesù negava la validità di quei giuramenti. Diceva che erano nulli fin dall’inizio e liberava tutti dall’obbligo di rispettarli. “Non giurate mai - diceva - Il vostro parlare sia semplicemente sì sì... no no. L’aggiunta viene dal demonio”.
Si è sempre rifiutato di battezzare con l’acqua i seguaci che glielo chiedevano. Non voleva fare come i ‘figli della luce’, come Giovanni Battista e gli stessi apostoli, che immergevano i battezzandi in vasche o nelle acque del Giordano. Voleva che i suoi stessi compagni fossero liberi di dirgli oggi: sì ... e l’indomani: no.
Si rifiutava di battezzare dicendo che Lui era il fuoco mandato a bruciare ogni patto solenne e che ogni battesimo è un giuramento di sangue imposto dal demonio.
Volevi aggiungere qualcosa tu? - disse Tommaso a Giuseppe l’Arimateo, vedendolo sussurrare all’orecchio di Nicodemo.
- Stavo ricordando a Nicodemo - rispose l’Arimateo, - che con l’abolizione del giuramento Gesù aveva colpito mortalmente non soltanto un pilastro dell’ordinamento esseno, ma soprattutto il caposaldo di tante sette segrete e, quel ch’era peggio, della stessa religione ebraica.
- Potresti essere più chiaro? - chiese Shim’on all’Arimateo.
- Il giuramento, me lo insegni tu, Shim’on - sottolineò il vecchio sinedrita, - è poco meno che un sacramento per i buoni ebrei. Abramo stesso lo istituì... persino nel rituale.
- Dici bene, Giuseppe. Le sacre Scritture sono chiare sull’argomento: ... Abramo disse al servo... ‘Metti, ti prego, la mano fra i miei testicoli; voglio farti giurare per il Signore, Dio del Cielo e della Terra...’.
- Hai ancora una buona memoria, Shim’on - si complimentò Giuseppe.
- La recisa condanna del giuramento da parte di Gesù - adesso me ne rendo conto -
fu un brutto colpo contro la Legge di Mosè . Con l’aria più innocua e disarmante di questo mondo, colpiva duro il vostro Maestro! Devo confessare di non aver dato troppa importanza al punto.
- Gliela diede però Caifa - rilevò l’Arimateo. Lo vidi improvvisamente alterarsi non appena informato di quel che Gesù andava dicendo del giuramento. Dopotutto il Sommo Sacerdote imbastiva trame e ragnatele a suon di giuramenti sacri.
- Per gli esseni, però - riprese a dire Tommaso, - l’abolizione del giuramento sarebbe stata veramente micidiale. Senza i loro perfidi giuramenti la setta si sarebbe sciolta come neve al sole, da un giorno all’altro. Le brucianti verità di Gesù non davano quartiere a tutta la macchina bellica della setta.
Noi Galilei, da buoni esseni, pensavamo alla Guerra Santa contro i ‘figli delle tenebre’ mentre Lui invece ci diceva di buttare via le spade e di amare i nostri peggiori nemici come fossero i nostri stessi genitori.
10 -Maddalena unge Gesù.
- Raccontagli quando ruppi l’ampolla e gli unsi i capelli e i piedi col nardo - intervenne Maddalena.
- Tu che sei così ben informato su tutto quello che è capitato a Gesù, conoscerai sicuramente l’episodio - disse Tommaso.
- Se non sbaglio fu qualche giorno prima della sua cattura - disse Shim’on. - Non fu a casa del ‘lebbroso’? Sono sicuro che la mia versione dei fatti non concorderà con la vostra. Quell’episodio, così come me lo hanno riferito mi è sembrato sempre poco chiaro.
- Proprio a casa del ‘lebbroso’ - disse Tommaso - Maddalena infervorata dalla risurrezione di Lazzaro ruppe una preziosa ampolla colma di nardo e unse i capelli di Gesù e i suoi piedi.
Gli apostoli inorridirono, e rimproverarono aspramente Maddalena e implicitamente Gesù che l’aveva lasciata fare.
- Secondo gli apostoli - disse Shim’on, - il ricavato della vendita di quell’ampolla avrebbe dovuto essere offerto ai poveri.
- L’episodio - continuò Tommaso, - mise a nudo tutta l’incompatibilità fra la mentalità essena degli apostoli e Gesù. Il comportamento di Maddalena quella volta stracciò l’intera ‘regola’ dei ‘figli della luce’ senza che lei, poverina, se ne rendesse conto.
Gli apostoli andranno dicendo che avrebbero voluto offrire il ricavato dell’eventuale vendita, come hai detto tu, ai poveri, senza precisare però che quei poveri da beneficiare non era altri che il tesoro stesso degli esseni, la cassa comune e senza fondo dei sedicenti ‘poveri di Dio’.
Gesù li rimproverò perché aveva compreso che i Galilei, da una parte lo adulavano ipocritamente come Messia e figlio di Dio, dall’altra lo ponevano al di sotto di quei ‘poveri di Dio’ e per tanto subalterno agli esseni stessi. “Lasciate Maddalena libera di offrire quello che possiede a chi vuole - disse Gesù prendendo le sue difese - Se ha scelto me ai poveri di Sadoc, cosa importa a voi?”
Se per gli ebrei la donna era considerata poco più che un animale, cui s’imponeva di essere docile, obbediente, avvenente e soprattutto prolifica, per gli esseni era persino qualcosa di peggio. Per gli esseni di rango elevato come Giacomo e Giovanni le donne dovevano essere tenute lontane da loro, come i lebbrosi, essendo per loro natura immonde. I rapporti sessuali venivano tassativamente proibiti. Ogni contatto con loro veniva scrupolosamente evitato e, defunte, dovevano essere seppellite in cimiteri separati. Puoi immaginarti, Shim’on, con quale disgusto gli apostoli guardassero l’intenso legame spirituale che correva fra Gesù e tante sue discepole e con Maddalena in particolare.
Quel giorno Maddalena, toccando e ungendo il Signore, osò fare qualcosa che fu giudicato blasfemo dagli apostoli per più motivi. Te ne indicherò due soltanto. Un precetto esseno proibisce ai settari di ungersi con oli e unguenti. Ungersi accidentalmente le dita con l’olio era di per sé una sciagura. L’impuro doveva subito attivare una complessa procedura di purificazione mediante ripetute abluzioni. Però Maddalena non si macchiò soltanto della colpa di aver ben unto il suo Rabbuni e di averlo soltanto per questo reso impuro agli occhi degli esseni. Si volle addirittura vedere in quel gesto, il cerimoniale dell’unzione del Messia. Spettava a Dio soltanto ungere l’eletto, il figlio per adozione; tutt’al più a sacerdoti appositamente ordinati quali erano soltanto Giacomo e Giovanni fra gli apostoli, giammai a una donna, a una donna, per giunta, come Maddalena.
Se per noi Gesù è l’Unto, il Cristo, per dirla alla greca, lo è soltanto dal giorno in cui una donna, Maddalena, lo unse col suo unguento.
- I tuoi fratelli, però, diffondono che Gesù è il Cristo nel senso indicato dalle Scritture: l’Unto del Signore.
- Lo so bene, purtroppo.
Come vedi, Shim’on, non si finirebbe mai di raccontare tutte le volte in cui Gesù si è trovato a contrastare duramente il fanatismo esseno degli apostoli. Loro non potevano fare a meno di odiarlo e di amarlo ad un tempo. Mantenevano un legame difficile con Lui che li dilaniava nel più profondo dell’anima. Sarebbero stati capaci di ucciderlo se non fossero stati convinti che l’ascendente che aveva sulle folle sarebbe tornato utile alla loro causa.
11 - Siate come fanciulli!
Gesù si rivolgeva soprattutto agli apostoli quando affermava che bisognava essere come bambini per poter salire nel regno dei cieli. Ammaliati dalla natura come fanciulli, curiosi di ogni novità e di apprendere, spavaldi, entusiasti, liberi da pregiudizi, insofferenti alle regole, affamati di luce e di libertà, incapaci di compromessi e di arrestarsi di fronte agli ostacoli, pronti sempre a lottare, persino contro i più grandi, disposti sempre a cadere, a rialzarsi, a riprendere la lotta sempre più convinti di farcela. Soltanto a chi aveva un cuore come quello dei fanciulli, che fanno di tutto un giuoco, Gesù poteva riversare la sua sapienza.
Gli apostoli, incapaci di rinnovarsi e di aprirsi alla sua verità, sazi e invasati di discipline e regole insulse, attanagliati dai più terribili giuramenti, ostili a tutto ciò che non provenisse dagli esseni, non avevano pertanto quelle qualità che Gesù scorgeva innate nei fanciulli. Ma anche quando parlava di vino nuovo che non poteva stare in otri vecchi senza farli scoppiare, o di pezze nuove che non potevano essere cucite su vecchi abiti senza mandarli in brandelli, parlava a loro, quasi esclusivamente a loro. Soltanto i suoi discepoli, non gli apostoli, erano i suoi bambini.
- A questo riguardo - intervenne Nicodemo, - vorrei aggiungere qualcosa di cui sono stato testimone e che non sai neppure tu, Tommaso.
Si era a Betania e Gesù si trovava in compagnia dei Galilei. Io e Giuseppe dovevamo assolutamente parlare con Gesù e aspettavamo appartati l’occasione buona per avvicinarlo senza la presenza dei tuoi fratelli.
Ci scorse Simon Pietro e ci fece cenno di andarcene, lasciandoci intendere che in quel momento eravamo di troppo.
Gesù se ne accorse e con un’occhiata di rimprovero disse a Pietro : “Lascia che i miei bambini si avvicinino a me”.
Racconto il fatto per sottolineare che i bambini che chiamava a sé non erano i bambini che i Galilei hanno sempre cercato di far credere. Gli apostoli, sospettosi della nostra posizione, hanno sempre voluto nascondere che i veri bambini di Gesù eravamo noi, soltanto noi, i suoi discepoli. Noi soltanto ascoltavamo le sue parole come bambini attenti e sottomessi al padre, come l’agnello accosto alla madre che lo allatta. Per questo, quando ci sedevamo tutti intorno a Lui, sorrideva e diceva spesso: “...ecco i miei bambini”. Soltanto in tal senso diceva di essere nostro padre. “ Ascoltate abbà!” diceva, quando voleva che ci stringessimo intorno a Lui.
Ma c’è dell’altro. Un giorno mi disse che i bambini che Lui portava via con sé erano coloro che sentivano la necessità di dover essere molto di più di quello che erano, di crescere spiritualmente e di dover maturare. Bambini in spirito, diceva erano tutti coloro che sentivano nel proprio intimo che l’uomo, così com’era, era ancora un fanciullo, e che aspiravano a crescere per diventare adulti in spirito.
Lui era venuto per gli agnelli smarriti di questo mondo, non per il resto del gregge; per i bambini in spirito, non per gli uomini fatti che ritengono di non dover più cambiare.
Coloro invece che si ritenevano già spiritualmente adulti, secondo Lui, erano come morti, come pietre, perché tralasciavano di cercare la verità e il modo di trasmutare il cuore e l’anima.
- Hai fatto bene, Nicodemo, a raccontarci questo fatto - disse Tommaso. E’ verissimo quello che hai detto. Tutti coloro che anelano andare oltre i limiti spirituali che oggi ancora ci soffocano sono come bambini che vogliono crescere, convinti che la strada da fare per diventare veramente grandi, è ancora lunga.
12 - Il banchetto degli invalidi.
Voglio ancora aggiungere, Shim’on, un ultimo punto di grave e insuperabile disaccordo fra Gesù e gli esseni.
Alcune regole della setta impedivano di accogliere nella comunità e di dare iniziazioni a coloro che avevano un’imperfezione fisica, una menomazione o soltanto un aspetto ripugnante.
Gesù vedeva dietro questa discriminazione il seme dell’odio e un’incapacità assoluta di amare il prossimo.
Quel bambino che era in Lui lo spingeva a circondarsi di storpi, di ammalati, di lebbrosi ributtanti, di ciechi, sordi, muti e deformi. Anche per questo incontenibile impulso diventava ogni giorno di più la disperazione degli apostoli.
Un giorno si scontrò duramente con Giovanni proprio per questa sciagurata regola degli esseni.
Quel giorno, dopo aver risanata la mano inaridita di un uomo, accorsero incontro a Gesù una moltitudine di sciancati, di storpi e di paralitici.
Giovanni, disgustato da quella vista e notando che alcuni di quegli infelici finivano col seguire Gesù, disapprovò il Maestro dicendogli che non avrebbe dovuto mai accogliere fra i suoi discepoli i ‘segnati da Dio’. Vedeva in tutto questo un’aperta trasgressione alla regola essena. Gesù rattristato da tanta crudeltà lo redarguì severamente, poi, chiamando tutti intorno a sé disse:
“Il regno dei cieli è come un fastoso banchetto che un ricco signore voleva offrire ai suoi più cari amici. Ma costoro, chi per un motivo, chi per un altro, fecero sapere di non poter onorare, per quella volta, la sua tavola. Tutto era pronto ma nessuno degli invitati si presentò al suo palazzo. Quel signore mandò allora i suoi servi in tutte le piazze, nelle strade e nei crocicchi affinché invitassero chiunque avessero incontrato. Una gran moltitudine festante si raccolse così intorno alle numerose tavole imbandite. Una strana folla però, composta soltanto di storpi, ciechi, sciancati, sordi e muti. ‘Molti sono gli invitati alla mia mensa - concluse Gesù - ma soltanto i più poveri e i più bisognosi hanno fame del pane mio’ ”.
13 - Come le dita di una mano
- Un agnello dunque, nella tana del lupo - disse Shim’on; - ma spiegami perché alcuni dei tuoi fratelli erano esseni, altri invece, capi zeloti e persino sicari.
- Non c’è contraddizione. Gli esseni erano una setta segreta gerarchicamente strutturata al cui interno operavano alcune ‘sottosette’, talvolta illegali. Dall’esterno poteva sembrare che queste sette si avversassero, in realtà facevano tutte parte di un organismo complesso proteso ad un solo fine: la liberazione di Israele per l’avvento del regno di Dio e dei ‘Figli della Luce’. Vi erano perciò gli studiosi terapeuti: gli esseni propriamente detti; il Battista e i Galilei Giovanni e Giacomo erano ‘nazir’ e sacerdoti. Gli uni e gli altri erano al di sopra di ogni sospetto e fuori dalla mischia: purissimi ‘figli di Dio’. C’era poi la parte combattente, addestrata alla lotta armata, che viveva in clandestinità. All’interno di quest’ultima operavano nottetempo i sicari, insostituibili per le esecuzioni delle condanne a morte pronunciate segretamente, per vendicare i torti, per punire i tradimenti, per colpire i trasgressori della regola.
Il pugno esseno era composto di cinque dita, ognuno diverso dall’altro, come in una mano.
La garanzia che le diverse componenti della setta operassero concordemente e sotto la guida indiscussa del ‘Gran Consiglio’ essendo, si era ottenuta facendo dei figli di Giuda il Galileo i capi delle diverse fazioni della setta.
- Lo immaginavo. Volevo soltanto una conferma da te.
Fosti dunque tu a condurre Gesù da Giovanni Battista.
14 - Due galli in un pollaio
- Fui proprio io. Lui era intenzionato a rimanere in Palestina per qualche tempo. Era alla ricerca di uomini e donne in grado di intendere la sua dottrina, dei suoi ‘agnelli’, come ridendo ci diceva ; delle sue ‘pecorelle smarrite’. Ma da come reclutava i suoi discepoli nei villaggi e lungo le strade che percorreva, ebbi subito la strana impressione che Lui già sapesse, per non so quale arcana conoscenza, dove e come avrebbe incontrato i pochi eletti della Palestina. Era come se li conoscesse uno per uno, mentre loro stessi ignoravano che avrebbero di lì a poco abbandonato tutto per seguirlo ciecamente. Lui li chiamava per nome e loro lo seguivano. Altri che in gran numero avrebbero voluto seguirlo venivano invece inspiegabilmente respinti. Uno straniero come Lui, per quanto si nascondesse fra i seguaci del Battista non avrebbe però mai potuto portare a termine impunemente la sua missione. La sua verità si scontrava con la nostra religione. Fu il Battista che battezzandolo ebraizzò il suo nome in Gesù.
- E qual’era il suo vero nome?
- Alcuni sconosciuti lo chiamavano Yus Asaf, o qualcosa del genere, che, in non so quale lingua significa ‘colui che unisce’. Ma chi può dire con certezza qual’è il suo vero nome?
- “Colui che unisce”? Suona bene. Colui che unisce gli uomini fra loro, che unisce le nazioni, l’uomo alla donna, l’uomo agli animali, alla natura...
- Che unisce la terra al cielo, il corpo al suo spirito, il figlio al Padre Celeste, l’uomo al divino. Gesù, con quel battesimo volle essere ebreo fra gli ebrei ed ebbe modo così di farsi conoscere, di inserirsi in mezzo a noi, di unirsi a noi.
La parola di Gesù era più efficace e più attraente di quella del Battista, e molti ebrei, anche per le guarigioni che operava, incominciarono a preferirlo.
Quell’incontro non poteva durare. Giovanni e Gesù, te l’ho già detto, erano come l’acqua e il fuoco. Si venne presto ai ferri corti.
- Erano così diverse le loro convinzioni religiose?
- C’era un abisso fra i due. Lo stesso abisso che divideva gli esseni da Gesù. Il Battista era nazireo, come Sansone e Samuele...nazireo e per giunta esseno.
La rottura definitiva fra Giovanni e Gesù avvenne per un giudizio che il Maestro espresse ad un intimo di Giovanni infiltratosi fra i suoi discepoli:
“In verità ti dico... da Adamo a Giovanni Battista... fra i nati di donna non si era mai visto in Israele uno più grande di Giovanni; tuttavia il più piccolo di voi che verrà con me in Paradiso è più grande di lui.”
La frase fu risaputa dal Battista e dalla sua gente e se ne ebbero molto a male.
- Non mi sembrava un giudizio così offensivo per il Battista.
- Ah no? Chiedilo ai suoi fedeli! La setta del Battista esiste ancora ed è infuriata contro Gesù. Non la potevano intendere peggio quella frase. Giovanni non era stupido; sentir dire da uno straniero che il Battista con tutti i suoi limiti era il più grande dei profeti ebrei... più di Mosè, di Abramo, di Elia e di Giacobbe, apparve subito un oltraggio alla religione. Se il Battista stesso era il più grande degli ebrei e tuttavia non era degno di allacciare i sandali a Gesù, come si vociferava, tutta la Torà, i profeti, la tradizione e la storia del popolo eletto diventavano ciarpame buono ad alimentare il fuoco della Geenna.
- E’ vero!... non ci avevo pensato!
- Gesù aveva già dato in precedenza un sarcastico giudizio sul conto del Battista. Aveva detto di lui che era soltanto una canna al vento, alludendo al suo aspetto scheletrico di grande digiunatore; e chi andava a lui, andava ad ascoltare una canna al vento. Cos’altro voleva intendere Gesù quando disse che chi lo avesse seguito, fosse anche stato il più piccolo, il più insignificante dei suoi discepoli, sarebbe andato in paradiso e avrebbe perciò superato di gran lunga Giovanni Battista? Che il Battista, e con lui i suoi seguaci, non sarebbero mai saliti in paradiso? Era troppo! Il più grande dei profeti ebrei paragonato a una canna al vento! A una voce inascoltata che grida al deserto... al vento. Alcuni, per giunta, sapevano che Gesù era uno straniero e questi si sentirono irrisi da quell’asserzione: “...non si era mai visto in Israele, dai tempi di Adamo, uno più grande di Giovanni Battista”. Sembrerebbe sottinteso che il Battista, la canna al vento, la voce che parla al deserto, l’indegno di allacciare i sandali di Gesù, l’araldo del Messia, colui che doveva farsi piccolo e scomparire alla venuta del Signore fosse il più grande... dei profeti ebrei. E fuori di Israele? Si volle leggere fra le righe che secondo Gesù, fuori di Israele, il mondo aveva conosciuto incarnazioni divine di statura ben superiore.
- Insomma veniva messa in discussione e ridimensionata tutta la religione ebraica? Secondo te Gesù aveva detto veramente tutto questo? Era stato veramente così duro con il Battista e con la religione ebraica?
- Che vuoi che ti dica?...Diceva tutto quello che doveva esser detto. Non aveva tempo da perdere e, non aspirando a regni mondani non sentiva il bisogno di essere diplomatico. Presagiva inoltre, dove l’ira incontenibile del Battista contro Erode e la sua donna, lo avrebbe condotto. Sapeva che era un uomo di paglia in mano degli zeloti e dei ‘figli della luce’ e che il suo animo puntava alla guerra e alla vendetta. Gesù sapeva perfettamente che l’opera degli zeloti avrebbe finito col distruggere Israele. Era venuto per salvare il salvabile dalla catastrofe storica che vedeva imminente per questo popolo: vedeva l’inizio di una diaspora che sarebbe durata millenni. Non era perciò il caso e il momento di stare a misurare le parole.
- I Galilei affermano che era stato il Battista stesso a riconoscere la grandezza e la divinità di Gesù. Non fu lui a dire di non essere neppure degno di allacciare i sandali di Gesù? Che sarebbe venuto dall’alto uno più grande di lui?
- Ma andiamo! Ti pare possibile? Giovanni non avrebbe mai ammesso di fronte ai suoi seguaci una cosa del genere. Io l’ho conosciuto bene. Chiedilo ai suoi discepoli che venerano tuttora Giovanni... che non si sono mai convertiti a Cristo.
- Fatta però eccezione per gli apostoli.
- Fu una finta adesione e finalizzata alla rivoluzione armata contro Roma. Io non ricordo quali furono le espressioni esatte usate da Gesù nei confronti del Battista, e se furono così taglienti. Posso dirti però che tutte esprimono l’idea che Gesù aveva di Giovanni e delle sette che cospiravano intorno a lui. Io ricordo bene però che molte frasi venivano riportate e intese nel modo peggiore da chi mestava nel torbido e intrigava per mettere gli uni contro gli altri. I miei stessi fratelli erano maestri insuperabili nell’arte della provocazione e dell’irretimento. Conosco bene certi metodi. Molte dicerie partirono proprio dalle fila di Giovanni, con lo scopo di far terra bruciata intorno a Gesù.
- Capisco. Cosa successe poi?
- Le cose si mettevano male per Gesù e la sua gente. Gesù aveva con sé molte donne, vecchi, bambini e ammalati. Agli uomini in grado di combattere non permetteva di essere armati. Invece buona parte di coloro che stavano con il Battista erano zeloti e sicari, con spade e siche nascoste sotto i mantelli. Gesù e i suoi discepoli sarebbero stati attaccati di sorpresa, durante la notte, uccisi o messi in fuga, se qualcuno non li avesse avvertiti per tempo.
- Fosti proprio tu, Giuda Tommaso, ad avvertirli - intervenne Maddalena. - Non te lo ricordi più?
- Maddalena ha ragione. In verità fui io ad avvertire Gesù del pericolo che correva. Gli ero fin da allora amico, ma di nascosto dei miei fratelli. Neppure io, allora, mi rendevo conto di essermi così arreso a Lui. Quella notte, Gesù e la sua gente attraversarono il Giordano e si nascosero nel deserto a qualche centinaio di stadi dal campo del Battista. Soltanto pochi giorni dopo si seppe dello scontro fra i soldati di Erode e i seguaci del Battista. Fu una carneficina. Molti caddero e Giovanni fu catturato e rinchiuso nella fortezza di Macheronte. Fu un puro caso se non ci trovammo lì, io e i miei fratelli. Saremmo stati uccisi prima degli altri se non avessimo presa la decisione di seguire le tracce di Gesù e la sua gente, con l’intenzione di scoprire il suo nascondiglio.
- Che strana coincidenza - disse Shim’on. - Se Gesù non si fosse allontanato soltanto qualche giorno prima, sarebbe stato ucciso da Erode insieme a voi Galilei.
- Io non credo alle coincidenze.
Giovanna da Cusa, nel frattempo, portava notizie a Gesù, direttamente dalla fortezza di Macheronte.
Fu proprio allora che Simone, Andrea, Giacomo e Giovanni incominciarono a prendere contatti con Gesù ed a mostrarsi interessati al Maestro e alla sua dottrina.
- Così presto? Prima della morte di Giovanni?
- Si perché eravamo certi che Erode l’avrebbe prima o poi fatto uccidere. Gli zeloti avevano bisogno di un altro personaggio su cui cucire l’abito del Messia prima che tutti i seguaci di Giovanni si disperdessero delusi per tutti gli angoli della Palestina. Non c’era tempo da perdere.
- La cattura del Battista rappresentò dunque un duro colpo per i suoi discepoli?
- Altroché! Fu una catastrofe. Incolparono i miei fratelli di aver fatto di lui un mito vivente, un Messia imbattibile che li avrebbe condotti alla vittoria. Molti uomini avevano abbandonato le loro famiglie per aver creduto alle parole, alle promesse e alle assicurazioni di Simone, di Giovanni e degli altri. Non è stato facile convincere tutti che in realtà il vero Messia era Gesù e che il Battista avrebbe dovuto soltanto spianargli la strada. Quando gli scribi leggevano pubblicamente i passi delle scritture ove si affermava che il vero Messia avrebbe dovuto essere immediatamente preceduto dal profeta Elia, gli apostoli rispondevano che effettivamente Gesù era stato preceduto da Elia, che Elia era venuto, che il Battista era Elia stesso resuscitato, anche se nessuno lo aveva riconosciuto. Quel che aveva detto Gesù, o quel che avrebbe detto sul conto del Battista, apparve a tutti profetico, e questo convinse molti seguaci di Giovanni a passare dalla parte del Signore. Poco dopo la morte del Battista i miei fratelli si presentarono a Gesù come ambasciatori, come i delegati ufficiali di Giovanni, appunto i suoi apostoli, con l’autorità che veniva loro da un testamento spirituale dell’Elia redivivo.
- Un testamento spirituale?
- Una trovata di Simon Pietro. Un messaggio del Battista diretto ai suoi seguaci, col quale ordinava agli apostoli e a tutti gli altri di seguire il vero Messia e di obbedirgli in tutto fino alla conquista di Gerusalemme, alla liberazione della Palestina e alla sua salita al trono come re dei giudei.
- E Gesù come la prese?
15 - Le tentazioni nel deserto
- Rifiutò...naturalmente... senza pensarci due volte. Simone quel giorno fu testardo come un mulo. Inseguì il Maestro fin sopra il monte dove si era ritirato per pregare, promettendogli, se li avesse guidati alla vittoria, il regno di Israele, il potere illimitato sugli ebrei e su tutta la terra che poteva esser vista dall’alto di quel monte. Promise questo mondo e quell’altro, per ore e ore, ma senza risultati. Gesù era irremovibile. Sarebbero state sue le ricchezze della Palestina e i tesori sepolti nel Tempio. Arrivò quasi ad offrirgli il sole e la luna. Gli offrì il potere assoluto sul Tempio e sui sacerdoti. Di più... ancora di più... avrebbe avuto in pugno i due scettri, quello politico-militare di re David e quello sacerdotale di Aronne.
- E Gesù?
- Si arrabbiò. Lo apostrofò duramente: “ Vai via da me Satana!”. “Demonio tentatore” gli gridò in faccia. Poi si calmò e gli spiegò che non poteva accettare, perché il suo regno non era di questo mondo... che non era venuto per questo... e che non era neppure ebreo. Simone gli rispose che l’esser stranieri non impediva di essere ugualmente figlio di Dio... il Messia: “ Il grande Ciro, il signore di Babilonia, non ci restituì forse la libertà? Non autorizzò il ritorno dei figli di Israele alla terra promessa, e la ricostruzione del Tempio? Non fu, secondo il profeta uno strumento dell’Onnipotente? Il pastore...l’unto del Signore?” Ma Gesù fu irremovibile. Esausto si accasciò su una grossa pietra. Colpendola col palmo della mano disse: “Simone... questa pietra è più dura del tuo cuore e della tua testa. Vattene via Satana!”
- Sono queste dunque le tentazioni nel deserto di cui tanto si parla? Non è stato dunque Satana in persona a tentare Gesù... ma soltanto Simon Pietro. Mi chiedo ancora come è potuto succedere che Gesù si sia lasciato poi coinvolgere da questi sediziosi.
- Gesù non volle mai avere a che fare con i Galilei. Sono stati gli apostoli che dopo il suo rifiuto lo hanno spiato, inseguito e braccato ovunque si nascondesse. I Galilei non erano i suoi discepoli anche se erano interessati a sembrarlo. I veri discepoli di Gesù, te l’ho detto, sono questi qui. Sono tutti qui... con il loro Rabbi. E’ vero che gli apostoli gli stavano sempre in mezzo ai piedi, ma questo è avvenuto perché Gesù non riusciva sempre ad evitarli, perché aveva finito coll’affezionarsi a loro, perché voleva scansare il tragico destino che vedeva incombere sulle loro teste, e anche per colpa mia. Io volevo seguire il Maestro ed essere ad un tempo vicino e di qualche aiuto ai miei fratelli.
- Questo lo capisco. Ma perché proprio Gesù? Non potevano i Galilei prendere di mira qualcun altro da mettere a capo della loro rivoluzione? Qualcuno che fosse stato ben disposto, ambizioso e soprattutto ebreo di sangue e per convinzioni religiose?
- Gesù attirava le folle come le mosche al miele. Quando si era accampato da Giovanni tutti volevano ascoltarlo e in pochi mesi ebbe intorno a sé tanta di quella gente che se fosse stata armata e lo avesse seguito fino al Monte degli Olivi avrebbe potuto travolgere come una grossa frana le mura di Gerusalemme e buttarle giù.
- Già... ed era proprio quello che volevano gli zeloti.
-Gesù non ha mai voluto intorno tutta quella gente. La evitava...faceva di tutto per allontanarla da sé... la disperdeva tutte le volte che poteva. Fuggiva di notte come un ladro per nascondersi dalla folla che lo cercava ovunque, che scendeva persino dai tetti delle case dove si nascondeva. Lui voleva intorno a sé soltanto i pochi scelti che gli erano stati assegnati dal cielo. Diceva sempre che pochi erano gli eletti. Questo suo modo di fare faceva disperare gli zeloti, che miravano soltanto a far numero. Loro radunavano il gregge mentre Lui nascondeva il suo... lo proteggeva... si nascondeva spesso agli occhi degli apostoli col pretesto di andare a cercare la pecorella smarrita. La sua dottrina... diceva continuamente... era preziosa, più delle perle, e nessuno getta le perle ai cani ed ai porci.
Diceva cose nuove e insegnava una conoscenza che liberava l’uomo dalla sofferenza, da tutte le imposizioni escogitate dai prìncipi di questo mondo, dalla casta sacerdotale, da tutto ciò che allontanava l’uomo dalla vita eterna. Vedeva però che pochi erano interessati alla sua dottrina. Quel che faceva correre la gente a Lui era la sua miracolosa abilità di guarire il corpo e la mente. Possedeva nelle mani e nello sguardo una potenza divina che sapeva anche consolare, innalzare gli spiriti fino al cielo, effondere letizia e beatitudine e liberare la mente degli uomini dagli spiriti immondi.
- Il mio maestro, Rabbi Yehoshua’ ben Perahia mi diceva del potere che aveva Gesù di leggerti dentro il cuore. Sentiva che i suoi occhi attingevano nella sua mente per suggervi direttamente la conoscenza, tanto era veloce nell’apprendimento dell’ebraico, dell’aramaico e delle sacre scritture. Diceva di non aver mai conosciuto un ebreo così.
- Perché insisti a dire che Gesù è ebreo quando il tuo stesso maestro ti ha detto che non lo era?
- E’ vero, Tommaso, però su questo argomento i miei ricordi sono molto vaghi. E’ soltanto da alcuni anni che cerco tutta la verità sul conto di Gesù e purtroppo il mio buon Rabbi non è più fra i vivi per rispondere alle mie domande. Mi disse soltanto che si conobbero ad Alessandria, nell’abitazione del Prefetto d’Egitto Caio Galerio perché invitati dal suo giovane nipote, un vero romano, un filosofo stoico, un poeta famoso: Lucio Anneo Seneca.
Seneca amava discorrere lungamente con Gesù e col mio maestro. Questo mi disse il mio Rabbi, e mi disse anche che ai tre si unì un paio di volte un altro romano della stoa che conosci bene.
- E chi sarà mai?
- Il Procuratore della Giudea Ponzio Pilato. Proprio lui. Strana la vita...non è vero? L’ammirazione che Ponzio Pilato aveva per Gesù non gli impedì di condannarlo alla croce. I disegni di Dio sono imperscrutabili.
- Non mi sorprende affatto quello che mi racconti, Shim’on. Tutt’altro. Ora tutto si spiega. Ponzio Pilato fu in realtà ben altro di quello che pensi. Te lo dirò dopo. Una cosa alla volta.
16 - Contro il battesimo
- Hai ragione - disse Shim’on. - Non si fa in tempo ad avere una risposta che saltano fuori nuove e urgenti domande. Proseguiamo allora con ordine.
Mi hai appena detto che a Gesù ripugnavano i giuramenti, e soprattutto il padre di tutti i giuramenti che è il cerimoniale del battesimo, col quale ogni religione marchia a vita lo spirito e, per noi ebrei, la carne dei credenti. Ma allora spiegami perché mai Gesù si lasciò battezzare da Giovanni.
- Ma te l’ho già detto; per legittimarsi come ebreo e come predicatore nelle sinagoghe e nel Tempio; per poter insinuare nel cuore degli ebrei con la Buona Nuova i dettami sapienziali troppo audaci per la Legge di Mosè; per proteggere i suoi discepoli dalle minacce e dalle persecuzioni degli uomini del Sinedrio e degli ebrei più fanatici; nascosti fra i seguaci del Battista potevano stare vicino a Gesù inosservati. Non certo per abbracciare la fede degli ebrei ed il credo del Battista.
Negava valore morale, religioso e legale a tutti i battesimi, figuriamoci poi a quello del Battista che gli fu imposto dalle circostanze.
Gli apostoli, di nascosto e contro la sua volontà reclutavano continuamente nuovi adepti mediante il battesimo per immersione, ma Lui non l’ha mai voluto fare nonostante che gli apostoli glielo chiedessero insistentemente: “Se Giovanni battezza con l’acqua ... io battezzo col fuoco”, ci diceva scherzando, alzando il boccale e mandando giù un sorso di vino. E anche il vino era un motivo di forte contrasto col Battista che essendo nazireo era obbligato ad astenersi dalle bevande inebrianti.
Vedeva il battesimo come una risoluzione definitiva presa o carpita una volta per sempre, che finiva coll’imporsi sull’intera cangiante esistenza dell’uomo. Non dimenticarlo mai Shim’on... Gesù è un liberatore... vuole che gli uomini conservino il diritto di adeguare giorno per giorno le loro convinzioni ai mutamenti continui della loro mente e della realtà circostante. Noi mutiamo di giorno in giorno nel corpo e nella mente. Tutto quello che ci succede ci fa cambiare. Già il solo seme che germoglia e si fa albero, o il corpo di un bambino che si fa uomo, ci costringono a mutare... soltanto per rapportarci a loro. Ogni sorgere del sole dovrebbe, secondo Lui rammentarci di rinnovarci ogni giorno. Perché mai sarebbe venuto se non avesse creduto nella capacità dell’uomo di cambiare, di rinnegare qualcosa del proprio passato per rinnovarsi e trasmutarsi?
Sono i potenti ed i princìpi di questo mondo che vogliono impedire all’uomo di crescere. La mente e il corpo di un uomo non hanno avuto mai nell’arco di una vita due momenti identici. Nulla e niente torna ad essere quello che è stato. Se è così, cosa c’è di più incoerente che voler essere coerenti ad una parola data una volta per tutte? Per questo, come ti ho già detto, Gesù aborriva i battesimi e i giuramenti.
Il battesimo è una sorta di giuramento di fedeltà al Dio dei sacerdoti. La nostra religione, Shim’on, cosa fa con la circoncisione, con un marchio indelebile che segna a vita una volta per tutte un bambino inconsapevole, se non imporgli un giuramento di fedeltà al Dio di Abramo, di Mosé e di Giacobbe che il bambino non conosce, né ama?
Con questo non voglio dire che Gesù non abbia visto nel battesimo di Giovanni qualcosa di profondamente innovativo.
- Spiegati meglio.
- Quel battesimo con l’acqua era un vero e proprio atto di ribellione ai depositari della religione e della tradizione ebraica. Se Giovanni rimetteva i peccati degli uomini e li purificava in obbedienza al Dio di Mosè e di Abramo con una semplice immersione nelle acque del Giordano, cancellava una millenaria prerogativa che apparteneva soltanto ai sacerdoti del Tempio. Il Sommo Sacerdote vedeva in quei battesimi un affronto mortale al potere sacerdotale.
Se per mondarsi dai peccati gli ebrei si fossero limitati ad immergersi nel Giordano, nessuno più sarebbe andato al Tempio a sacrificare capri, agnelli e colombe, e i sacerdoti non avrebbero più avuto modo di accumulare tesori nei sotterranei del Tempio.
Se il battesimo istituito da Giovanni fu un atto rivoluzionario, lo fu soltanto fino ad un certo punto. Lui si limitava a togliere pii ebrei ai sacerdoti del Tempio per conquistarli alla sua causa. Voleva la fine di un potere per istituirne un altro sotto lo stesso Dio di Mosè, che avrebbe però parlato agli ebrei con la bocca dei Figli della Luce.
- Che è poi quello che stanno facendo i Galilei a Gerusalemme dividendosi la torta dei credenti.
- Si, ma non è quello che voleva Gesù.
- Tu dici che Gesù rifiutava il battesimo, e questo mi va bene; però mi risulta che anche per lui l’uomo è peccatore, che tutti sono peccatori, che non c’è un uomo senza peccato. Se c’è quindi un peccato da perdonare e da rimettere, battesimo o non battesimo, ci deve comunque essere chi perdona e rimette questi peccati, che poi era Gesù stesso e i suoi ministri. Se è così, Gesù era tutt’al più un eretico ribelle contro i sacerdoti, proprio come il Battista, non quel rivoluzionario che dici.
- L’immagine che mi dai di Gesù è quella che piace ai Galilei, non quella vera. C’è un punto fondamentale che divide il credo degli ebrei e dei Galilei dalla Buona Nuova di Gesù. Gli ebrei e gli apostoli presuppongono un peccatore che può essere redento, salvato e perdonato da un Dio altissimo, onnipotente e irraggiungibile, al di sopra di tutto e di tutti: un Dio che giudica e dispone attraverso l’opera dei suoi occhiuti ministri. La Buona Nuova invece presuppone un peccatore che può essere salvato e trasmutato soltanto da sé stesso. Ti pare niente?
- Vuoi forse dire che con la Buona Nuova i templi, i sacerdoti e i battesimi dovrebbero scomparire?
- Proprio così.
- Non ti pare, Tommaso, che con l’abolizione del battesimo Gesù sia stato troppo indulgente con gli uomini, che sono anche per Lui pertinaci peccatori, viziosi, malvagi e colpevoli di infiniti delitti contro sé stessi, contro il prossimo e contro lo Spirito? Non credi che l’umanità abbia bisogno di leggi, di comandamenti, di un freno autorevole, possibilmente divino, alla sua dissolutezza? Se togli pure la circoncisione e l’autorità sacerdotale che sottomette i credenti ad un’antica tradizione, ad un ordine di origine divina, non credi che finiremmo tutti col sottometterci alle perversità del Maligno?
- E se fossero proprio i sacerdoti, i prìncipi di questo mondo, gli scribi e i dottori della Legge ad imporre ai credenti il battesimo di Belzebul?
Tu pensi veramente che con l’abolizione del giuramento e del battesimo Gesù abbia voluto liberare l’uomo da ogni responsabilità verso sé stesso ed il suo prossimo? E’ vero il contrario. Con il battesimo e la conseguente sottomissione devota all’autorità temporale e sacerdotale, i prìncipi di questo mondo pretendono di cancellare in un sol colpo tutti i nostri peccati: quelli di questa vita e quelli infiniti delle innumerabili precedenti esistenze. Troppo facile e troppo bello per non essere falso. E’ falso... criminoso... e satanico.
- Perché criminoso? Satanico addirittura?
- Perché nega la reincarnazione e la bilancia delle azioni; perché impedisce all’uomo di riparare con le proprie mani il male commesso; di saldare i suoi debiti, antichi e nuovi; di operare consapevolmente sui nessi causali della sua condotta; di spezzare la catena delle cause conseguenziali che lo costringeranno a rivivere in eterno su questo mondo infernale. I prìncipi di questo mondo perpetuano il loro potere sugli uomini impedendo, di generazione in generazione che i figli di Adamo pongano le basi di una graduale rinascita. Soltanto una forza diabolica può volere l’eterna dannazione degli uomini. Soltanto Satana può voler celare all’uomo l’unico modo per uscire da questo inferno.
Il battesimo rappresenta la negazione della reincarnazione, poiché ci toglie il diritto e la libertà di poter diventare quello che siamo. Ma per comprendere bene la visione sapienzale del nostro Maestro è necessario conoscere prima la fonte della sua dottrina, le radici profonde del suo sapere, che non sono le nostre, che vengono prima delle nostre. Un giorno Gli chiesi quanti anni avesse. Sai cosa rispose, sorridendo?... “Prima che Abramo fosse... io sono”. Pensai lì per lì che mi prendesse in giro con uno dei suoi soliti indovinelli. E invece no. Cercava solamente di predisporci all’idea della vita eterna, della rinascita infinita dell’uomo... della reincarnazione insomma.
17 - Da dove viene?
- Io non ho mai voluto credere che Gesù fosse uno straniero - disse Shim’on dopo qualche istante di riflessione. - Ho cercato la conferma di questa mia convinzione battendo palmo a palmo tutta la Palestina; ma sul luogo di nascita di Gesù, sui suoi genitori, sulla sua famiglia, sulla sua vita precedente la predicazione in Galilea c’è un vuoto incolmabile e incredibile. E’ come se non fosse mai esistito. Si direbbe venuto dal nulla. I tuoi fratelli fanno di tutto per confondere le acque. Le chiacchiere della gente sono contraddittorie. Qualcuno dice che è nato in un minuscolo villaggio della Galilea chiamato Nazareth, e che per tal motivo lo chiamavano il Nazareno. Ma io ho attraversato sette volte la Galilea senza riuscire a trovare questo benedetto villaggio. Ho riletto tutte le sacre scritture, dalle più antiche alle più recenti. Di Nazareth nessuna traccia. Altri dicono che è nato a Betlemme, dove però nessuno lo ricorda. Anche qui non ho trovato un solo parente. I tuoi fratelli mi hanno detto che a Betlemme non potevano conoscerlo perché vi nacque solamente e vi restò soltanto qualche giorno. Secondo loro i genitori lo portarono in Egitto per fuggire la persecuzione di Erode il Grande che vedeva in Lui l’erede al trono di Israele, un concorrente pericoloso.
- Lo hanno fatto nascere a Betlemme perché è lì che è nato David ed è lì che doveva nascere, secondo la profezia, l’Unto del Signore, il Messia, il futuro re dei giudei.
- Quindi da una Nazareth che non sono riuscito a trovare, il padre di Gesù avrebbe affrontato, con la giovane moglie prossima al parto, ben sei giorni di duro cammino, per sentieri infestati dai briganti, soltanto per farlo nascere a Betlemme? Ma che motivo hanno, io mi chiedo, di costruire una montatura così cervellotica per un uomo che poi non è mai diventato re dei giudei? Che per tutti è morto? Che tutti hanno visto appeso su una croce? Che per qualcuno sarebbe asceso in cielo?
- Forse perché qualcuno spera di convincerlo a tornare.
- Dici sul serio? Quindi gli apostoli saprebbero che Gesù è vivo e che si nasconde da qualche parte?
- Puoi giurarci.
- Una cosa so per certa però, Erode il Grande ne ha fatte tante, ma una strage di bambini, per esser certo di aver ucciso l’eventuale futuro pretendente al trono, non l’ha fatta di sicuro. Si sarebbe saputa una bestialità simile. E poi mi risulta che Erode il Grande aveva fatto distruggere in precedenza tutti i libri genealogici riguardanti la stirpe di David. Nessuno oggi è più in grado di provare la sua diretta discendenza da re David. Una precauzione tutto sommato provvidenziale, poiché tutti i futuri usurpatori di Israele non si sentiranno più minacciati da bambini pretendenti al trono.
- Le bugie come vedi hanno le gambe corte.
- Ora io mi son chiesto... se Nazareth non è mai esistita perché Gesù permetteva che lo chiamassero nazareno?
Qualcuno mi ha suggerito che Gesù era nazireo. Ti risulta forse che Gesù, come il Battista e come Sansone avesse preso questi voti? I nazirei non sono forse dediti alla preghiera, alla castità, alla carità? Non hanno forse barba e capelli lunghi e incolti? Per tutta la durata del voto non si tagliano la barba né i capelli, proprio come Gesù.
- Devi sapere, Shim’on... gli apostoli fecero di tutto per far di Gesù un nazireo... proprio come lo era il Battista...come lo erano del resto Giacomo e Giovanni ed i figli di Dio secondo una particolare iniziazione essena. Ancora oggi... me lo hai confermato proprio tu...la nuova setta guidata da Giacomo, da Giovanni e da Pietro è detta dei nazirei. Gesù, però, non poteva aver preso quei voti per troppi buoni motivi. Ai nazirei è fatto assolutamente divieto di bere il vino, di colloquiare con i morti, di toccarli e di calpestare persino il terreno dove fosse stato sepolto un morto. Proprio per l’inosservanza di questi precetti, il Battista lo condannava senza appello. Sapessi che scontri fra i due poco prima di dividersi! Anche per Giovanni, Gesù era immondo.
- Anche agli occhi dei sacerdoti, dei sadducei, dei farisei, degli scribi. Non fu infatti condannato anche per magia e negromanzia?
- Fu condannato per tante altre cose. Gesù fu condannato da tutti gli ebrei devoti alla legge di Mosè. Altro che nazireo! Rappresentava la negazione del popolo di Israele, uno scandalo, una bestemmia vivente. Gesù per gli ebrei era lo straniero per antonomasia.. Lui però lo ripeteva continuamente che era di un altro regno... di un altro mondo. Probabilmente intendeva dire di un’altra regione della Terra. Del resto si sentiva straniero a tutto il nostro mondo che diceva interamente soggetto a Satana, il prìncipe, per l’appunto, di questo mondo. Per i prìncipi ed i princìpi che reggono questo mondo Lui era il reietto.
- Ho capito - annuì Shim’on. - Gesù beveva più che volentieri il vino; Gesù amava mangiare bene, di tutto, escluse le locuste; se capitava, anche in compagnia dei ricchi, dei pubblicani, dei nobili, delle donne, pie, pagane o prostitute che fossero; Gesù parlava con gli indemoniati, con i morti, con la salma inumata di Lazzaro, con la figlia di Jairo; Gesù toccava, abbracciava e baciava i morti; camminava, indugiava e pregava nei cimiteri, fra i sepolcri; non onorava il sabato; non digiunava e non si lavava ritualmente le mani prima di prendere i pasti, ma al contrario, provocatoriamente, soltanto i piedi. E’ tutto vero quel che dici, Tommaso, non poteva essere ebreo e tanto meno nazireo, ma allora perché permetteva che lo chiamassero così?
- Era giusto che lo chiamassero così, poiché questa parola ha anche un altro significato che gli apostoli hanno sempre cercato di camuffare.
- Quale altro significato?... Camuffato dici?... Accidenti!... Ci sono!...Ci sono finalmente!.. ma si... Ha nazri: ‘lo straniero’. Oppure Ha natzar: ‘lo sconosciuto’... ‘l’oscuro’.
- Bene, Shim’on. Adesso ci sei. Ha nazri: Lo straniero; o anche Ha natzar: lo sconosciuto, l’oscuro, il losco, il tenebroso. Un epiteto poco meno che ingiurioso per noi ebrei, appropriato per soggetti poco raccomandabili.
18 - Di chi era figlio?
- Che mi dici dei suoi genitori? Dei suoi fratelli? Dei suoi zii? Dei suoi cugini?
- Dimmelo tu Shim’on! Non mi dirai che sei giunto fin qui a cercarmi su questi monti, fra queste nevi eterne senza parlare prima con il suo numerosissimo parentado. Se avessi interrogato la madre, i numerosi fratelli, zii e i cugini che gli sono stati attribuiti, avresti potuto ricostruire minuto per minuto la sua vita e riempire quel vuoto che va dalla nascita al momento in cui ha iniziato a insegnare la sua dottrina.
- Niente di niente. Tutti svaniti nell’aria. Quest’uomo è apparso dal nulla e scomparso nel nulla.
- E i suoi genitori?
- Chiacchiere... notizie false... contraffatte... contraddittorie. I Sacerdoti e gli scribi dicono che la madre era una poco di buono, messa incinta e abbandonata addirittura da un centurione romano, un certo Pantera... Ben Pandera. Un mezzo romano...dunque...il vostro Gesù. Il Messia degli ebrei figlio di un centurione romano! Una voce da nascondere a tutti i costi per i tuoi fratelli zeloti. Gli apostoli invece giurano sulla verginità della madre e che Dio in persona l’avrebbe adombrata.
- Qui ci riconosco lo zampino di chi so io. Prima la vecchia madre del Battista incinta grazie all’intervento miracoloso di Dio, poi il parto divino di una vergine. Non avrebbe niente da fare Dio Padre che far concepire chi non può far figli, con tante donne in grado di farli? Te lo immagini tu un Dio che per realizzare un suo disegno prende la strada più lunga, più difficile, discutibile e innaturale, contro quella natura da Lui stesso creata? Un Dio che cerca la gloria?... L’applauso degli uomini?... Che vuol far colpo?... Che vuol dar spettacolo con le sue facoltà? Questa gente che inventa tali storie, ha, secondo me, la testa che non funziona a dovere. Se avesse timor di Dio non si permetterebbe di spacciare queste baggianate. Soltanto i peggiori negatori di Dio possono osare tanto. Coloro che ingannano e disprezzano così l’uomo, non possono credere nel divino e neppure sperare che un Dio o una Legge superiore esistano. In realtà, dietro questi figli di Dio verginalmente concepiti, ci poteva essere soltanto la setta essena. Avendo, gli esseni, la castità per regola, aborrivano l’idea che un Messia, Figlio di Dio, fosse stato concepito da genitori comuni, con un rapporto sessuale considerato abominevole per gli iniziati e biasimevole per i profani.
Mi sai accennare qualcosa sulla madre, Shim’on, e sul padre? A parte le dicerie diffuse dal Sinedrio, non si sa nulla dei suoi genitori?
- Non ne so niente.
- Tanto per curiosità... quale sarebbe il nome della madre?
- Si chiamerebbe Maria.
- Un nome comune dalle nostre parti. Almeno la metà delle donne ebree si chiamano così. Davanti a te ne hai quattro, a partire da Maria Maddalena. Mia madre stessa si chiamava Maria e i miei fratelli, tutte le volte che potevano, lasciavano credere che fosse anche la madre di Gesù. Come ti ho detto erano maestri nell’alterare e nell’insabbiare la verità. Ma Gesù lo aveva capito e si arrabbiava. Mia madre - Dio abbia pietà di lei - era una donna prepotente, invadente e ambiziosa. Era pur sempre la vedova di Rabbi Giuda di Gamala, anch’egli un Messia. Prima che mio padre fosse crocefisso dai romani, lei aveva accarezzata la possibilità di diventare regina degli ebrei. Certe smodate ambizioni sono dure a morire. In Gesù vedeva l’occasione di diventare quantomeno la madre di compagni devoti al Messia. All’inizio fu proprio lei a mettere certe idee in testa a Giacomo e a Giovanni. Fino all’ultimo ha sperato che i suoi figli avrebbero prima o poi ereditato un potere spirituale, se non regale, al seguito di Gesù che non era mai stato tenero con lei. Detestava la sua invadenza e l’influenza soffocante e negativa che aveva sui figli. Quante volte l’ho sentito sgridarla: “Cosa c’è tra me e te... donna! Impicciati dei fatti tuoi!”
- Ho sentito dire che usava spesso queste dure espressioni soltanto nei riguardi di sua madre, non della tua.
- Poteva mai un santo come lui rivolgersi così ostilmente alla sua vera madre, afflitta per giunta dalle preoccupazioni e dalle disavventure di un figlio come Gesù? Non è forse una crudeltà, per ogni figlio ebreo, chiamare ‘donna’ la propria madre? Noi sappiamo che Gesù non si permetteva simili scontrosità neppure con le prostitute e le pagane. Se lo ha fatto è perché vedeva quella sua pretesa madre un irresponsabile pungolo malefico per i suoi figli.
Gesù, un Sabato, fu sorpreso dai Galilei ad esortare gli ebrei alla pace, al perdono alla rassegnazione. Condannava la guerra, la rivolta armata, i mestatori e gli arruffapopoli che l’attizzavano.
A sentire quelle parole, la coda di paglia di Simon Pietro prese fuoco.
- Lo credo bene! A quel tempo percorreva come un ossesso la Palestina incitando gli ebrei alla ribellione e alla lotta armata. Gridava come un ossesso che il Dio di Abramo ha sempre esortato il suo popolo ad odiare, a combattere e ad uccidere i nemici di Israele; che l’odio acerrimo per il nemico è per gli ebrei un comandamento divino. Altro che amore!... altro che perdono!
- Simone cercò subito di screditare Gesù e tutto quello che diceva, spingendo fra la folla una presunta madre, improbabili fratelli e sorelle che lo trattarono, preoccupati e addolorati, da mezzo idiota e da irresponsabile. Quella volta Gesù si arrabbiò moltissimo con quella donna che pretendeva di essere sua madre, e le disse chiaro e forte, di fronte a tutti, che nulla lo legava a lei, nessun rapporto familiare, e che in quel momento e in quel luogo la sola madre e i soli fratelli che vedeva erano coloro che stavano ascoltando la sua parola. Più chiaro di così!
19 - I fratelli di Gesù
- Piuttosto - disse Tommaso, - come conciliano gli apostoli la verginità di questa madre e tutti questi fratelli e sorelle di Gesù?
- Se ne dicono tante! Che Maria rimase vergine soltanto per il primogenito; che ebbe altri figli soltanto in seconde nozze; che i fratelli di Gesù in realtà sarebbero soltanto i suoi cugini...
- Che pasticcio! E quali sarebbero, Shim’on, i nomi di questi fratelli o cugini che siano?
- Se ben ricordo... mi pare... Giacomo...Giovanni... Simone... Giuda. Si... sono questi i nomi. Ma... un momento!.. si chiamano come te! ... e i tuoi fratelli! Cosa vuol dire? Non capisco più niente! Ma allora è vero! Gesù veniva indicato alla gente come figlio di tua madre!... e fratello degli apostoli!
- Dovresti vedere la tua espressione, Shim’on. Ma è tutto così chiaro! Il Messia degli ebrei non poteva essere uno straniero e tanto meno il figlio illegittimo di un centurione romano. I miei fratelli non ci pensarono due volte; a scanso di sospetti e chiacchiere disdicevoli pensarono bene di attribuirgli una famiglia ebrea insospettabile.
Piuttosto, fra i nomi che mi hai detto non ho sentito quello del miglior fico del bigoncio.
- C’è un altro fratello?
- Eccome! Ne manca ancora uno... il fratellone.
- E sarebbe?
- Gesù... chi altri?
- Ma allora Gesù è tuo fratello! Mi state prendendo tutti in giro? E’ dunque ebreo, Gesù... e .... e... tutto quello che mi hai detto da due ore a questa parte....
- Calma.. Shim’on... calma. Si tratta di un altro Gesù...di Gesù Barabba.
- Gesù Barabba?... intendi il famigerato Barabba?...il capo banda dei zeloti? Il terrorista braccato da Erode e dai romani?
- Proprio lui. Te l’ho detto... il fantomatico e leggendario Barabba...il meglio fico del bigoncio.
- Ma Barabba... Bar - Abbà... significa ‘figlio-di-Dio’. Questo bel campione si chiamerebbe dunque Gesù-figlio-di-Dio. Correggimi se sbaglio!
- Non ti sbagli. Proprio come il nostro Maestro.
- Ci sarebbero quindi due Gesù-figli-di-Dio. E Barabba sarebbe tuo fratello?
- Te l’ho già detto. E’ mio fratello gemello.
- Tuo fratello gemello? Ecco perché ti chiami Tommaso. Giuda Tommaso... Giuda Gemello detto Didimo... che in greco vuol dire sempre gemello. Senti un po’ tu! Saresti il fratello gemello di Barabba.
Mi son sempre chiesto di chi potevi esser gemello. Da molte parti avevo sentito che lo eri di Gesù stesso; mai avrei pensato che lo fossi di Barabba. E’ fantastico!...Sembra una favola! E’ così assurdo che può esser soltanto vero. Solo così però si spiegano tante cose. I tuoi fratelli potevano provocare equivoci, ambiguità, malintesi, ubiquità... a piacimento.
- Tieni anche conto, Shim’on, che con la barba e i capelli lunghi, mio fratello somigliava come una goccia d’acqua al Maestro. Barabba, pur di raccogliere proseliti, consensi ed entusiasmi di folla, si spacciava spesso per Gesù, imitandone gli atteggiamenti, il modo di parlare e persino con i suoi finti quanto ridicoli miracoli.
- Ecco perché certi miracoli venivano curiosamente ripetuti a distanza di qualche giorno e in tutt’altri luoghi. Immagino che quelli compiuti da Barabba fossero i secondi, quelli più spettacolari.
- Il solito spaccamontagne.
- Ma allora, a questo punto è difficile distinguere le opere, le parole e le imprese dell’uno da quelle dell’altro. Molti miracoli attribuiti a Gesù, magari proprio quelli più straordinari non erano altro che richiami per gli allocchi.
- Verissimo. I veri discepoli di Gesù ne soffrivano e non sapevano come proteggerlo dalle menzogne, dalle parole e dalle imprese insulse che l’altro gli attribuiva. Gli chiedevano: “Come riconoscere il vero Gesù se altri compiendo prodigi affermano di essere te?” A questi timori Lui rispondeva che in futuro sarebbero venuti numerosi figli di Satana che avrebbero parlato ed agito a suo nome. Ci esortava a diffidare di coloro che sembrano compiere azioni straordinarie. Avremmo dovuto giudicare soltanto dai frutti delle loro imprese, poiché soltanto dal frutto si riconosce l’albero. Voleva che non ci dessimo troppa pena per tutto questo, poiché al momento del raccolto la gramigna sarebbe stata facilmente riconosciuta, separata dal buon grano e bruciata con fuoco inestinguibile.
20 - Tre magi dall’oriente
- Fra le tante storie che mi sono state raccontate - riprese perplesso Shim’on, - una delle più curiose riporta che Maria avrebbe partorito in una grotta il bambino e che tre Magi venuti dall’oriente lo trovarono e lo adorarono come fosse la reincarnazione di un Dio. Questi tre sapienti avrebbero letto fra le stelle il giorno esatto e il luogo preciso della nascita di Gesù. Ma ti pare possibile? E’ tutto così assurdo! Sembra una bella favola di terre lontane. Tutto questo non ha riscontri con la nostra tradizione. Ma figuriamoci... un Dio reincarnato in un bambino... un bambino riconosciuto, adorato da tre sapienti ... per giunta neppure ebrei.
- Hai detto bene Shim’on, tutto ciò non appartiene alla nostra tradizione. Trovato il bambino cosa avrebbero fatto questi tre saggi?
- So soltanto che lo avrebbero coperto d’oro e non so che altri doni preziosi. Si sarebbero limitati ad adorarlo come un vero Dio...per qualche ora... e tornarsene subito dopo da dove erano venuti.
- Ma come... tanta strada per trovarlo e poi riconosciutolo come una reincarnazione divina, lo abbandonano indifeso e in miseria per non rivederlo più? Non ti pare strano?
- Altroché! Non ha senso donargli tante ricchezze per poi abbandonarlo fra le bestie, in una stalla. E poi... quel che mi pare incredibile... sono questi strani personaggi... appartenenti a chissà quali credenze religiose... che rendono omaggio e culto a un Dio-bambino ebreo... trovato chissà come... in una grotta.
- Ma non avevamo detto che Gesù non è ebreo. Non ricordi...Ha-Nazri?... lo straniero?
- Ehi! ... un momento!...cosa cerchi di dirmi?...che questa storia dei tre magi è tutta vera?
- Quasi tutta vera. Partirono proprio da questi monti tre monaci itineranti, depositari di una conoscenza che li fa capaci di trovare e di riconoscere fra gli uomini mortali, i figli immortali di Dio: vere e proprie reincarnazioni divine. Osservando il cielo stellato e da altri segni sono in grado di sapere per tempo, dove e quando nascerà un bambino divino... un futuro maestro di verità.
- Ma senti tu! Ci sarebbe del vero in questa storia dei magi.
- C’è da correggere qualche particolare. Gesù bambino in realtà non fu colmato di ricchezze favolose; gli furono semplicemente mostrati alcuni oggetti di culto che gli appartennero in una precedente esistenza. Mostrando di riconoscere quegli oggetti, Gesù bambino provò a quei tre religiosi di essere proprio la reincarnazione del Maestro che cercavano. Naturalmente quei monaci non abbandonarono in quella grotta il bambino, ma lo portarono via con sé, per istruirlo segretamente, in un luogo idoneo, sui misteri divini e sul sentiero interno che conduce alla vita eterna.
21 - Nessuno sa dov’è nato
- Ma allora è nato o non è nato in Giudea?... a Betlemme? Nessuno di voi mi sa dire dov’è veramente nato Gesù? Neppure tu, Lazzaro, che gli sei così intimo?
- Gliel’ho chiesto tante volte - rispose Lazzaro aprendo le braccia. - Non me l’ha mai voluto dire.
- Per quale ragione? Non ne vedo il motivo.
- Me lo disse il motivo. Secondo lui, intorno alla sua tomba e nel luogo dove è nato - io stesso stento a crederlo - si sarebbero combattuti e uccisi milioni di uomini, per secoli e secoli. Non voleva sentirsi responsabile di questa strage infinita. Per questo diceva, tutte le volte che poteva, di non essere ebreo; per questo lasciava che lo chiamassero Ha- Nazri, lo straniero. So soltanto per certo che non è ebreo.
- Devo dire che ce ne sono stati già troppi di morti nel luogo dove è stato sepolto. Non so per quale arcano motivo gli uomini bramano uccidersi in quel posto. E’ diventato un luogo maledetto.
- Questo lo turba molto - aggiunse Lazzaro. - Chi dice che lui è ebreo e fa carte false per provarlo, è ispirato dal principe dell’inferno e brama la guerra e la morte. Sono questi i suoi peggiori nemici: quelli che allontanano gli uomini dal vero insegnamento. Non è stato Gesù stesso a dire di giudicare l’albero dai suoi frutti? Le cause dai suoi effetti? Non ci metteranno molto gli avversari di Gesù a conclamare che i suoi frutti sono avvelenati e conducono alla morte; che se Gesù fosse veramente il Dio che dicono i suoi seguaci, avrebbe dovuto conoscere le conseguenze nefande della sua nascita in Palestina. Comprendi ora perché il Maestro ripete continuamente di non essere ebreo? di essere straniero? Che il suo Regno non è di questo mondo? Che è straniero a tutte le nazioni della terra? E perché non dirà mai in quale nazione e città si è fisicamente incarnato?
- Adesso sì - annuì gravemente Shim’on. - Secondo la tua opinione Gesù è veramente l’incarnazione di Dio?
- Non l’incarnazione di Dio, piuttosto di un uomo... di un grande Maestro di verità che attraverso numerose trasmigrazioni, in questo e in altri regni, ha saldato il suo debito, si è redento, ha scontato le sue colpe, ha estinto i suoi attaccamenti carnali diventando così un puro Spirito incarnato, qualcosa di simile a quel che noi chiamiamo Dio.
- Scusami Lazzaro... ma io di tutto questo non ho capito molto. E il Dio degli ebrei? Il Dio di Abramo e di Giacobbe? Che fine avrebbe fatto? Cosa sarebbe Gesù? Un uomo? Un Dio? Suo figlio o che altro?
- E’ proprio questo il motivo principale che lo ha condotto all’estremo supplizio. Non c’è per Gesù un Dio come quello degli ebrei. Non c’è nulla al disopra degli uomini se non lo Spirito di verità incarnata da quegli uomini che vivono, muoiono e risorgono per rivelarla ed insegnarla agli uomini. Ognuno di noi è un Dio mancato. Gesù è stato un uomo come noi che si è fatto Dio con le sue stesse mani...con le sue azioni.
- E chi lo costringe a stare qui da noi?
- La compassione.
- La compassione?
- E’ fatto così - disse Lazzaro allargando di nuovo le braccia - Torna e tornerà di nuovo in mezzo a noi, per pura compassione. Perché ci ama e vuole insegnarci a diventare come lui. Tornerà fino a quando non ci avrà salvato tutti con la sua dottrina, per condurci nel suo puro regno, in paradiso, fino a quando non saremo in grado di trasmutarci con le nostre forze.
Non c’è e non c’è mai stato un Dio che salverà tutti con una bacchetta magica. Soltanto noi siamo in grado di salvare noi stessi.
- Gesù quindi non crede in Dio? Gesù sarebbe... ateo? Ecco perché è finito sulla croce! Gesù... ateo.
- Gesù stesso è Dio - continuò Lazzaro: “Io e il padre mio siamo la stessa cosa”, - diceva sempre . Un Dio che si rispetti non può che essere ateo, poiché non può credere all’esistenza di un essere che gli è spiritualmente superiore; che lo trascenda. Se credesse a ciò, non sarebbe più Dio. Ma come poteva insegnare queste cose ad un popolo come il nostro senza essere frainteso, senza scandalizzarlo, senza finire lapidato e sulla croce? Doveva dire e non dire, affinché soltanto coloro che erano inconsapevolmente pervenuti a sfiorare la verità, fossero in grado di afferrarla saldamente e farla propria definitivamente.
- Aveva senza dubbio le sue gatte da pelare! Però... - disse Shim’on, - a saperlo ascoltare... si poteva anche arrivare a scorgere il senso più nascosto delle sue parole. Diceva di essere uomo e Dio ad un tempo; figlio dell’uomo e figlio di Dio; che Lui e il padre suo erano una stessa cosa; che noi tutti gli eravamo fratelli e pertanto figli dell’uomo e figli di Dio, proprio come Lui; che avremmo un giorno giudicato persino gli angeli.
- E già. Però diceva anche che avevamo occhi, orecchi e cuore che non vedevano, che non udivano e che non intendevano. Sapessi quante volte mi son chiesto chi fosse veramente! Forse è più facile chiedersi quello che non è. Il Dio degli ebrei ‘...è...colui che è’. Secondo me Gesù è un uomo che attraverso mille esistenze è diventato ‘... colui che non è’. Sapessi quant’è difficile ‘non essere’!
Lui stesso, un giorno - continuò Lazzaro, - eravamo non ricordo più in quale villaggio, nelle vicinanze di Cesarea di Filippo -, domandò agli apostoli: “Chi sono io per la gente?” “Giovanni Battista” - rispose Giovanni. “Elia... un grande profeta” - rispose Giacomo. Poi Gesù si rivolse a Pietro che non si era pronunziato: “Chi credi, Simone, che io sia?” - Pietro rispose: “ Per noi tu sei il Cristo... il Messia... l’unto del Signore...il re dei giudei... colui che ci condurrà alla vittoria... l’invincibile che ci libererà”. - Non l’avesse mai detto! Gesù si arrabbiò moltissimo, come soltanto Pietro riusciva a farlo irritare. Lo cacciò via gridandogli: “Vai lontano da me Satana! Tu non parli secondo lo Spirito di verità, ma soltanto per assecondare la bassezza degli uomini”. - Poi intimò severamente agli altri apostoli di non permettersi mai di parlare di Lui, così, alla gente. E, concludendo: “Se qualcuno di voi intende seguirmi deve rinnegare assolutamente se stesso e quello in cui crede in questo momento.”
- Questo significa parlar chiaro!
- Quella sera stessa chiese di nuovo a me e a Giuda Tommaso cosa pensava veramente la gente di Lui. Io gli dissi che molti lo ritenevano... un mago... altri un esorcista... altri ancora un negromante... Belzebùl stesso...un pagano idolatra... il figlio di un centurione romano...una spia...un provocatore al servizio di Erode e dei romani. Ci domandò se lo credevamo un idolatra. Gli rispondemmo di no e che non avevamo mai pensato una cosa simile. Poi camminando fra noi due e appoggiando le sue braccia sopra le nostre spalle ci spiegò che un idolatra è chi adora qualcosa che sta sopra, fuori e oltre l’uomo; che noi ebrei crediamo di non essere idolatri soltanto perché siamo riusciti a saldare insieme tanti dei per farne uno solo; che pensiamo di non essere idolatri soltanto perché non abbiamo immagini materiali del nostro Dio; perché lo abbiamo così reso invisibile; che siamo ipocriti e sciocchi; che non basta nascondere la testa sotto la sabbia per credere di non adorare un idolo come tutti gli altri pagani; che la nostra idolatria ha toccato la perfezione poiché ha ridotto l’universo ad una diade: un Dio onnipotente ed eterno da una parte e i supplicanti mortali e peccatori dall’altra. Disse ancora che gli idolatri pagani in fondo trattano i loro idoli quasi fossero loro pari, stancandosi di loro e cambiandoli alla prima occasione, come se fossero indumenti; proprio quello che più paventano i sacerdoti del Tempio.
- Io stesso - seguitò Nicodemo - ho chiesto tante volte a Gesù chi fosse veramente: “Io sono un uomo” - rispose un giorno, “ un uomo come te, Nicodemo, io sono un figlio di Dio, proprio come te. Io sono il Padre; io e il padre mio siamo una cosa sola, ma anche tu lo sei.” “Ma tu Maestro” insistetti, “non sei come noi... sei diverso da noi”. “Io sono colui che unisce” mi rispose. “ Uno che è venuto fin qui per unire il figlio al Padre... l’uomo a Dio. Tutto è uno, amico mio, non due. Noi e il Padre nostro siamo uno. Sono venuto a voi per unirvi al vostro Dio perché il popolo di Dio è quello che più di tutti al mondo ha il culto della sacra lontananza e dell’infinita e incolmabile differenza fra i credenti e la divinità”. Volevo capire di più, ma Gesù lasciò cadere il discorso dicendo che non potevo chiedere di più in questa vita, che avrei dovuto attendere la prossima, una seconda nascita ancora.
- Non rispondeva infatti a tutte le nostre domande - continuò Tommaso. - Diceva che il suo sentiero è facile e graduale; che non era giusto conoscere i misteri ultimi quando mostravamo di non intendere quelli iniziali; che bisognava diventare simili a Dio per poter comprendere e riconoscere Dio; che era vana e deplorevole curiosità ed imperdonabile presunzione pretendere di raggiungere la vetta dei monti quando, come lattanti, non siamo ancora in grado di camminare. Per questo motivo nessuno di noi, Shim’on, è in grado di dirti il vero sulla natura del Padre, del Figlio di Dio, dello Spirito Santo, sulla divinità dell’uomo stesso e sui misteri imperscrutabili. Se pensavi che fossimo a conoscenza delle cose più arcane, ricrediti. Forse noi stessi siamo colpevoli di questa tua convinzione. Abbiamo le nostre modeste opinioni su questa materia, nulla di più, queste soltanto ti abbiamo mostrato, queste soltanto ti mostreremo.
- Apprezzo l’onestà di questa precisazione, nondimeno vi prego di rispondere alle mie domande per quello che potete. Le vostre opinioni son pur maturate ascoltando gli insegnamenti del vostro Maestro e mi sono apparse oneste e profonde.
- La verità che ti stiamo dicendo - aggiunse Nicodemo, - non è una verità assoluta, ma è la sola che ci permette di procedere individualmente verso quel luogo di luce infinita ed eterna, dove l’uomo e la verità si identificano.
- Quando mi si dice che Lui torna e ritorna su questo nostro mondo, io continuo a chiedermi, non dico il luogo preciso, ma da quale specie di mondo viene, in quale va e dove intende condurvi.
- Me lo sono chiesto anche io - rispose Nicodemo. - Secondo me, Gesù, quando parlava del Paradiso e del Regno dei cieli intendeva di volta in volta cose diverse, a seconda delle situazioni e delle persone con cui parlava. In certi casi il suo regno dei cieli non era proprio un luogo preciso, spazialmente e materialmente configurato. Era piuttosto uno stato di consapevolezza, una condizione psichica di beatitudine, una situazione di armonia assoluta con gli uomini, gli animali e le cose: stadi dello spirito che possono essere raggiunti in ogni momento, qui e adesso, seguendo semplicemente i suoi insegnamenti.
In altri casi, quando parlava del suo Paradiso, si riferiva al luogo ideale dove i credenti alla sua Buona Nuova avrebbero potuto assimilare perfettamente e compiutamente la sua sapienza; dove il pane della conoscenza si sarebbe fatto carne viva, desta e santa; dove noi mangiando il suo pane e bevendo il suo vino saremmo diventati Lui per l’eternità. E questo sarebbe un luogo fisico; una località di questo mondo, dove il buon seme avrebbe trovato una terra pura su cui germogliare e fruttare il cento per uno; il luogo dove lui stesso si era spiritualmente destato.
- Intendi questo preciso posto... Jannat-ud-duniya...Il paradiso del mondo?
- Un luogo ideale, per questi tempi, dove è possibile trovare il modo di avvicinarci in spirito a Gesù.
Vedi, Shim’on, Lui non potrà mai essere più di quello che è. Noi invece sì. Noi... quassù ...ci avviciniamo ogni giorno di più... in piena gioia...alla sua grande anima. Lui è. Noi...diventiamo.
In altri momenti Gesù parlava d’altro quando nominava il regno dei cieli. Al Paradiso terreno corrisponderebbe un regno celeste e perciò spirituale. Ci sono, Shim’on, oltre il nostro spazio e oltre il nostro tempo molte più terre di quelle che possiamo immaginare. Gesù è un viandante senza pari. Il suo camminare sull’acqua ha un significato diverso e più profondo da quello che la nostra gente e i Galilei riportano. Questo nostro mondo è il più materiale e pesante dei mondi. La nostra carne è greve e trascina verso il basso lo Spirito. Lui ci voleva di una sostanza più lieve, come la nostra anima, tanto da poter incedere sulle acque. Voleva che la nostra esistenza procedesse in tutta semplicità e leggerezza, per non cader giù, come una pietra in fondo al lago. Lui cammina nello spazio e nel tempo per regioni dell’universo e dello Spirito che noi non possiamo conoscere.
- Credi che possa raggiungere anche il nostro futuro, e tornare indietro, magari nel nostro passato?
- Ne sono personalmente convinto. Per questo... proprio come i nostri profeti... è in grado di vedere i tempi che verranno.
PARTE SECONDA
Una fiaccola per le tenebre
22 - Il primo comandamento
- Parlami, Tommaso, di quello che per Gesù è il primo dei comandamenti. C’ero anche io a Gerusalemme quando Gesù lo rivelò al Tempio provocando un putiferio intorno a sé, persino fra gli apostoli. Alla fine si trovò isolato. Soltanto i soliti quattro o cinque erano rimasti con Lui. Fu quello un momento di grave contrasto con le Sacre Scritture e con gli apostoli che pur si dicevano suoi seguaci. Persino a me quelle sue parole fecero una gran brutta impressione. Gli apostoli e gli altri seguaci di Gesù a Gerusalemme non hanno mai voluto saperne di quel che accadde quel giorno. Fanno tutti orecchi da mercante; travisano il senso di quelle sue parole; ricordano tutti male. Ma io c’ero quel giorno e ricordo benissimo quello che disse. Presi veramente quella volta lucciole per lanterne?... come mi disse Pietro.
- Lo sai bene cosa rispose a chi gli chiese quale fosse il primo comandamento: “Ama il prossimo tuo come te stesso. Non vi è altro comandamento superiore a questo”.
- Ma è una bestemmia per noi ebrei! Dunque avevo inteso bene! Tutti sanno che il primo comandamento è : “Tu amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta l’anima tua, con tutto il tuo intelletto, con tutta la tua forza”.
- Per un buon ebreo era, come dici tu, una bestemmia. Non ci sono dubbi. Del resto chi gli fece la domanda - un provocatore sadduceo mandato da Caifa - sapeva perfettamente quale sarebbe stata la risposta di Gesù. Non si fa una domanda simile ad un Rabbi se non per tendergli una trappola. Anche un bambino ebreo sa perfettamente qual’è il primo comandamento. A dire certe cose... nei pressi del Tempio... si va incontro a morte certa. Gesù si stava scavando la fossa con le sue mani. La sua Buona Nuova era veramente una guerra, senza esclusione di colpi, contro tutti i princìpi di questo mondo. La Sua fu un’insurrezione spirituale.
- A chi lo riprendeva rimarcando che il primo comandamento è: ‘Tu amerai il Signore Dio tuo...’, Gesù, imperterrito rispondeva che l’amare il prossimo era il solo comandamento che contasse, e che era identico all’altro. Sai bene, Tommaso, che non sono per nulla identici i due comandamenti. A meno che...
- A meno che?...
- A meno che Gesù non fosse così spregiudicato da voler suggerire che Dio e il nostro prossimo, secondo Lui, siano la stessa cosa. Ebbi la sensazione che per Lui non c’era altro Dio all’infuori di questo ‘prossimo’.
Amare il prossimo come noi stessi! Ma chi è poi il nostro prossimo?
- Bella domanda, Shim’on. A chi gliela fece Gesù rispose con una parabola che nessuno però comprese.
- Sì la conosco. Quella del buon samaritano. Un vero indovinello. Non ci ho capito nulla; ma spiegami prima che mi dimentichi, perché Gesù racconta parabole che nessuno comprende, per poi spiegarle più tardi ai suoi intimi. Che modo di insegnare è questo? Lo chiesi a Simon Pietro un giorno, e sai cosa mi rispose? Che Gesù stesso avrebbe detto: “soltanto a voi è dato conoscere i misteri del regno di Dio, agli altri dirò parabole affinché vedendo non vedano e udendo non intendano”. Proprio queste, mi assicurò Pietro, furono le precise parole di Gesù. Ha veramente detto questo? Non ti pare ingiusto? E’ come insegnare la Buona Nuova soltanto a chi è dotto e intelligente, a chi sa leggere le scritture e interpretare i simboli ed i significati riposti delle parole di Dio e dei profeti: a noi scribi e dottori della legge che siamo maestri nel dare un senso divino ai discorsi più oscuri.
- Gesù non pronunciò mai quelle parole - disse Tommaso. - Gesù non voleva che la fiaccola della verità fosse nascosta sotto il moggio. Doveva essere, al contrario gridata a tutti, dall’alto dei monti, alla luce del sole, a costo della vita. Egli, con le parabole, te l’ho già detto, non mirava tanto ad insegnare qualcosa, quanto invece a riconoscere fra la gente i pochi in grado di comprendere e vivere il suo insegnamento. Lui aveva poco tempo a disposizione per riconoscere chi era veramente maturo per comprendere e per incarnare la Buona Nuova. Riteneva inutile e pericoloso gettare perle a porci e cani. Da come venivano intese le sue parabole, riconosceva gli eletti. Soltanto chi possedeva un’altissima sensibilità spirituale, maturata al fuoco di infinite reincarnazioni, intravedeva il significato riposto della parabola. “Chi già sa, saprà”, diceva spesso. E anche: “ Colui che sa non può insegnare nulla a chi non sa”.
Anche io credevo che i beneficiari di questa selezione spirituale fossero soprattutto gli scribi, i dottori della legge, i sacerdoti e i farisei: proprio coloro che Gesù più disprezzava. Ma non era così. Era tutto il contrario. Gesù stesso mi disse che “... la lettera uccide lo spirito”. Lo sentii persino lodare la Provvidenza, meravigliato per come nascondeva queste cose ai dotti e agli intelligenti per rivelarle ai semplici ed agli incolti. “Lo Spirito di verità - diceva - è come il vento, soffia come, quando e dove vuole”.
Non pensare a quello che può aver detto Simon Pietro, il cui spirito era veramente pietrificato. Se c’era un uomo negato per comprendere il senso riposto delle parabole di Gesù era proprio lui. Non possedeva né occhi, né orecchi, né cuore per intendere, non dico le parabole ma neppure le spiegazioni che poi Gesù ne dava.
- Resta comunque il fatto, che Gesù riservava le spiegazioni delle parabole soltanto ai pochi privilegiati, non a tutti.
- Ma anche chi comprendeva le sue spiegazioni, quasi mai le faceva proprie, e meno ancora cambiava la sua vita in armonia con lo spirito di verità che vi aleggiava dentro. Le intendeva razionalmente, con la mente, non con il cuore. La comprensione letterale e superficiale delle sue parole contava poco per Gesù. A Lui interessava soprattutto l’azione, il karman degli indù; il nostro agire aderisce all’anima e la trasforma, nel bene e nel male.
Gli spiriti ben disposti per le sue verità, venivano invece sconvolti, come rapiti, nell’attimo in cui il Maestro le manifestava. Sentivano immediatamente di ascoltare qualcosa che già sapevano, sia pure confusamente, che avevano però dimenticato.
E’ questa comprensione del cuore che Gesù cercava negli eletti, quella comprensione che ti spingeva a lasciar tutto per seguire Lui: a lasciar Israele, la propria casa, i campi, la famiglia, tutto insomma. Lui chiamava tutti, pur sapendo che pochi, di fatto, lo avrebbero seguito.
23 - Il buon samaritano
Ma torniamo alla parabola del buon samaritano che tu trovi tanto oscura.
In breve, un giudeo si imbatté in una banda di ladri che lo rapinarono, lo percossero duramente e lo abbandonarono in pieno deserto più morto che vivo. Un sacerdote ebreo lo vide, ma passò oltre senza soccorrerlo. Così fece dopo qualche ora un levita. Invece un samaritano, che passava di lì, si mosse a pietà, gli si accostò, lo medicò amorevolmente e fasciò le sue ferite. Lo aiutò a montare il suo giumento e lo condusse in una locanda dove lo fece ricoverare.
Il mattino seguente il samaritano chiese all’albergatore di prendersi cura del malcapitato fino alla sua completa guarigione e, prima di andarsene pagò il dovuto promettendo di dare eventualmente il resto al suo ritorno.
Questa parabola Gesù la raccontò a un dottore della legge che proprio come te voleva sapere chi era il nostro prossimo.
Al termine della parabola il Maestro gli domandò chi avrebbe mai potuto essere il prossimo dell’ebreo derubato e aggredito. Il Dottore della legge rispose...
- So bene cosa rispose. Ero proprio io quel dottore della legge. Ero lì con il mio maestro Rabbi Yehoshua’ ben Perahia. Fu una delle poche volte che incontrai Gesù.
Gli risposi che il ‘prossimo’, per il giudeo aggredito era ovviamente il buon samaritano che ebbe compassione di lui.
Ma, amare il nostro prossimo come noi stessi non significherebbe altro, per Gesù, che amare chi ci ha fatto del bene e ci è stato d’aiuto?
Ci voleva una parabola per spiegare quello che tutti fanno?
- Ma se ricordi bene Gesù ti disse alla fine ancora qualcos’altro. C’ero anch’io quella volta.
- Eccome se me lo ricordo! Mi disse: “Vai e fai anche tu lo stesso”.
- E ti pare niente? Se ti ha detto di fare la stessa cosa, non voleva certo dirti di fare quello che aveva fatto il giudeo ridotto in fin di vita dai banditi!
- Non di sicuro! Non mi risulta che questo giudeo abbia fatto qualcosa di meritorio. Secondo Gesù avrei dovuto fare quello che ha fatto il buon samaritano. Ma allora?... tutto cambia!... Cosa intendeva? Da una parte ci dice di amare il nostro prossimo, cioè, secondo la parabola... chi ci salva la vita, dall’altra di ‘fare’ ciò che ha fatto il nostro prossimo... il nostro soccorritore.
- Appunto. Come vedi sono due cose molto diverse, e messe così insieme, in questa bellissima parabola, l’una illumina l’altra. La seconda soprattutto, l’esortazione ad agire come il buon samaritano, è quella che per Gesù più conta.
E’ giusto quello che dici tu, Shim’on, che amare il nostro prossimo, cioè chi ci ha fatto del bene è la cosa più ovvia e naturale che ci sia. Ti dirò di più, è un comportamento istintivo, normale persino per le bestie. Un cane cui diamo l’osso ci ama e ci è fedeli per la vita. E’ pronto a morire per noi. Ancor più e meglio di noi, i cani amano il loro prossimo persino più di sé stessi. Ma Gesù ti ha anche detto: “Vai e fai anche tu lo stesso”.
- A fare... come hai detto tu... quello che ha fatto il buon samaritano.
- Ma il buon samaritano, in quel frangente, non si è limitato ad amare il suo prossimo. Ha fatto qualcosa di più importante.
- Adesso lo vedo anch’io.
- Il giudeo malconcio non era per il buon samaritano il suo prossimo. Tutt’altro; e per due buone ragioni: perché giudei e samaritani, per i motivi religiosi che sai, sono stati storicamente e sono acerrimi nemici, e anche perché il giudeo rapinato non ha fatto niente di particolare per cui il samaritano dovesse considerarlo come suo prossimo.
- Mi stai dicendo che il samaritano può considerarsi ‘prossimo’ al giudeo, ma non il contrario, cioè che il giudeo fosse il ‘prossimo’ del samaritano.
- A Gesù premeva soprattutto dirti di ‘fare’ come il samaritano, che non si è limitato, come sai, ad amare il suo prossimo. E’ andato ben oltre. Lui ha amato il suo nemico. Con i fatti... non soltanto a parole. L’amare il proprio prossimo era un precetto antico e scontato non soltanto per gli ebrei, ma anche per gli egiziani e per molte altre più antiche religioni. Si riduce ad un puro atto di dovuta riconoscenza. Mi stai seguendo Shim’on?
- Ti seguo, amico mio. Ci sarebbe da aggiungere che dalla parabola non risulta neppure se poi il giudeo soccorso abbia poi amato il suo prossimo, ovverosia il soccorritore samaritano.
- Bene Shim’on! Hai afferrato un altro punto importante. C’è un salto infinito di qualità fra il comportamento del samaritano e quello che ci aspetteremmo dal giudeo.
Gesù con questa parabola ha cominciato a spiegarti chi sarebbe il nostro prossimo da amare, poi, con quattro parole soltanto, ti ha chiesto di fare ben altro; ti ha preso per mano e ti ha guidato per un tratto in un mondo diverso dal nostro. Ben altre corde dell’anima ci sollecita a toccare. Tra l’amare il prossimo che è d’obbligo per il giudeo, ed il soccorso spontaneo che il buon samaritano presta al suo nemico c’è un salto infinito. Come abbiamo detto l’amore per il prossimo è un moto emotivo del nostro animo, un impulso spontaneo del cuore cui persino i cani ci sono maestri; la carità del samaritano è un sentimento che va ben oltre. Lui si è materialmente sacrificato perdendo tempo e denaro per un uomo che gli era nemico, per un uomo cui neppure un sacerdote ed un levita, giudei come il povero malcapitato, si erano mossi a compassione, per un uomo, che al suo posto quasi certamente lo avrebbe lasciato in pasto ai cani del deserto.
Tra l’amore per il prossimo e la solerte carità per uno sconosciuto qualsiasi, aggiungi pure straniero e nemico giurato, c’è un abisso, anche se badiamo ai risultati, agli effetti, alle conseguenze, ai cambiamenti prodotti intorno a noi.
- A quali cambiamenti alludi?
- Amando semplicemente chi ci fa del bene lasciamo quasi sempre le cose come stanno. Nulla o ben poco cambia nei rapporti fra gli uomini.
L’amore amicale, coniugale, paterno e quello filiale, pur rappresentando forse le migliori espressioni di un prossimo amato più di sé stessi, si riducono tuttavia ad uno scambio di mutua riconoscenza per la compagnia, il piacere, la protezione, il sostentamento, il sostegno che ci danno l’amico, il coniuge, il padre e il figlio. E’ un do ut des dove non vedo il seme che dà cento per uno.
Il buon samaritano invece, con il suo soccorso misericordioso, spezza molte catene, costringendo il giudeo, un avversario storico, ad amarlo forse, quantomeno a rispettarlo, ad essergli riconoscente per sempre, provocando, solo per questo, una reazione virtuosa di portata incalcolabile.
L’atto caritatevole del samaritano è come un lievito miracoloso capace di trasformare un pugno di farina in un grosso pane, quest’inferno nel regno dei cieli, nel mondo dell’ideale divino.
- Anche a me il tuo Maestro aveva quindi dato l’occasione per ascendere al suo mondo spirituale. Io però in quel momento non ho avuto orecchie per intendere.
- Se sei arrivato sin qui, Shim’on, e sei riuscito a ritrovare ancora vivo Gesù, il seme che ti ha gettato nel cuore quel giorno sta forse, dopo tanti anni ed in modi imprevedibili, germogliando. Agli apostoli che fingevano di volerlo seguire, Gesù un giorno disse: “Io vado e voi mi cercherete. Dove io vado voi non potete venire. Voi siete di quaggiù. Il mio regno è troppo lontano per voi”. Tu solo Shim’on, sei stato capace di arrivare con le tue forze fin quassù. A te soltanto è stato permesso di seguire i suoi passi e di raggiungerlo. Significherà pure qualcosa quello che sei stato capace di fare. Per questo ti stiamo parlando come non abbiamo mai fatto con nessuno.
Chi non sa fare del bene al proprio nemico, sembra inoltre suggerire Gesù con questa parabola, impari almeno ad essere riconoscente, amando il suo prossimo come sé stesso. Anche la scontatissima riconoscenza che un cane ha verso chi gli porge un osso, viene, fra gli uomini, troppo spesso trascurata.
Due insegnamenti che sembrano completarsi perfettamente: lo sprone a soccorrere gli sconosciuti e persino i propri nemici viene incoraggiato e alimentato dal dovere della gratitudine, che è l’amore dei beneficati per il prossimo.
- Quant’è vero quello hai appena detto! Il nostro popolo si sta dilaniando proprio perché non sa attingere a queste due strabilianti risorse dell’animo umano: la carità nei confronti di tutti gli uomini che si trovano nel bisogno, nessuno escluso, e la doverosa riconoscenza. Il tuo Maestro, in Palestina, aveva veramente toccato la piaga.
- Il buon samaritano non era altri che Gesù, straniero e nemico ai giudei, proprio come quel samaritano. Come lui, infatti, ha sacrificato qualcosa di suo per gli altri. Soltanto che il samaritano della parabola ha dato di suo il tempo, il denaro, cure e attenzioni; Gesù ha dato il suo sangue fra mille sofferenze e umiliazioni, quasi la vita. Il supplizio cui Gesù andò serenamente incontro per salvare la vita agli stessi Galilei non fu forse l’atto più sublime che un figlio d’uomo abbia mai compiuto?
- Sublime?.... Altroché!... Anche se abbiamo già avuto esempi di uomini che sono andati incontro alla morte per la patria, per la libertà, per gli amici o per salvare un parente.
- Non lo metto in dubbio. Non c’è mai stata intenzione in Gesù di superare tutti in fatto di eroismo. Non nascondiamoci però che è più facile salire sul patibolo per la patria, per la libertà, come ha fatto mio padre, Giuda il Galileo, o anche per gli amici, per i parenti, in sostanza per il proprio prossimo, che non sacrificarsi deliberatamente per salvare i nemici, o meglio ancora per salvare la vita di coloro che ti hanno ripetutamente ingannato, tradito e venduto. Ora ti chiedo, Shim’on: è mai successo questo prima di Gesù?
- Seppure fosse, in questo momento non mi viene in mente.
24 - Una medicina per l’anima
- Non ti pare, Tommaso, che Gesù abbia detto, su questo argomento, talvolta una cosa, tal altra il contrario?
- In quale caso?
- Da una parte ci esorta ad amare il nostro prossimo; a perdonare sempre e in ogni caso i nostri peggiori nemici; a porgere l’altra guancia a chi ci colpisce e ci offende; a non fare uso della spada...
- E dove sarebbe l’incoerenza?
- Fammi finire!...Si contraddice, per esempio, quando afferma che è venuto a portare la guerra... non la pace, che dobbiamo vendere il mantello e acquistare la spada, che è venuto per mettere l’uno contro l’altro: il padre contro il figlio, la madre contro la figlia, la moglie contro il marito, il fratello contro il fratello... Il tuo Maestro non è stato mai tenero con l’ordinamento familiare... che è sacro per noi ebrei. Vuole che si ami il nemico e poi ci rimprovera se l’amore che abbiamo per nostro padre ci spinge ad andare al suo funerale. Ad un mio amico che Gli aveva chiesto di attenderlo soltanto il tempo necessario per seppellire suo padre, ingiunse di lasciar stare: “... che i morti seppelliscano i morti”. Che modo di parlare! Ci restammo tutti male.
- Si... comprendo quello che vuoi dire...
- Predica bene... quando ci esorta a perdonare i nostri nemici... mentre Lui stesso si mostra incapace di perdonare una nostra debolezza... una disobbedienza... la nostra ignoranza o la fatica che facciamo per comprenderlo quando parla.
Sai bene che per un niente ha impedito a tanti di seguirlo nel Regno dei Cieli!
- Si... è vero... non posso negarlo. Non ha voluto che lo seguisse persino chi era stato prodigiosamente guarito da Lui e chi aveva soltanto un ardente desiderio di abbandonare tutto per seguirlo in capo al mondo.
- E allora?... come lo spieghi?
- Non spetta a noi giustificarlo. Sono molte più le cose che non sappiamo sul suo conto di quelle che crediamo di conoscere.
Per quello che ne so, potrebbero essere molte le ragioni che spiegano il suo comportamento. Le contraddizioni che evidenzi mi sembrano solo apparenti.
Lui leggeva i segreti più insondabili dell’animo umano. Noi giudichiamo gli uomini molto superficialmente per l’aspetto che hanno, per le parole che dicono, per gli atti che compiono, per quello che sono disposti a rivelare di sé stessi agli altri. Lui vedeva ben altro e ben più a fondo.
Ti sei mai chiesto perché disprezzasse tanto gli ipocriti, i sacerdoti, i farisei, e, come l’ipocrisia, ben più di tante altre debolezze umane lo facesse infuriare?
- E’ vero!... E’ molto strano... Perché?
- Perché lo affliggeva infinitamente constatare l’immensa differenza fra le parole dette dagli uomini e i veri sentimenti che nascondevano e che Lui sapeva snidare.
- Non doveva essere per Lui un bel vedere! Mi chiedo perché mai accostava sistematicamente i farisei agli ipocriti? Con tutta sincerità non credo di essere, come fariseo, più ipocrita di tanti altri.
- Non farne un caso personale, Shim’on. Il fatto è che nei sacerdoti e nei farisei la differenza fra ciò che voi, nel sentirvi depositari della parola di Dio, mostrate a parole di essere, e quello che invece di fatto siete dentro, c’è un abisso incolmabile che colpiva il Maestro come un fetore insopportabile. Nella povera gente della strada, invece, quella che si batteva segretamente il petto davanti a Dio per i peccati che credeva di aver commessi, lo scarto fra quello che diceva e quello che era nell’intimo era minima. I suoi ‘poveri in Spirito’ erano spesso migliori di quello che essi stessi supponevano. Gesù lo vedeva, e questo lo faceva sentire più vicino ai semplici di cuore.
- Questo lo posso capire.
- Per tutte le contraddizioni che tu hai visto negli insegnamenti di Gesù ci sarebbe tanto da dire che le ore che contavi di trascorrere qui con noi non basterebbero. E’ proprio in quelle contraddizioni che si nasconde la parte più profonda e nascosta della Sua dottrina.
- Non lo metto in dubbio. Dovrei essere però uno di voi per conoscere la Sua Verità. Non è vero? So di essere un profano per voi e m’accontento di conoscere, i puri fatti... il seguito della storia se non ti dispiace.
- Molti tuoi interrogativi avranno una risposta quando ritornerai con la mente alle cose che ci stiamo dicendo in queste ore.
Pochi erano gli eletti che avevano raggiunto il livello spirituale che li mettesse in grado di approfittare pienamente degli insegnamenti del Maestro. Ti assicuro che Lui raccolse tutte le sue pecorelle smarrite. Non ne lasciò neppure una fuori. Non tutti coloro che presumevano di poter battere il suo sentiero erano in grado di sopportarne i rigori e le rinunce. Se questo ti può sembrare impietoso, non devi dimenticare che per tutti ci sarà la salvezza e la vita eterna. Lui tornerà per tutti gli altri... stanne certo... al momento giusto... in altri tempi... in altri luoghi... e sotto infinite sembianze.
Ritornando alle contraddizioni, devi inoltre sapere che Gesù, in sostanza è un guaritore. Diversamente da Esculapio che secondo i greci e i romani guarisce la carne, Lui, invece, cura e sana l’anima dell’uomo. Lui parte dall’alto, dalla parte divina dell’uomo, e siccome ‘... il più comprende il meno’, e ‘ ... ciò che è in alto è superiore e dà ordine all’inferiore’, avviene che alla guarigione dell’anima segue la guarigione del corpo materiale... come un sovrappiù. Sanata l’anima, infatti, e tolto il velo che la separa dallo Spirito eterno, la Potenza divina potrà, attraverso l’anima dell’uomo riversarsi sulla stessa carne e sanarla e reintegrarla nella sua pienezza. E’ così che ci è dato di diventare consapevoli di essere una cosa sola con il tutto.
Detto questo, Shim’on, hai mai visto un medico prescrivere la stessa medicina per tutte le malattie ed a tutti gli ammalati?
- Certo che no. Un buon medico dà ad ognuno la sua medicina, ad ogni malattia il suo farmaco.
- E’ ovvio. E puoi esser certo che uno solo è il farmaco ideale, il migliore di tutti i farmaci, quello in grado di guarire perfettamente una determinata malattia.
- Non ci sono dubbi. Seppure vi fossero due farmaci in grado di curare una malattia, uno dei due è superiore all’altro per efficacia.
- Inoltre non vi saranno mai due esseri umani identici in questo mondo, come non troverai mai due granelli di sabbia in tutto uguali.
- E’ naturale.
- A maggior ragione, non credi che le malattie dell’anima siano infinite come il numero degli ammalati?... e che ogni paziente vada curato in modo diverso?
- Credo proprio di sì.
- E’ per questo che Gesù parlava a ciascuno di noi in modo diverso. Ognuno di noi ha un’anima differente che va curata fino alla guarigione in un unico modo. A me, che ero un Galileo armato fino ai denti, addestrato ad uccidere, a spargere sangue ed alle vendette, imponeva, con parole e con arti sottili, di riporre la spada, di amare il peggior nemico, di perdonarlo e di volgergli l’altra guancia. Credi forse che ai pusillanimi, ai vigliacchi, agli accidiosi ed ai rinunciatari parlasse allo stesso modo?
- Credo proprio di no. Ad ognuno il suo.
- Proprio così. Per questo poteva succedere che la medicina somministrata a qualcuno potesse essere un veleno per un altro, e che ad un occhio superficiale poteva sembrare che il Maestro dicesse ora una cosa, ora il suo contrario, contraddicendosi. All’uomo ricco e avaro, attaccato morbosamente alle sue proprietà chiedeva di vender tutto e di distribuire il ricavato ai poveri; all’operaio geloso della moglie e dei suoi figli soppesava la sua disposizione a seguirlo, chiedendogli di abbandonare all’istante la sua adorata famiglia; per lo stesso motivo chiedeva al pescatore e al contadino di abbandonare la barca, la rete e i campi che gli erano preziosi, alla prostituta che rinnegasse il suo triste mestiere, dall’adultera pretendeva che rinunciasse all’amante.
Gesù fu sempre ostile ad ogni ordinamento religioso e fuggì come tentazioni sataniche le proposte che riceveva di iniziare una nuova corrente religiosa, perché ogni fede religiosa pretende di salvare tutti, una volta per sempre, con la stessa panacea buona a nulla; perché ogni religione si serve di medici che non sanno guarire sé stessi e tanto meno gli altri, di ministri incapaci di trovar la via per la porta dei cieli, abilissimi però a sbarrare il passo a chi sia in grado di entrarvi.
L’arte terapeutica di Gesù in sostanza mira unicamente e risvegliare il Maestro di noi stessi che dorme dentro di noi, la Potenza che ci rende sani, forti e liberi per l’eternità.
Le vie per arrivare alla luce sono infinite, come i raggi del sole. Ciascun uomo è una via... eterna ed interminabile.
25 - La trasmigrazione delle anime
- E’ la reincarnazione che mi lascia perplesso - proruppe Shim’on dopo essere stato a lungo soprappensiero con gli occhi fissi sul fuoco. - Rabbi Yehoshua’ ben Perahia mi raccontava delle interminabili discussioni che aveva con Gesù proprio sulla reincarnazione e sulla trasmigrazione delle anime. A quel tempo Gesù frequentava ad Alessandria una comunità di monaci seguaci di Shakyamuni. Si disse che fu qui che apprese le tecniche segrete che liberano l’uomo dalla morte e lo iniziano alla vita eterna. In Israele oggi sono molti a credere alla reincarnazione. La moda delle dottrine pitagoriche e delle iniziazioni misteriche diffuse con l’ellenismo, ha conquistato molti alla reincarnazione. Persino gli apostoli sembrano professarla segretamente.
- Gesù - disse Tommaso grattandosi la barba, - alludeva spesso alla reincarnazione, con parabole e metafore. Questo seme che doveva morire per rinascere e fruttare, eravamo proprio noi. Era importante, che il seme, il nostro spirito, trovasse una buona terra, una terra pura su cui radicare, germogliare e maturare. Più di una volta lo sentii dire che il Battista era la reincarnazione del profeta Elia. C’è una frase, ripetuta spesso da Lui, che non avrebbe senso se non presupponesse la trasmigrazione delle anime: “Molti sono i chiamati... pochi gli eletti”.
- Non vedo il nesso.
- Noi sappiamo che Gesù perdona tutti e salverà tutti, persino coloro che lo hanno condannato a morte. Tornerà infinite volte su questo nostro mondo fino a che non avrà salvato l’ultimo e il peggiore degli uomini. “Andate a cercare le pecorelle smarrite - ci esortò un giorno. In verità io stesso non sarò salvo se non lo sarà l’ultimo degli uomini”.
- E allora?
- Ti sei mai chiesto, Shim’on, cosa ne sarà dei ‘molti’ chiamati, della grande maggioranza degli uomini, di questa nostra generazione, se soltanto pochi saranno gli eletti?
- E’ vero!... che fine faranno?... Finiranno dannati all’inferno.
- Però ha anche detto che Lui salverà tutti, per quanto incorreggibili e sordi alla sua chiamata.
- Anche questo è vero. C’è una contraddizione.
- Ci sarebbe, infatti, una contraddizione, se non ci fosse la possibilità di un ritorno per tutti su questo mondo, per l’appunto la reincarnazione, grazie alla quale, alla fine dei tempi, tutti i chiamati diventeranno eletti.
Se non fosse così, di tutti i figli dell’uomo, passati, presenti e futuri, numerosi come la sabbia del deserto, soltanto un numero irrilevante si guadagnerà il Paradiso.
- E già. Un vero spreco della natura. Uno sciupio irragionevole e stupido per qualsiasi Creatore.
- O per qualsiasi Legge eterna che ordina il creato. Mentre noi sappiamo per certo che la Verità divina è perfetta armonia. Se preferisci puoi anche dire che Dio è bontà infinita.
Alcuni farisei, amici tuoi, l’avevano accusato di scacciare i demoni in nome di Beelzebul principe dei demoni e di essere nemico a Dio, di bestemmiarlo. Lui osò affermare davanti ai suoi accusatori, addirittura che: “... qualunque peccato e bestemmia sarà perdonata agli uomini, anche la peggiore delle bestemmie. Soltanto chi si pone contro lo Spirito Santo, la Legge divina, va incontro al castigo. Chi bestemmierà il Figlio dell’uomo sarà salvo, ma l’avversione contro la ragione cosmica, la Potenza, lo Spirito di verità non verrà mai perdonata, né in questa esistenza, né in quella successiva.”
Intendi bene, Shim’on, Lui l’ha detto! “...né in questa esistenza, né in quella successiva”. Ecco la Legge universale!...Quella che ci impone di vivere molte vite in questo mondo, per saldare i nostri debiti.
Vedi, Shim’on, nulla di ciò che è degno di essere compiuto può essere realizzato nel breve arco di una sola esistenza. Soltanto per questo motivo la reincarnazione è necessaria e provvidenziale.
- Molti passi delle Sante Scritture, se ci riflettiamo, diventano comprensibili soltanto alla luce della reincarnazione. Sapessi quante volte mi son chiesto perché mai Dio avesse tanto in odio il buon Esaù e amasse invece Giacobbe, suo fratello gemello. Secondo Malachia, Dio Padre disse: “ Ho amato Giacobbe e ho odiato Esaù”. Non era forse Esaù il legittimo erede di Isacco? Perché il Signore permise che Giacobbe, con perfido inganno usurpasse e derubasse il buon Esaù? Dio Padre è forse ingiusto nel detestare il buon Esaù e nel prediligere un usurpatore e impostore come Giacobbe, che è stato capace di ingannare così spudoratamente il padre Isacco morente? Non potrà mai essere! Ma sai quante volte mi sono posto queste domande?
La reincarnazione soltanto può giustificare la predilezione di Dio per il figlio disonesto di Isacco. La preferenza di Dio per Giacobbe può essere maturata osservando una lunga sequenza di esistenze. In precedenti vite Giacobbe avrà dato prove di devozione e di fedeltà al suo Dio molto più convincenti di quelle del fratello. Non ti pare Tommaso?
- Giusta osservazione Shim’on. Anche l’avventura di Giona che ritorna agli uomini dopo essere stato per tre giorni nel ventre della balena è una prefigurazione della reincarnazione. Il Dio di Giona ci rivela soprattutto la sua infinita misericordia; che non esistono condanne divine definitive; che la Legge divina è alla fin fine nelle mani dell’uomo; che qualsiasi castigo celeste può essere revocato in ogni momento, all’infinito, in questa o in altre esistenze.
- Ma a ripensarci, ve ne sono altri di passi strani che potrebbero ipotizzare la reincarnazione. Re Saul, per esempio, non aveva chiesto alla pitonessa di Endor di evocare lo spirito del profeta Samuele? E Dio non disse a Geremia: “ Prima di formarti nel grembo materno ti conoscevo; prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato...”?
- Il Libro, Shim’on, è pieno di allusioni alla reincarnazione. Re Salomone disse: “ Ero fanciullo di nobile indole; avevo avuto in sorte un’anima buona; o piuttosto, essendo buono, ero entrato in un corpo senza colpa”.
Trovo strano piuttosto che i Galilei non abbiano ancora preso le distanze dalla reincarnazione. Strano... molto strano.
- Perché lo trovi così strano?
- Perché gli apostoli sono intenzionati a fondare una nuova religione, un Tempio tutto loro, mentre la reincarnazione rimanda ad altre vite la possibilità di redimersi, di riscattare i propri debiti con la propria coscienza. Tutto questo ridimensiona l’indispensabilità dei ministri di Dio, di un sacerdozio designato alla remissione dei peccati. La legge cosmica che è alla base della reincarnazione, ci suggerisce che nessuno ha il diritto di condannare e di assolvere le nostre colpe e che soltanto noi possiamo farlo.
- E come?
- Con buoni pensieri, buone parole, buone azioni e perdonando infinite volte persino chi ci ha fatto del male.
- Ancora questo perdono! Chiedete troppo agli uomini, voi, discepoli di Gesù.
- Vedi, Shim’on, se Gesù ha detto che tutto e tutti devono essere perdonati, persino i peggiori nemici, è per il semplice motivo che tutti quanti, prima o poi, saranno beati in eterno e immortali. Dico tutti. Non ce ne sarà uno che resterà fuori del Regno dei cieli. A nessuno sarà negata la Terra Pura delle beatitudini. Neppure ad Erode, a Caifa, a Tiberio. Dobbiamo perdonare tutto a tutti come se perdonassimo a noi stessi, poiché non possiamo sapere mai con certezza se il nostro peggior nemico è stato, o sarà mai, in altre vite, nostro padre, nostra madre o nostro figlio, o se finirà magari col precederci nel Regno dei cieli.
- Se fosse come dici, Tommaso, il sentimento dell’odio sarebbe persino illogico e stupido, mentre il perdono, la cosa più naturale e intelligente che possiamo fare.
- Soltanto perdonando gli altri, i nostri debiti spirituali possono essere rimessi.
26 - La “legge del contraccambio”
- Ma di quali debiti parli?
- Di quelli accumulati e dimenticati secondo la ‘legge del contraccambio’.
- La ‘legge del contraccambio’?
- Sopra ogni legge umana e oltre la stessa Legge di Mosé c’è questa legge universale. Il bene o il male che facciamo aderisce alla nostra anima trasmutandola o deformandola, si accumula di vita in vita e si sconta vivendo.
- Qualcosa come la legge del taglione: occhio per occhio...dente per dente?
- Se ti fa piacere. Una legge del taglione divina che però non sana la colpa con le facili assoluzioni, buoni propositi, pentimenti, contrizioni, preghiere o riti, sterili precetti, sacrifici di animali, bensì perdonando, amando il prossimo e compiendo opere e riparazioni efficaci in grado di compensare il male fatto. Non c’è un giudice che decide, c’è una legge, un’armonia eterna che si perpetua pretendendo da tutto e da tutti che ogni parola, ogni pensiero ed ogni atto commesso comporti un risultato che ritorna prima o poi a chi lo ha fatto, ristabilendo così l’alterato equilibrio cosmico. Persino i tuoi capelli sono contati, Shim’on, non se può strappare uno senza che nulla accada; ognuno, volente o nolente salderà il suo debito; ognuno risponderà fino all’ultimo di ogni azione fatta o pensata e di ogni parola sussurrata. In principio era l’azione, Shim’on…il karman.
- Il giudizio divino, dunque, non sarebbe altro che questa eterna bilancia delle azioni.
- Prima ti ho detto che non c’è nulla oltre l’uomo, in verità avrei dovuto dirti che c’è questa legge divina universale che esprime una sua forza, che si impone al creato e su noi uomini. Noi siamo perciò liberi e potenti soltanto quando agiamo nel senso indicato da questa legge. Soltanto allora i nostri atti, i nostri pensieri e le nostre parole si caricano della sua forza e della sua potenza. Procedendo invece contro i dettami di questa verità conosceremo soltanto le fatiche e le frustrazioni di chi nuota contro corrente per esserne travolto. Ogni pensiero, ogni parola e ogni azione lasciano sempre un segno indelebile sul nostro spirito immortale. E’ impossibile prevedere le conseguenze che le nostre parole e i nostri atti causano agli altri. E’ come un’onda del mare che sospinge e ingrossa l’onda che la precede. Se siamo nati a questa vita è perché abbiamo un debito da scontare. Per questo siamo tutti peccatori... tutti debitori. Veniamo tutti al mondo con un fardello originale...
- Il peccato originale?
- Qualcosa come un rendiconto da bilanciare fatto di comportamenti, un debito da saldare. Siamo liberi di lasciare questo mondo con un debito maggiore o con un debito minore. Nessuno però pagherà per noi, neppure Gesù. Mentono i Galilei quando dicono che Gesù è morto per scontare i nostri peccati. Nessuno può farlo. E non sarebbe neppure giusto. I grandi debiti vanno saldati soltanto con rinunce e sofferenze adeguate oppure più semplicemente amando il nostro prossimo, sentirsi una sola cosa con lui, in contentezza, come ci ha insegnato Gesù.
Persino alcuni farisei credono a tutto questo. Mi risulta che ci credesse persino tuo nonno Hillel che è stato il Capo del Sinedrio per più di 40 anni. Non fu lui a dire, prima di Gesù stesso: “ Non fate agli altri ciò che non volete si faccia a voi”? Non sono forse queste parole il succo stesso della ‘Legge del contraccambio’?
- Si... è vero... Adesso che mi ci fai pensare... ero molto piccolo... mi raccontava ogni tanto la storia del cranio che galleggiava nell’acqua.
- Si può conoscere?
- Mio nonno mi faceva credere che un giorno aveva visto galleggiare un cranio su una pozza d’acqua. Parlò a quel cranio dicendo: “ Poiché tu hai affogato qualcuno, tu stesso sei stato affogato da altri; e stai pur certo che coloro i quali ti hanno affogato verranno a loro volta affogati”.
Mi voleva dire qualcosa di più di un semplice storiella. Soltanto adesso me ne rendo conto. Meglio tardi che mai!
- Tuo nonno parlava talvolta come Gesù. Aveva ragione lui. Non usciremo mai da questo mondo finché non avremo pagato l’ultimo spicciolo.
27 - Il bambino nato cieco
- I tuoi fratelli raccontano che un giorno qualcuno chiese a Gesù che colpa grave avesse commesso, agli occhi di Dio, un bambino nato cieco fin dalla nascita cui Gesù aveva appena dato la vista. Sai tu cosa avrebbe risposto Gesù secondo gli apostoli?
- Non lo ricordo più. Dimmelo tu.
- Che era nato cieco per la gloria del Signore.
- Per la gloria del Signore? Ma cosa fanno dire a Gesù! - gridò indispettito Tommaso. - Che gloria ci può essere a far nascere un bambino cieco? Non può aver mai detto una frase del genere.
- Pure a me sembrò assurda. Chiesi maggiori spiegazioni. Mi si disse che quel bambino era nato cieco affinché Gesù, guarendolo miracolosamente si rivelasse a tutti come figlio glorioso e onnipotente di Dio.
- Poveri noi!. Che immagine meschina si ha di un Dio! Gesù non avrebbe potuto proferire quelle parole per almeno due buone ragioni. Ha sempre temuto ed evitato in tutte le maniere ed in ogni occasione di rivelarsi come un Dio e di essere adorato come tale. Fuggiva gli apostoli come ispirati da Satana solo perché lo volevano Messia e lo indicavano a tutti come l’unto del Signore. Se voleva essere glorificato dalle folle come un divino Cesare, avrebbe potuto accogliere le proposte tentatrici che Simon Pietro gli aveva fatte nel deserto. Ma la ragione principale per cui non poteva esprimersi in quel modo sulla cecità del bambino è perché avrebbe potuto soltanto dire che era cieco unicamente per saldare un debito accumulato in esistenze precedenti.
- Anche per una madre - aggiunse Maddalena, - può essere di consolazione sapere che la cecità del figlio, per la divina bilancia delle azioni, servirà a espiare una propria colpa oltreché del figlio e che darà a tutt’e due il diritto di ritornare a vivere un’esistenza migliore.
28 - La parabola dei talenti
- Ascolta, Shim’on - disse Tommaso, - cosa ci raccontò un giorno Gesù a proposito della legge del contraccambio:
“Un uomo, sul punto di mettersi in viaggio, chiamò i suoi tre lavoranti e diede, a seconda delle capacità di ciascuno, cinque talenti al primo, al secondo due talenti, al terzo operaio un talento solamente.
Il primo operaio, durante l’assenza del padrone, mise a profitto i suoi cinque talenti affinché raddoppiassero. Così fece il secondo operaio. Il terzo, invece, irritato con il suo padrone per aver avuto meno degli altri, si limitò a nascondere sottoterra il talento ricevuto.
Dopo alcuni anni il padrone fece ritorno alla sua proprietà e chiamò i lavoranti a rispondere del modo in cui avevano messo a profitto i talenti ricevuti.
I primi due operai mostrarono di aver raddoppiato il denaro ricevuto e il padrone riconoscente li accolse nel suo podere. Il buon padrone, comandò, inoltre, che i talenti restassero nelle loro mani.
Il terzo operaio, invece, si presentò al suo padrone recriminando e lamentandosi di aver avuto da lui soltanto un talento, e accusandolo di essere stato duro e ingiusto con lui.
Il padrone ordinò ai suoi servi di togliergli il talento e di cacciarlo dalle sue terre. Donò poi il talento al primo degli operai, quello che ne aveva già dieci”.
Gesù terminò la parabola aggiungendo che a chi ha, sarà dato e vivrà nell’abbondanza, e a chi non ha, sarà tolto pure quel poco che ha.
Come la intendi tu questa parabola?
- Non la intendo affatto. Non mi pare per niente in tono con gli insegnamenti di Gesù, questo padrone che toglie ai poveri per dare ai ricchi.
- Dopo quello che abbiamo appena detto sulla legge del contraccambio, la parabola avrebbe dovuto esserti chiara. E’ il mercante che parla in te, Shim’on, non il buon fariseo che conosco. Quei talenti, in realtà, non sono denaro, ma attitudini, buone disposizioni, qualità del cuore che non dobbiamo mai dimenticare di coltivare e di incrementare. Se è vero che vengono date in misura diversa, a ciascuno di noi, al momento della nascita, vengono però assegnate a seconda dei nostri meriti accumulati durante le vite precedenti. Infatti il buon padrone distribuisce i suoi talenti non certo a suo capriccio, ma a seconda delle ‘capacità di ciascuno’.
In realtà, nel mondo dello Spirito, nessuno ci dona o ci toglie niente, se non noi stessi. Abbiamo il dovere di trasmutare noi stessi nel corso della nostra esistenza terrena in qualcosa di più prezioso, con l’aiuto dei talenti che noi stessi abbiamo faticosamente conquistati.
- Mi stai dicendo ancora una volta che non c’è un Creatore che ci ha fatto così come siamo e che noi soltanto siamo responsabili del nostro destino. Ma come la mettiamo allora con quel padrone che distribuisce i talenti ai suoi operai? Non è forse Dio stesso?
- Certo che no. Lui impersona soltanto la legge della retribuzione delle anime, poiché distribuisce i talenti in base alle capacità di ciascuno.
- Non ti sarà facile, Tommaso, convincermi che al posto di un Dio creatore ci sia questa eterna legge del contraccambio, con la quale ad ogni causa segue immancabilmente un effetto. La nostra anima sarebbe perciò eterna, increata e trasmigra di corpo in corpo.
- Una volta Gesù mi disse: “Prima che il tuo Dio fosse... io ero”. Cosa intendeva se non che il suo Spirito, come quello di tutti noi, è sempre stato e sempre sarà? che il nostro Dio, come quello di tutti i popoli della terra è soltanto un’emanazione dello Spirito dell’uomo?
Il principio cosmico del contraccambio - precisò Tommaso, - rifiutando un Dio salvatore e indicando l’uomo come il solo responsabile della propria redenzione, evidenzia, come ti ho già detto, l’inutilità dei ministri di Dio, dei templi, degli altari, dei sacrifici e dei precetti. Gesù detestava i sacerdoti del Tempio, gli scribi, i farisei e tutti coloro che armeggiavano intorno alle scritture. Non si stancava mai di insultarli: “...razza di vipere!... sepolcri imbiancati brulicanti di vermi!...ipocriti!... Guai a voi, dottori della Legge!... perché siete come il cane sdraiato nella mangiatoia, il quale non mangia né lascia mangiare i buoi!...Guai a voi... che non volete entrare nel regno dei cieli, né permettete agli altri di entrarvi. Guai a voi.... ‘figli della luce’ - disse accigliato a Giovanni, - ... che per essere tanto occupati a servire il vostro Dio, non trovate più il tempo per essere buoni. Non ho mai trovato fra i vostri pari, nemmeno uno che avesse sete”.
Nessuno di noi lo ha mai visto pregare nel Tempio o in una sinagoga. In questi luoghi disputava aspramente al limite dell’oltraggio e rischiando continuamente di essere cacciato, arrestato e persino lapidato. “Io non ho mai abitato in una casa - mi disse un giorno - ... non è davanti al Tempio che cresce la mia messe”.
Lui amava pregare nel deserto, sulle alture, sotto gli olivi e sotto le stelle, nelle grotte e persino nei cimiteri e fra i sepolcri. Mai in un tempio... neppure fra la gente... sempre da solo. Quando pregava teneva tutti lontano, persino i suoi discepoli, i suoi più cari amici. “Che nessuno vi veda quando pregate - diceva - Chiudetevi nella vostra stanza e parlate da solo a solo con lo Spirito che è in voi.... Chiedete fervidamente e vi sarà dato...Siate di poche parole quando pregate... non fate come gli altri... che non la finiscono mai. Il Padre celeste che vi legge nel cuore conosce meglio di voi i vostri veri bisogni... In verità vi dico che il regno del Padre è già dentro di voi, e spetta soltanto a voi realizzarlo”.
29 - Che cosa è venuto a fare ?
- In conclusione...se ho ben capito - disse Shim’on, - Gesù non è Dio, né suo figlio, e mai ha preteso di esserlo. Gesù non è il Messia, né il Cristo, né il re dei giudei che libererà gli ebrei dai romani, e mai più lo sarà, per quanto insistano e armeggino gli apostoli. Gesù non ha assunto su di sé i peccati degli ebrei e non è stato il Salvatore di nessuno, tant’è vero che dopo aver lasciato la Palestina, tutto sta andando di male in peggio per gli ebrei e nulla di buono si profila all’orizzonte per molti anni a venire. Gesù ha predicato la sua Buona Nuova senza però riuscire a convincere più di un pugno di uomini e di donne - scusami Tommaso la franchezza - senza riuscire a scalfire minimamente, con i suoi insegnamenti, il cuore del mio popolo. Per ultimo, a sentir voi, non vuole innalzare un Tempio a suo nome, né un ordine sacerdotale, né una nuova fede che perpetuino la sua dottrina; ma allora che cosa è venuto a fare da noi e in questo mondaccio se non per farsi ammazzare?
- So quello che vuoi dire. Anche io me lo chiedevo e ho faticato per comprendere che un vero maestro appare sempre al momento giusto, quando si ha più bisogno di lui. Non ha mai voluto fare una rivoluzione, come pretendevano gli apostoli, o trasformare il cuore degli uomini, la sofferenza in beatitudine, da un giorno all’altro. Se avesse voluto questo dovremmo allora dire, a giudicare dai risultati e dagli sconvolgimenti in Palestina, che la sua venuta si è risolta con un disastro.
La primavera non viene mai da un giorno all’altro. C’è sempre qualche timido fiore che appare prima degli altri ad annunciarla. Poi i prati si colorano improvvisamente di infiniti fiori. Il cammino dell’umanità procede a tentoni grazie all’apparizione di pochissimi uomini eccezionali. Saranno loro che come il lievito della pasta faranno crescere uno spirito nuovo in tutti quanti.
Gesù sapeva di poter riconoscere in Israele alcuni spiriti eletti - pochi per la verità - in grado di intendere quello che insegnava e di farlo fruttare. La trasmutazione del cuore di pochi eletti precederà quella dei molti. I tempi, secondo il nostro modo di valutare, saranno ovviamente lunghi.
Gesù si è limitato soltanto a cercare le sue pecorelle smarrite, non il gregge. In molte sue parabole accenna spesso ad un pastore che abbandona il gregge per andare a cercare la pecorella perduta. Voleva raccogliere soltanto le perle gettate ai cani e ai porci, il buon seme di Adamo soffocato dalle spine e gettato fra i sassi e nella terra sterile. Diceva di essere venuto a cercare i peccatori che vogliono guarire e redimersi, non già i sedicenti buoni che ritengono di trovarsi nel regno dei beati e non nell’inferno degli inferni. Voleva che i suoi fratelli in spirito non marcissero fra i frutti guasti e verminosi; che il buon seme di Adamo avesse una terra pura su cui maturare. Secondo lui questo era il solo modo per poter poi salvare tutto il resto del gregge. Fece come Noè che salvò con la sua arca il salvabile, non tutti quanti, da un diluvio universale che avrebbe cancellato il resto dell’umanità dalla faccia della terra.
Gesù raccolse coloro che avevano cuore per intenderlo e li salvò dal ferro e dal fuoco che di lì a poco si sarebbero abbattuti sul popolo d’Israele. La cerca di Gesù avrebbe dovuto essere invisibile agli altri. Nessuno avrebbe dovuto accorgersene. Nessuno avrebbe dovuto andare sulla croce. Furono gli apostoli a guastare tutto. Non poterono fare a meno di proclamare a suon di tromba la venuta del Messia. Prima di andare in Palestina e dopo la crocifissione riuscì benissimo a raccogliere le sue perle preziose, segretamente e senza dare scandalo. Il viaggio in Palestina fu un incidente di percorso. Felice incidente per qualcuno di noi.
- Ma con quale criterio Lui sceglieva le persone spiritualmente degne di seguirlo? Perché non io? Sono forse da meno di tanti eletti? Ho dedicato la vita interamente a Dio, alla carità e alla preghiera. Perché non io?
- Vedi... amico mio... Lui non li sceglieva i suoi discepoli. Piuttosto...li riconosceva fra tanti. Lui sapeva entrare realmente nel cuore della gente e leggere la loro anima come fosse un libro.
Non sono mai i libri, le preghiere, il culto, le offerte, il rispetto per i comandamenti e i precetti a fare un discepolo di Gesù. Soltanto pochi uomini, da certi segni che Lui solo capiva, gli apparivano pronti e maturi per la via degli immortali. Riconosceva questi uomini così, semplicemente, come tu puoi riconoscere quando un dattero è maturo.
30 - Le vergini prudenti e le vergini avventate
A tal proposito, una volta ci raccontò questa storia:
“... dieci vergini presero le loro lampade ed uscirono incontro allo sposo. Cinque vergini, quelle avventate, dimenticarono di portar con sé l’olio per alimentare le lampade, mentre le altre cinque, quelle più accorte, riempirono i vasetti d’olio.
Scese la notte; lo sposo tardava; le vergini nella lunga attesa finirono coll’addormentarsi.
A mezzanotte, finalmente si sentì gridare: ‘Ecco lo sposo!’. Le ragazze si svegliarono e apprestarono in gran fretta le lanterne per illuminare il sentiero dello sposo; le stolte, che in quel momento s’avvidero di non aver olio a sufficienza dissero alle altre che ne avevano provvista: ‘Dividiamo il vostro olio... le nostre lampade vanno spengendosi.’ ‘Non possiamo - risposero le ragazze prudenti - non ve ne sarebbe abbastanza per voi e per noi. Andate piuttosto a comprarne.’
Le giovani avventate andarono e non furono così in grado di accogliere e onorare lo sposo che accolse nella sala di nozze soltanto le vergini con la lampada colma d’olio e ben accesa.”
Amico mio - disse Tommaso, - i ‘pochi’ chiamati a raccolta dal Signore, possono apparire ai più, simili agli altri, o anche peggiori; li distingue soltanto il fatto che hanno nel cuore una piccola lampada luminosa colma d’olio, che soltanto il Maestro può vedere. E se non ce l’hai dentro quell’olio... nessuno te lo può dare.
Tu non immagini, Shim’on, quante verità spirituali ha seminato Gesù lungo le strade del mondo. Prima o poi quei semi sbocceranno e l’umanità sarà costretta a trasmutarsi, gradualmente e impercettibilmente. Se ti sembra che le cose non mutino come vorresti, non dimenticare che questo mondo appartiene al principe del male e che se non ci fossero i seminatori di verità come il nostro Gesù, tutto degenererebbe, e l’umanità imbestierebbe in men che non si dica.
Questo è il modo in cui opera il mio Maestro. Ti parrà poco...ma credi a me, è il solo modo per cambiare il mondo. Nessun Dio onnipotente, da qui ai millenni che verranno, muoverà un dito per liberare l’uomo dal dolore, dal male, dalla menzogna e dalla schiavitù. Le favole e i miracoli appartengono ai bambini soltanto.
31 - Le guarigioni e i miracoli di Gesù
- Mica tanto!- esclamò Shim’on. - Come si conciliano allora i clamorosi miracoli di Gesù con la sua intenzione di limitarsi a rintracciare i suoi pochi eletti senza dare nell’occhio?
- Bella domanda! C’è una cosa che va subito detta; Gesù non operò mai prodigi... dico mai... che non potevano essere fatti da un uomo la cui fede è assoluta. Se fosse stato onnipotente come il tuo Yahvé, non avrebbe mai ostentato davanti agli uomini la sua divina superiorità. Si sarebbe sentito ridicolo e meschino come quell’uomo che dà fuoco ad un formicaio per manifestare la sua potenza.
- Giusto! - assentì Shim’on. - I Galilei raccontano a tutti di un Gesù vanaglorioso sempre pronto a stupire gli uomini con i suoi miracoli. Non mi convinceva un figlio di Dio così potente e ad un tempo così ansioso di rivelarsi superiore a tutti. Ci vedevo del ciarlatano, del mago da fiera in questo atteggiamento.
- Io non so di quali miracoli parli. Dopo la nostra partenza molti fatti sono stati ingigantiti, altri inventati di sana pianta. Aveva di sicuro profondissime conoscenze mediche. Maddalena te lo può dire. Molti infusi e molti unguenti li preparava lei stessa con le erbe e le terre che le indicava.
- Miracoloso è questo unguento - confermò Maddalena mostrando un vasetto di vetro. - Le piaghe e le pustole guariscono in pochi giorni, anche quelle della lebbra. Qualsiasi ferita rimargina in metà tempo. Attingeva ad un’antica sapienza medica i cui principi sono andati perduti.
La malvagità degli uomini - continuò Maddalena, - era per lui una vera e propria malattia, anzi, la madre di tutte le malattie. Le colpe stesse, i peccati e gli attaccamenti morbosi, veri o presunti agirebbero come un tarlo nella mente degli uomini, fino a colpire il corpo come un vero e proprio morbo. Soltanto per questo capitò che rimettendo a taluni i loro peccati e perdonandoli, li abbia pure fisicamente guariti da una loro malattia. Rimproverava spesso alla nostra religione ed ai sacerdoti di caricare la coscienza degli ebrei di troppi precetti, di troppi comandamenti, di continue ammonizioni. S’era accorto che quasi tutte le malattie della mente e dello spirito avevano per focolaio il timore di non poter corrispondere alle attese di un Dio collerico e vendicativo che li avrebbe puniti spietatamente colpendo addirittura i propri figli, fino alla settima generazione. Ecco perché l’esser toccati da Gesù, che ritenevano il figlio misericordioso di Dio, o il sentirsi dire di essere guariti, poteva bastare a liberare gli indemoniati, a far rinsavire i pazzi, a far camminare gli storpi e far vedere i ciechi. Però con quanta circospezione e con quanta modestia faceva questo! Era solito raccomandarsi: “Non dire a nessuno chi ti ha guarito!” “Non sono stato io. E’ la tua fede che ti ha salvato!”
Quante volte l’ho sentito dire dopo aver guarito qualcuno: “Vai e non peccare mai più!” Cos’altro voleva dire con tali parole se non che la malattia era soltanto l’effetto de ‘la legge del contraccambio’, la materializzazione pura e semplice di un’antica offesa, di un attaccamento morboso, di una presunta colpa, di una lunga sofferenza, di una tristezza ed un rancore esacerbato, di un’incapacità d’amare e di perdonare? A che valeva guarire i corpi se l’origine del male era nell’anima?
- Tu, Maddalena, mi stai indicando il modo di riconoscere le vere guarigioni operate da Gesù, quelle contrassegnate dalla modestia, dall’umiltà, da una superiore finalità, da quelle finte, illusorie, spettacolari e in contraddizione con lo spirito della sua divina missione. Però, fra le arti che hanno più allarmato e sgomentato noi farisei, c’è quella negromantica, quella degli esorcisti, quella di liberare gli indemoniati dagli spiriti immondi. Non lo negare... Gesù era maestro anche in questo. Io sono stato testimone di fatti raccapriccianti. So per certo che comandava ai demoni. Invocava sempre uno Spirito. Che specie di spirito infernale fosse capace di evocare lo sa soltanto Dio. E non venirmi a dire che era uno Spirito Santo.
- Soltanto Lazzaro - tagliò corto Tommaso - è in grado di dirti come riusciva Gesù, a comunicare con il suo demone.
32 - Lo Spirito Santo
- Con il suo demone? Ma che stregoneria è questa!
- Non è come pensi Shim’on - disse subito Lazzaro, - anche se Gesù è stato condannato dal Sinedrio per stregoneria, magia e negromanzia. Gesù non riuscì mai a farsi intendere dagli ebrei su questo punto. I demoni della Thora sono spiriti negativi, incubi e succubi; sono al servizio del male; sono gli angeli ribelli a Dio. Il demone che comunicava con Gesù si limitava soltanto a indicargli il sentiero della verità. E’ il demone buono che ispirava Socrate. Se vuoi è piuttosto un Angelo sapiente; lo spirito buono che lui stesso ci ha insegnato ad evocare nei momenti difficili.
- Sarebbe allora Lui il vostro misterioso Spirito Santo?
- Diciamo di sì. L’estrazione culturale e spirituale di Gesù, così estranea alla nostra tradizione, lo metteva spesso in situazioni pericolose. Sai bene che lo accusavano continuamente di parlare con i morti, di imporsi ai demoni e di farsi obbedire da Satana stesso. Lo Spirito che ispirava l’opera di Gesù era buono e puro e fummo costretti, a scanso di equivoci, a chiamarlo per l’appunto Spirito Santo.
Se avessimo il tempo - disse Lazzaro, - dovremmo a questo punto parlare di trasmigrazione dello Spirito, di quell’insegnamento sconosciuto di cui Gesù era depositario e per il quale era stato chiamato dagli esseni.
Grazie a certe recondite conoscenze, poteva cadere per interi giorni in uno stato simile alla morte e trasferire la sua coscienza e il suo Spirito in luoghi lontani, nel cuore di un essere vivente, agonizzante, o addirittura privo di vita.
Non dico tanto per dire, Shim’on; alcuni di noi sono stati messi in grado di evocare, proprio come Lui, lo Spirito dei Santi.
- Ma in sostanza... cosa sarebbe questo Spirito Santo? - domandò perplesso e intimorito Shim’on.
- Ti dirò quello che posso. Quando Gesù lascerà questo mondo e si libererà degli ultimi condizionamenti che gli affliggono la carne, Lui diventerà perfetto, beato e santo e diventerà tutt’uno con il Padre che è nei cieli ed il suo Spirito potrà scendere su di noi tutte le volte che lo invocheremo.
Devi sapere che il cammino che conduce alla beatitudine del compimento ci rende tutti perfetti alla stessa maniera. I Perfetti come il Padre nostro diventeranno così una sola cosa con Lui, proprio come una goccia di pioggia che cade in mare.
Lo Spirito Santo a questo punto non può avere più alcuna determinazione: è padre, madre, figlio ad un tempo: è la Potenza dell’universo, lo Spirito di Verità.
- Ora comprendo la circospezione degli apostoli per questo Spirito Santo. Si parla sempre di un Dio Padre, di un Dio figlio, ma se soltanto accenni a questo Spirito Santo diventano tutti reticenti e sospettosi.
- Lo credo bene Shim’on - disse Lazzaro, - ma non soltanto perché si ha timore di toccare un punto scabroso della dottrina di Gesù. Non è soltanto la paura di essere tacciati di negromanzia e di aver commercio con Belzebùl. Ci sono altri motivi.
Devi sapere che il Maestro ci esorta continuamente ad evocare lo Spirito di Verità, a parlare con lui, a interrogarlo, ad affidarsi alle sue cure, ai suoi consigli. Ci ha insegnato anche come fare. Ci ha assicurato che non sarà mai sordo alle nostre invocazioni: “Chiedete e vi sarà dato” ci dice. Come un padre che non sa negare nulla al figlio, questo Spirito benedetto esaudirà le nostre preghiere e non ci darà mai pietre per pane. Se lo chiameremo nel nome di Gesù, come Lui stesso ci ha insegnato, scenderà in mezzo a noi. Ma dobbiamo essere sempre soli con Lui, nel segreto della nostra casa, o in qualsiasi altro luogo appartato. Affinché si manifesti è necessario che nessun altro assista al contatto delle coscienze. Se soltanto due o tre persone si raccolgono per comunicare con questo Spirito misericordioso, Lui si limiterà a far sentire la sua presenza, ad ascoltare le nostre suppliche, ma non si manifesterà visibilmente e non risponderà sensibilmente alle nostre richieste.
Ho detto che lo Spirito divino, scenderà in mezzo a noi se soltanto lo invochiamo nel modo giusto e con animo puro; avrei dovuto invece dire che per qualche istante si verificherà qualcosa di incredibile: la perfetta unione fra noi e l’essere divino. E tu sai bene Shim’on che non parlo a vanvera; anche il nostro popolo ha conosciuto in altri tempi il modo di fare la stessa cosa.
- L’unione dell’uomo con un essere divino dici? Ti riferisci forse alla mistica della Merkavah?
- Esattamente. Non sono favole. Te l’assicuro.
Ora comprendi perché i Galilei sembrano avere qualche remora nel dare allo Spirito Santo l’importanza che ha?
- Se proprio devo dirti la verità... no. Pensavo di aver compreso... ma...
- Ma è chiarissimo! - continuò Lazzaro. - Innanzitutto senza l’intervento dello Spirito Santo, noi figli di Dio non potremmo mai conoscere il Padre nostro. Con lo Spirito Santo inoltre diventa superflua l’istituzione di un culto, di una religione, di un ministero divino. Che Dio sarebbe quello che per comunicare con le sue creature abbisogni di intermediari e di rappresentanti? Un Dio che si rispetti sarà pure in grado di parlare direttamente con chi lo invoca! Nessuno ha mai trovato Dio nel Tempio. Lo spirito divino è nel segreto del nostro cuore. Possiamo riuscire ad ascoltare la sua voce soltanto nel silenzio, in un momento di assoluta pace interiore e di perfetta attenzione. Se non si manifesta quando lo evocano più di due o tre persone è per farci intendere, a dir poco, l’inutilità dei templi e dei luoghi di preghiera, dove la gente si raduna in gran numero. Un colloquio con Dio non è uno spettacolo teatrale. Gesù pregava sempre in solitudine. Dobbiamo soltanto prendere il suo esempio.
- Certo...Certo. Mi chiedevo sempre perché mai Gesù si allontanasse persino dai suoi amici più cari nel momento di pregare e perché non pregasse insieme a loro. Ho sempre pensato che non ci fosse niente di più soave e intimo di una preghiera innalzata a Dio insieme a tante persone care.
- E’ un errore. Posso, al contrario, assicurarti, che le moltitudini in preghiera evocano soltanto una larva maligna, la parte più tenebrosa e malefica che il più perfido degli astanti in preghiera alimenta con la sua anima, ma ti prego di non chiedermi di più su questo argomento. Posso dirti invece che gli apostoli avrebbero un ulteriore serio motivo per non parlare troppo dello Spirito Santo.
- Quale motivo?...Che aspetti a dirmelo?
- Il motivo vero è che gli apostoli non hanno mai saputo come evocarlo. Gesù lo ha insegnato soltanto ai suoi veri discepoli, non a loro. Sono ciechi che conducono altri ciechi sull’orlo del precipizio. Per questo non sanno neppure loro quello che si fanno. Potevano salvarsi se avessero voluto. Lo dico con grande dolore... periranno tutti lapidati e crocifissi. Il sacrificio di Gesù fu inutile per loro. Gesù non morì per loro... almeno nel senso che vanno dicendo.
- Lapidati?... Crocifissi? - mormorò con un accorato sospiro Shim’on - Giacomo... Giovanni... Simon Pietro...Andrea. E perché? ... La bilancia delle azioni? E’ stato così grave quello che hanno fatto?
- Attendi un po’, Shim’on, e giudicherai tu stesso.
- Con queste idee Gesù era veramente in guerra contro i princìpi di questo mondo! Una guerra senza spade ma senza risparmio di colpi! Il suo più grande miracolo è stato quello di aver saputo infiltrare questi pensieri nella mente di taluni ed esserne uscito vivo. Mi chiedo ancora come abbia potuto fare.
- Presto ti sarà detto - riprese Tommaso. - Preparati però a conoscere fatti che ti faranno allibire.
33 - Le nozze di Cana
- Non lo metto in dubbio. Sono oramai pronto a tutto. Ma permettimi di chiederti la verità sui tanti miracoli inverosimili attribuiti a Gesù.
Sulla guarigione improvvisa della suocera di Simone a Cafarnao, dopo tutto quello che mi hai raccontato di tuo fratello, non ci vuole un profeta per giudicarla una finta guarigione, ordita e imbeccata alla vecchia dallo stesso genero.
Anche sull’indemoniato di Gadara ho sempre avuto dei sospetti.
- I Galilei - confermò Tommaso, - amavano organizzare per la folla, con l’aiuto di improvvisati indemoniati, richiami di grande effetto. Gesù stesso, quando poteva, li smascherava pubblicamente e li cacciava via malamente. Non li voleva per nessun motivo al suo seguito. Appestavano il suo cammino. Ce n’erano in ogni angolo.
- Già. Troppi per essere tutti autentici.
Apprezzo molto, Tommaso, quello che mi dici a conferma dei miei sospetti. Avevo capito che sui miracoli c’era più di un attrito fra Lui e gli Apostoli. Ho visitato tutti i luoghi dove Gesù avrebbe compiuto prodigi; persino la sua Nazareth, dove però, stranamente, non operò alcun miracolo; dove addirittura, mi fu detto, venne lapidato dai suoi stessi concittadini. Incredibile! Secondo la gente del luogo, l’unico miracolo che fece quel giorno fu quello, prodigioso davvero, di uscirne vivo.
- Tu avresti visto Nazareth? ...Il luogo dove sarebbe nato? ... Ne sei proprio sicuro?
- A dirti il vero questa Nazareth non sono mai riuscito a trovarla. Nel cercarla però attraversai la città di Sefforis, dove seppi che i fatti di Nazareth erano accaduti in realtà proprio a Sefforis.
- Adesso ci siamo, Shim’on.
- Ma cosa successe a Sefforis? Fu veramente lapidato?
- Subì la prima delle tre lapidazioni.
- Addirittura tre lapidazioni!
- E per tre volte ne uscì vivo.
- Ma come andarono i fatti?
- Noi Galilei eravamo di casa a Sefforis. Nostra madre e le nostre sorelle vivevano lì. Per colpa nostra, di Barabba, della sua banda, la città era stata messa a ferro e fuoco dai romani. Per ben due volte. Molti innocenti furono crocifissi sul posto. Non fu una buona idea, quella di Simone, di condurre Gesù e tutti noi a Sefforis con l’intenzione di montare, all’insaputa del Maestro, uno dei suoi mirabolanti spettacoli.
La popolazione non aveva dimenticato e per non correre rischi ci riservò una brutta accoglienza. Sai come andarono le cose. Gesù si rifiutò di fare miracoli; fummo tutti cacciati a sassate. Lui venne lapidato. Noi scappammo senza voltarci indietro.
Lo rivedemmo a Cafarnao tre giorni dopo, fresco come una rosa. Parlava alla gente lungo la riva; scuro in volto gridava peste e corna di Cafarnao e di noi Galilei.
- Ne aveva tutte le ragioni.
Eppure ne fece di miracoli! Se, come mi dite, il potere di fare certi miracoli è connaturale all’uomo, sia pure all’uomo illuminato dallo Spirito di Verità, come me lo spiegate quello delle nozze di Cana? La trasformazione dell’acqua in vino, se pensiamo al prodigio in sé, mi è sempre apparso un gioco di prestigio da quattro soldi, degno più di un imbonitore da fiera che di Gesù.
- Le nozze di Cana dici?... L’acqua in vino?... ah ... sì... quello non fu un miracolo, Shim’on.
Dopo aver rifiutato le proposte di Simon Pietro di diventare re dei giudei, Gesù pensava soltanto a radunare intorno a sé i più convinti sostenitori della sua dottrina, coloro che Lui chiamava ‘suoi amici’, per condurli sui monti della Terra Pura.
Mia madre, però, la madre dei Galilei, lo assillava quotidianamente affinché prediligesse Giacomo e Giovanni fra tutti i discepoli e iniziasse a manifestarsi pubblicamente come Messia e si mettesse, senza ulteriori indugi, a capo di un movimento in grado di risvegliare lo spirito religioso, patriottico e bellicoso degli ebrei. Mia madre e i miei fratelli vedevano come polvere agli occhi la romanizzazione, l’ellenizzazione, l’idolatria dei pagani che si diffondeva fra il popolo di Dio. Sperava che Gesù, come e meglio del Battista, fosse in grado di ricondurre gli ebrei al Dio di Mosè e dei profeti, ma non sapeva ancora quale abisso si apriva fra l’ebraismo e l’idea di rinnovamento religioso che Gesù aveva in mente. Fu proprio in quei giorni che il Signore, dopo il risveglio da uno strano sonno, con il volto pallido e lo sguardo di chi aveva appena visto un fantasma ci chiamò tutti e ci raccontò di un sogno che aveva appena fatto.
La storia Shim’on la conosci. Era come se Gesù fosse presente in un pranzo di nozze. Ad un certo punto mia madre s’accorse che il vino era finito e si rivolse preoccupata a Gesù perché provvedesse. Gesù la redarguì aspramente. La allontanò da sé, come era solito fare tutte le volte che pubblicamente lei tentava di farsi passare per sua madre. Le disse che non c’era niente che lo legasse a lei e che si occupasse dei fatti suoi. Poi però, come se il Signore avesse cambiato improvvisamente idea, fece riempire di acqua le idre di pietra usate per le abluzioni purificatorie. Ordinò di servire quell’acqua agli invitati che si avvidero soltanto di bere un vino migliore di quello che era stato servito fino a quel momento.
Come vedi, Shim’on, Gesù era solito comunicare il suo pensiero sotto forma di racconti, sogni, allegorie, parabole, preoccupato unicamente di far intendere le cose a chi era spiritualmente pronto a recepirle. Non voleva dare scandalo a chi non poteva e non voleva intendere.
Raccontando questo sogno Gesù annunziava a chi aveva orecchi per intendere, che era intenzionato ad esporre la sua dottrina soltanto ai suoi amici; che le idre di purificazione erano inaridite; che lo spirito divino non era più dietro il sipario del Tempio; che la religione dei nostri padri aveva fatto il suo corso; che neppure colmare quelle idre dell’antica acqua, sarebbe più bastato; che occorreva vino, piuttosto, per il nostro popolo, una nuova fede, un nuovo credo, una nuova concezione del divino: un vino nuovo per uomini nuovi. Gesù ha voluto suggerire a chi fosse stato in grado di aprire il cuore alla Buona Nuova che la differenza fra l’antica religione e la nuova era la stessa che correva fra l’acqua e il vino.
- Caspita che musica! E tua madre comprese che quel sogno si riferiva alla gente che pensava come lei?
- In quel momento? Neanche per idea. Soltanto più tardi.
Lei pretendeva che Gesù allungasse un poco d’acqua all’acqua delle idre, che aggiungesse un po’ di vino nuovo alle botti vecchie, che rattoppasse la pezza lisa con una nuova. Cosa che il Maestro ovviamente rifiutava recisamente. La Buona Nuova va presa così com’è oppure integralmente rifiutata. Si può dissentire dal suo insegnamento, non si può dire però che menasse il can per l’aia e avesse da offrire l’acqua fresca.
34 - Uno strano modo di insegnare
- Ma tu stai dicendo che Gesù, non era intenzionato a predicare la Buona Nuova a tutte le genti... al popolo eletto del Dio di Mosè.
- Proprio così, Shim’on. Il racconto delle nozze di Cana voleva dire soprattutto questo. Fin da quel momento Gesù cercò soltanto di andarsene via da quei luoghi il prima possibile. Soltanto alcune circostanze malaugurate, repentine e tumultuose glielo impedirono.
- Dicendo queste cose distruggi l’idea che mi ero fatta di un Gesù predicatore, maestro alle folle e...
- Niente di più errato. Niente di più estraneo alla sua mentalità di accodarsi al numero degli arruffapopoli, dei politicastri, dei predicatori settari come Giovanni Battista che a quel tempo nascevano dai sassi in ogni angolo della Palestina. Da dove era venuto si aveva un’altra idea di quel che fosse un maestro di sapienza. Un tal maestro non parla a tutti, ai molti, e non rincorre le folle. Viene per pochissimi. Sono anzi costoro che vanno a Lui, che lo vanno a cercare attratti da una forza che promana da Lui ma che non so spiegarti. E poi... non erano tanto le parole che ci conducevano a Lui quanto i suoi silenzi. Del resto, ti pare logico che un uomo di Dio abbia bisogno di tante parole per farsi strada fin dentro la nostra mente e il nostro cuore? Gesù detesta l’apostolato e le prediche. Il divino ch’è già dentro di noi va cercato scavando nella nostra anima, con l’approfondimento solitario, con i silenzi; non con prediche convincenti e roboanti parole. Si tratta soltanto di trovare il modo di perfezionare la nostra più intima sostanza.
Lui aveva da offrire una merce che non si dà al primo venuto. L’iniziativa deve partire soltanto da noi. Siamo noi che dobbiamo chiedere, siamo noi che dobbiamo bussare. “Bussate e vi sarà aperto... chiedete e vi sarà dato...domandate e vi sarà risposto”, amava ripetere. Ad illuminarci della sapienza viva non saranno tanto le risposte che avremo quanto le domande che sapremo fare.
Non avrebbe mai forzato le nostre coscienze per imporci la sua verità. Quello che aveva da dirci poteva dar frutti soltanto se avevamo di nostro un fortissimo impulso interiore a cercare la verità, a rinunciare a tutto pur di possederla e viverla: tutte le perle che possediamo devono essere vendute per acquistare la perla più grande e più preziosa.
La sua dottrina non mirava a convincere nessuno. Soltanto il tentatore vuole convincere.
Lui voleva che ricordassimo quello che eravamo stati capaci di diventare. Quando crediamo in Lui, in realtà apprendiamo a credere in noi stessi; ricordiamo di essere come Lui, quella verità e quella luce che Lui incarna.
La conoscenza divina, Shim’on, è come un sole. Gli infiniti raggi di questo sole siamo tutti noi. Ognuno di noi è un raggio che parte dalle tenebre abissali per congiungersi con tutti gli altri raggi, al centro del sole: un dardo scoccato dal nulla per giungere al centro di ogni conoscenza. Ogni raggio, come ogni creatura, è diverso dall’altro e si avvicinerà, via via, fino al punto di unirsi a tutti gli altri alla fine del suo percorso, quando si identificherà con la beatitudine illuminante. Soltanto allora saremo una cosa sola con il tutto. Ognuno di noi, prima di raggiungere la meta è diverso dall’altro ed ha una sua diritta via da percorrere. Ognuno ha la sua strada e nessuno può percorrerla al suo posto. Per questo Lui non ha mai voluto convincere nessuno.
Più si trova lontano dal sole il punto di luce che noi incarniamo, più ci sentiamo estranei e distanti dai nostri simili. Più ci avviciniamo alla sorgente di ogni luce e di ogni beatitudine, più ci accostiamo a tutti gli altri e ci avvediamo di essere fatti di luce, proprio come loro.
Sai cosa disegnava Gesù sulla sabbia, senza avvedersene, mentre ci parlava?
- Non ne ho idea?
- Il sole. Un piccolo cerchio con tanti raggi convergenti.
Lui non ha mai parlato alle moltitudini. Quando parlava alle folle, le sue parole in realtà si rivolgevano ad una o due persone che nel loro intimo sentivano che quelle parole erano rivolte a loro soltanto. Quando succedeva era impossibile non sentirsi come inebriato dalle sue parole e trasmutato all’istante.
Spesso le sue parole rivolte ai presenti erano risposte alle domande silenziose di qualcuno nascosto fra la gente. Che poi ci fossero tanti altri ad ascoltare quelle risposte non fa conto.
I ‘chiamati’ lo avrebbero cercato e trovato fino in capo al mondo. Lui stesso diceva di essere un gran fuoco che scalda, illumina, cuoce e brucia; un fuoco intorno a cui ogni viandante era libero di accostarsi e di rifocillarsi.
Lo Spirito lavora diversamente dalle parole. Troppo spesso le parole uccidono lo Spirito.
- Intendo bene quello che mi dici, Tommaso. La nostra mentalità costruita sulle parole dette e scritte, fa a pugni con la sua. Ma allora perché mandava voi altri, a due, a due, a predicare per tutta la Palestina?
- E’ vero, come dici tu, che ci mandava in giro, a coppie, ad annunciare la Buona Nuova. Col senno del poi, posso ora dirti che lo faceva per motivi che non avevano nulla a che fare con la diffusione della sua dottrina. Lo faceva soprattutto per la maturazione e trasumanazione di chi si allontanava da Lui, a due a due, per propagare i suoi insegnamenti. Secondo un’antica sapienza, imponeva ai suoi discepoli di partire soltanto in compagnia di chi sceglieva Lui, per viver soli e lontano dai familiari, dagli amici, dalla propria casa e dalle proprie cose, per far ritorno dopo un certo tempo. Decideva le persone da accoppiare in modo tale, secondo me, che dal forte attrito dei temperamenti si sprigionassero nuove energie e risorse impensabili. Ci costringeva a stare insieme con chi più detestavamo. Bisogna riconoscere però che non si tornava a Lui, dopo qualche tempo, senza sentirsi completamente mutati, senza aver appreso ad amare ed a comprendere meglio gli uomini.
Sono altresì convinto che approfittasse di questa segreta conoscenza per disperdere in tutta la Palestina, soprattutto il gruppo degli zeloti guidati dai Galilei, affinché non nuocessero agli altri e a sé stessi.
- Due piccioni con una fava.
- Già... però Pietro ben presto comprese che Gesù tentava di far abortire l’insurrezione allontanando e disunendo proprio i migliori della setta. Simon Pietro corse ai ripari e trovò il modo di impedire a Gesù di prendere iniziative con i suoi uomini.
35 - La moltiplicazione dei pani e dei pesci
- Parlami adesso della moltiplicazione dei pani e dei pesci. Fu un fatto vero quello! Non è vero?
- Si, ma non proprio come l’ho sentito più tardi raccontare.
- Ho imparato la lezione. I casi più strabilianti e assurdi imputati a Gesù nascondono sempre una verità più semplice, magari più profonda o troppo compromettente per qualcuno.
- Successe così. Qualche settimana dopo le nozze di Cana, Gesù decise di tenersi lontano dagli apostoli e all’alba si allontanò con la barca, in compagnia di qualche fidato amico per approdare all’altra riva e dirigersi verso la Decapoli.
Simon Pietro e gli altri lo cercarono rabbiosamente per più giorni e quando finalmente lo rividero sulla via del ritorno, mentre approdava ad una riva solitaria, pensarono bene di giocargli un brutto tiro, fingendo di preparargli una buona accoglienza. Raccolsero in gran fretta un centinaio di persone e gli andarono incontro.
L’incontro avvenne qualche ora più tardi e fu festoso poiché molte erano le donne, i giovani e i bambini che desideravano avvicinare Gesù. Gli si accomodarono tutti intorno e Lui li ammaestrò con parabole edificanti e divertenti. Ma al momento del commiato Simon Pietro disse al Maestro che quella gente aveva fame, che si era fatto tardi e che le loro case erano troppo lontane per andare a desinare.
Gesù comprese subito che i Galilei, sapendo quanto fosse restio a fare miracoli, lo avevano messo in una situazione in cui avrebbe dovuto fare qualcosa di eclatante per saziare tutta quella gente. I Galilei volevano che tutte quelle persone diventassero testimoni di un fatto portentoso. Avrebbero poi pensato loro a trasformare l’episodio in un’occasione irripetibile per propagandare l’insurrezione ed ingrossare le fila degli insorti.
Gesù disse agli apostoli che erano stati loro a condurre in quel luogo solitario tante donne e tanti bambini e che avrebbero dovuto provvedere loro stessi a sfamarli.
Pietro fece presente che non sarebbero bastati duecento denari per saziare tanta gente. Non appena il Maestro ebbe autorizzato l’acquisto del pane, Pietro aggiunse subito che il villaggio dove avrebbero trovato il pane si trovava a non meno di due ore di marcia. Il Signore rispose che non poteva essere così inetto e irresponsabile da trascinare in un luogo deserto tante donne e tanti bambini senza pensare a come nutrirli; che un vero capo, intenzionato a condurre il suo popolo alla vittoria, non poteva essere così imprevidente.
A quel punto si fece avanti un bambino con un canestro che conteneva soltanto cinque pani e due pesci. Gesù allora prese un pane... ma continua tu Maddalena che stai ridendo di cuore.... eri presente quel giorno.
- Mi viene da ridere perché ho ancora davanti agli occhi la faccia di Pietro. Rabbuni prese un pane e ne spezzò un minuzzolo e lo mise in bocca ad un bambino e continuò con tutti i pani e i pesci finché non terminarono e non ebbe imboccato tutti. Poi trattenne tutti per qualche ora ancora, in piena letizia, fino a quando li licenziò.
- E come riuscì a saziarli con quelle briciole?
- Non lo so. Dimenticammo tutti di aver avuto fame ed io mi sentii sazia per tutto il resto del giorno. Pensavamo tutti alle Sue parole bellissime e discutevamo animosamente, strada facendo, su quello che aveva detto e indovinato sul conto di ognuno di noi, dimenticando il resto. Soltanto il giorno dopo ci rendemmo conto che tutti noi, e soprattutto i nostri bambini, non avevamo sentito i morsi della fame per l’intera giornata.
Ricordo ancora che nel salutarci Lui accarezzo e ringraziò quel bambino che aveva portato con sé i pani e i pesci e che in quel momento aveva saputo fare, nel suo piccolo, quello di cui non era stato capace Pietro. Proprio in quell’istante Pietro incrociò lo sguardo di Gesù ed ebbe una reazione di stizza e di risentimento.
- E’ incredibile! Gesù aveva saziato con la semplice forza della suggestione ben 5.000 persone!
- Non proprio. Erano soltanto un centinaio, fra donne e bambini... senza contare gli uomini - precisò Maddalena ridendo e facendo ridere tutti. Poi aggiunse - Furono i Galilei che nei giorni successivi esagerarono con i numeri. Pietro, al termine del suo giro di propaganda per arruolare nuovi militanti alla sua causa, arrivò a dire che Gesù saziò almeno 5.000 persone, senza contare le donne e i bambini. Evidentemente per lui non ci sono i numeri per contare le donne e i bambini.
- E avanzarono veramente sette canestri colmi di pani e di pesci?
- Che esagerazione! - rispose Maddalena - Chi te l’ha detto? Quello sprecone di Pietro, immagino! Ti dico io che cosa avanzò: sei o sette pezzetti di pane... non di più... quelli che Gesù rifiutò quella volta proprio agli apostoli.
- A questo punto sono ormai sicuro che le famose risurrezioni attribuite a Gesù non sono altro che un diabolico imbroglio dei Galilei per portare acqua al proprio mulino.
- Devi sapere, amico mio - disse Tommaso, - che per Gesù, far tornare in vita un defunto, è il solo atto blasfemo della Sua dottrina. Non lo avrebbe fatto per nessuna cosa al mondo, anche se ne fosse stato capace. I motivi li conosci già. Questo nostro basso mondo, per un uomo che viene da un regno puro, è il vero inferno. Per Gesù non esiste altro inferno che questo luogo in cui viviamo e il cui prìncipe è Satana. Lo ha detto davanti agli stessi prìncipi di questo mondo che personificano il male, il maligno, Satana per l’appunto. I governanti della terra sono e saranno sempre Satana. Chi nega questa verità è Satana stesso. Per tal motivo non vedo perché un grande maestro di verità come Gesù, che è venuto a liberare gli uomini da tutti gli attaccamenti terreni, dalla ricchezza, dall’ambizione dei potenti, dalle infinite cupidigie della carne, abbia potuto pensare di strappare un’anima da quel sonno prezioso che prelude una rinascita più alta soltanto per ricondurla a forza qui. E’ pazzesco! Sarebbe stato come procurare un aborto allo spirito del defunto per privilegiare la sua carne. Chi può mai agognare alle tentazioni e alle lusinghe della carne, care ai princìpi di questo mondo, se non gli adoratori della materia e della bestialità, gli epicurei, gli spiriti immondi che infestano gli indemoniati e gli avversari irriducibili del Maestro e della Sua dottrina? Quale contadino svellerebbe dalla terra i semi in germoglio da lui stesso sparsi? Quel sonno tra la morte e la rinascita dell’uomo è per Gesù il momento più sacro che ci sia.
- Ma perché mai i Galilei giurano ai quattro angoli della terra che Gesù ha risuscitato la figlia di Jairo, il suo amico Lazzaro e in ultimo persino sé stesso?
- Che Dio li perdoni! Nel tentativo di dimostrare che Gesù era il vero Messia profetizzato dalle scritture, pretendevano che per amore o per forza facesse risorgere qualcuno. Secondo le scritture il Messia si sarebbe fatto conoscere per certi segni precisi; avrebbe dovuto guarire i lebbrosi, avrebbe dato la vista ai ciechi, la parola ai muti e fatto camminare i paralitici. La risurrezione dei morti avrebbe dovuto essere uno di questi segni; quello decisivo. Gesù ne aveva dati molti, quasi tutti, ma non avrebbe mai, per i motivi che sappiamo, fatto risorgere un morto.
Sei fortunato Shim’on, in questo momento sta prendendo posto proprio la figlia di Jairo. Fatti dire da lei la verità su quello che accadde a casa sua.
36 - La figlia di Jairo
- Che l’amore divino vi assista - disse la nuova arrivata. - Non mi piace raccontare questa brutta storia. Mio padre era amico fraterno di Pietro e cedette alle sue richieste per compiacerlo, non per guadagno. Sapeva che Pietro, quel giorno, avrebbe condotto Gesù a Cafarnao. Appena Lo vide alle porte del paese, mio padre andò incontro a Gesù, piangendo e strappandosi i capelli, disse fra i singhiozzi: “Ti prego, Maestro...la mia bambina dodicenne sta morendo. Vieni a imporle le mani. Salvala tu.” Ma Gesù restò stranamente freddo alle implorazioni di mio padre. Non accelerò il passo come tutti si aspettavano. Al contrario sembrava indugiare lungo il cammino. Si fermò molte volte fra la gente che lo voleva vedere e toccare. Fu proprio allora che guarì questa amica mia dal flusso. Più i Galilei cercavano di spingerlo in direzione della casa di mio padre, più Gesù appariva infastidito. Poi gli dissero che io ero morta e che era oramai inutile affrettarsi. Neppure allora diede a vedere di preoccuparsi. Era molto strano. Qualcuno evidentemente lo aveva avvertito per tempo di quello che si stava tramando alle sue spalle. Finalmente entrò in casa. Appena mi vide esanime sul letto di morte, cacciò tutti fuori di casa tranne i miei genitori, Pietro, Giacomo e Giovanni. Disse subito con aria di rimprovero che non ero affatto morta e che stavo soltanto dormendo. Fu allora che mia madre non resse più e cadde in ginocchio ai piedi del Signore. Lo implorò, piangendo, di svegliarmi subito poiché ero in quello stato di torpore mortale da troppe ore, per aver bevuto una pozione che mi aveva dato mio padre. Gesù mi toccò subito la fronte, la bocca e il cuore e comandò a voce alta, ‘ Talitha Kum’ ‘Bambina svegliati’. Poi disse a mia madre di farmi subito mangiare, di non farmi addormentare e di farmi camminare più a lungo possibile. Ricordo ancora le parole terribili che il Signore usò contro i tre apostoli e contro mio padre, ma non chiedetemi di riportarvele.
- Non voglio sapere altro - disse Shim’on - Grazie della tua testimonianza.
37 - La resurrezione di Lazzaro
- Nel mio caso fu tutt’altra cosa - disse Lazzaro. - Fu colpa mia. Non potrò mai perdonarmi.
- Smettila adesso! - fece Maddalena sedendogli accanto. - Doveva succedere quello che è successo. Era scritto. E forse è bene che sia accaduto. Tu sei stato soltanto uno strumento della provvidenza.
- Il fatto è - disse Lazzaro mortificato, - che se non fosse stato per colpa mia, Gesù non sarebbe stato appeso sul legno. Gli apostoli pretendevano che Gesù celebrasse le feste con loro a Gerusalemme. Il Maestro però, avvertito costantemente da Tommaso, sapeva che sul monte degli Olivi si erano raccolti alcune migliaia di zeloti armati, guidati da Barabba. Sapeva che presto sarebbe scoppiata la rivolta contro Roma. Venendo a Gerusalemme per le feste, Gesù avrebbe attirato migliaia di ebrei che i Galilei contavano di buttare nella mischia. Gli infiltrati zeloti erano tanti fra i discepoli di Gesù.
A conoscenza di tutto questo, Gesù preferì rendersi irreperibile, fuggendo di notte e nascondendosi presso la riva sinistra del Giordano, poco distante da Betania della Perea. Fu allora avvertito da qualcuno che una misteriosa malattia mi aveva ridotto in fin di vita. Costrinsi così Gesù a cacciarsi nella tana del lupo, a casa mia, a Betania della Giudea, sulle pendici orientali del Monte degli Olivi, proprio dove si era accampato Barabba. Accidenti a me! Soltanto due giorni dopo Gesù era da me, dal suo amico Lazzaro. Si fece subito raccontare dalle mie sorelle, per punto e per segno, cosa avevo fatto prima di ammalarmi e cosa mi era successo subito dopo. Lui comprese e cercò di tranquillizzare Marta e Maria Maddalena: “Coraggio - disse, - Lazzaro non è ancora morto... sta soltanto dormendo.”
Gesù mi aveva insegnato il modo di evocare gli Spiriti dei Santi con dei passi che prevedono la caduta in uno stato di morte apparente.
Le mie sorelle mi piansero morto e le autorità in obbedienza alle scritture ordinarono l’immediata sepoltura. Marta e Maddalena dissero a Gesù che se fosse stato presente, io non sarei morto, che oramai era troppo tardi, che la mia anima aveva lasciato il corpo, che da più di quattro giorni ero nel sepolcro. “Vi dico che dorme - confermò Gesù - Presto conducetemi da lui”. Quando la pietra fu rimossa, mi fu poi raccontato, tutti i presenti si chiusero il naso credendo di sentire i miasmi del mio corpo in decomposizione. Gesù entrò così nel sepolcro; mi chiamò... mi svegliò...mi strappò alle tenebre e mi riportò alla luce del sole. Mi videro uscire avvolto in buona parte ancora nelle bende. Avevo gli occhi chiusi tanto accecante era la luce, ma il calore del sole mi entrò subito nelle ossa gelide e mi inebriò di gioia. Sentii subito un frastuono assordante di grida, di pianti, di esclamazioni. C’erano centinaia di persone spaventate, meravigliate, incredule e tutte gridavano o mormoravano il mio nome. Dai dintorni erano corsi i discepoli, gli zeloti e i Galilei che erano al seguito di Barabba. Sapevano della mia sepoltura e contavano che Gesù facesse qualcosa di inaudito per il suo grande amico. Avevano finalmente Gesù per le mani e la risurrezione che cercavano. Accidenti a me! All’imbrunire mi condussero, di nascosto, dal Lebbroso, dove nessuno avrebbe osato cercarmi. Gesù mi disse che dovevo fuggire immediatamente e nascondermi come meglio potessi nel deserto. Giuseppe l’Arimateo ci portava di ora in ora notizie dal Sinedrio. Caifa era stato informato dell’accaduto e bestemmiava come un legionario. Il Sinedrio aveva già condannato a morte in contumacia me e Gesù. Nicodemo sentì gridare Caifa come un ossesso contro Gesù: “Meglio ammazzare un uomo solo che assistere alla strage della mia gente!” Non potevano permettere che Gesù fosse riconosciuto dagli ebrei, con la mia risurrezione, come il vero Messia. Tutti i sacerdoti erano con Caifa che gridava come un ossesso: “Un Messia mago e negromante?...mai e poi mai. Il figlio del demonio, un blasfemo, vuole smantellare il Tempio e insudiciare la Legge di Mosè? Non lo permetterò mai! Sarebbe la fine di Israele!”
Come vedi, Shim’on, la mia non fu una vera risurrezione. Non posso dirti molto su questo argomento. Tu sei un buon israelita, non certo un seguace di Gesù. Ci sono cose che persino molti di noi non sanno e che aspettano il maturare di alcune condizioni spirituali per conoscerle. Posso dirti soltanto che la mia morte non fu vera morte. Fu comunque un miracolo quello di Gesù, perché il mio respiro e il mio cuore si fermarono per ben quattro giorni e non tre come ci è consentito dallo Spirito.
38 - Il più grande amico di Gesù
- Sono indiscreto, Lazzaro, se ti chiedo il motivo per cui, proprio tu, sopra a tutti gli altri, vieni considerato l’amico più intimo di Gesù? Come e quando ti sei guadagnato questo onore?... questo privilegio?
Shim’on non ebbe il tempo di finire la domanda che si rese subito conto di essere stato indiscreto, come temeva. Il silenzio improvviso e pesante che si fece intorno al fuoco e le espressioni smarrite di tutti, lo avvertirono che forse avrebbe fatto bene a far cadere l’argomento.
Lazzaro però con un triste sorriso scacciò quella penombra di dolore antico che lo aveva per un attimo sorpreso e disse:
- Io non so, Shim’on, se Gesù, come dici tu, vede in me l’amico prediletto. Di sicuro lo è Lui per me, come lo è sicuramente per tutti noi.
- Sai bene, Lazzaro - intervenne Tommaso, - che sei tu il prediletto. Me lo accennò una volta Lui stesso...anche a Maddalena. Sappiamo tutti perché e da quando.
Detto questo Tommaso sussurrò all’orecchio del fariseo:
- Un’amicizia conquistata con una rinuncia indicibile, ma fammi il piacere di non insistere.
Lazzaro, indovinando quello che Tommaso aveva appena detto a Shim’on disse:
- Lascia stare, Tommaso. E’ passato tanto tempo ormai. Risponderò come posso alla domanda del nostro amico.
Non conoscevo Gesù quando sposai Rachele. La mia piccola Rachele: bella da togliere il fiato e buona come il pane. Le sue labbra erano un favo colmo di miele. Se sapeva essere loquace con i suoi occhi di cerbiatta smarrita! Scaldava l’anima quel suo sorriso luminoso come un sole a mezzanotte! Come un giglio fra i cardi era la mia amata fra le altre donne.
Non poteva durare tutta quella felicità! Mi morì fra le braccia un anno dopo, con il bambino che aveva dentro ... ed io impazzii dal dolore. Diventai dapprima una furia terribile. Bestemmiavo Dio, il cielo, mia madre che mi aveva messo al mondo e i giorni che consumavo senza la mia sposa. Poi mi calmai. Mi isolai nei luoghi più deserti, vaneggiando, gridando e lacrimando tutto il giorno, invocando Rachele e la morte.
Se non ci fosse stata mia sorella a cercarmi, a ritrovarmi più morto che vivo, con il pane, il vino e le sue amorevoli cure, ora non sarei qui.
Da tre giorni mancavo da casa, quando Maddalena mi ritrovò quasi senza vita. Appena ripresi conoscenza mi disse giuliva che aveva rivisto, un uomo di Dio, un grande maestro.
- “...Un’anima potente, ti dico... capace di strappare lo spirito dei defunti alla morte... di parlare con i morti... credimi!... te lo giuro!... proprio come stiamo parlando in questo momento.”
Furono queste le parole che mi fecero aprire gli occhi e mi diedero la forza di tornare a vivere.
Sai tu, Shim’on, per quale motivo quelle parole ebbero la forza di riportarmi in vita?
- Me lo posso immaginare. In quel momento pensasti che Gesù.... è di Lui che stiamo parlando?... non è vero?... pensasti che Gesù avrebbe potuto evocare lo spirito della tua Rachele. Ti eri attaccato alla pazzesca e diabolica illusione di poter comunicare con lei. La tua follia ti faceva apparire credibile l’impossibile.
- Impossibile dici? Taci ed ascolta prima di dire ‘impossibile’. Nei giorni che seguirono cercai disperatamente Gesù... e lo trovai. Ma restai soltanto ad osservarlo... a seguirlo... per qualche giorno. Nella mia lucida pazzia volevo essere furbo e attento come un serpente. Temevo di rovinare tutto e di pregiudicare per sempre la possibilità di vedere la mia Rachele... di parlare con lei. Questo Gesù avrebbe potuto essere soltanto un ciarlatano. Poteva rifiutarsi di accontentarmi. Poteva essere il depositario di un segreto e di un potere che gli era negato trasmettere a un estraneo come me. Avrebbe potuto giudicare frivola, inutile, pericolosa o magari blasfema la mia pretesa di comunicare personalmente con una defunta. Nel mondo dei morti potevano pur esservi leggi ferree, per noi inconcepibili, mentre io volevo comunque, con ogni inganno, con ogni sotterfugio, con la più blasfema delle violenze, forzare quel regno, pur di rivederla. Fu così che presi la risoluzione di seguire il Maestro, di fingermi suo seguace, di spiarlo, di carpire i suoi segreti, di scoprire a sua insaputa con quale tecnica, divina o demoniaca che fosse, riuscisse a varcare il regno dei morti. Per questo pensai subito di diventargli amico... il più intimo dei suoi confidenti. Avrei venduto l’anima al diavolo per esserlo.
Lui, per raccogliersi in preghiera, si nascondeva. Voleva essere solo. Lontano persino dai suoi più fedeli discepoli. Pregava in solitudine, lontano da tutti, nei luoghi più impervi e ben protetto dalle tenebre della notte più fonda. Perché?... perché? mi chiedevo. Ma io sospettavo il perché. Sapevo cosa ci nascondeva di misterioso, di scellerato, di ripugnante. Non erano forse le sue facoltà magiche e negromantiche che ci voleva nascondere? Proprio quell’aspetto della sua potenza che più mi premeva? Presi per questo a seguirlo guardingo e attento a non farmi vedere da nessuno. Fu così che lo sorpresi notte dopo notte ad evocare i suoi morti. Fu così che appresi i passi segreti delle sue evocazioni.
- Hai dunque visto con i tuoi occhi le larve delle anime che evocava? - chiese Shim’on sgranando gli occhi per la meraviglia e l’orrore.
- Come vedo te in questo momento.
- Folle!... Chi erano?... Elia?... Mosè?... erano forse angeli?... ascoltasti le loro parole?
- Gesù non ha mai evocato i nostri profeti. Simone, Giacomo e Giovanni, che per loro conto e per i motivi che sai spiavano Gesù, fino all’ultimo nascosero la vera natura, turpe per loro, delle sue preghiere notturne. Soltanto quando oramai era diventato di pubblico dominio che Gesù parlava quotidianamente con le anime dei trapassati, come il più immondo e blasfemo dei negromanti, provarono a giustificarlo mettendo in giro la voce che non era Lui a richiamare a sé lo spirito dei morti, ma gli stessi profeti Elia, Mosé, Isaia, di loro iniziativa, ad apparirgli, durante le sue ferventi preghiere, per glorificarlo, per consigliarlo, per consolarlo. In altri momenti gli apostoli dissero che Dio stesso si serviva dei suoi angeli per confortarlo.
- Ma tu li hai visti? Non è vero?
- Ti ho già detto di sì. Sembravano fatti di luce. Più mi tenevo distante da quelle apparizioni, più le vedevo distintamente. Visti da lontano sembravano fatti di carne viva, proprio come Gesù, come noi; ma come provavo ad avvicinarmi diventavano sempre più trasparenti ed evanescenti. Se mi avvicinavo troppo si dissolvevano completamente alla mia vista. Ma Lui continuava a vederli ed a parlare con loro.
- Non erano dunque Mosé... Elia...
- Ti ho già detto di no. Sono certo che no. Non parlavano la nostra lingua. Ho visto il Maestro parlare ora con una, ora con un’altra anima, talvolta rispettosamente e con atteggiamento obbediente, tal altra affettuosamente, come a un familiare, come a un amico. Ma i morti, Shim’on, non sono morti, come noi pensiamo. Altro che morti. Sono più vivi dei vivi. Almeno quelli che parlavano a Gesù. Un’anima in particolare ritornava continuamente. Quella che poi mi disse essere il suo padre celeste.
- Il Padre celeste? Dio stesso quindi!
- No... non Dio... ma suo padre...morto qualche anno addietro. Non proprio il padre carnale. Sai come parla Gesù?... ma il padre celeste... quello spirituale... il suo maestro insomma... colui che gli aveva indicato la via degli immortali, il sentiero che conduce alla vita eterna.
- Quindi... secondo te... quel ‘padre celeste’ era un modo per indicare non chi lo aveva messo al mondo carnalmente, ma colui che lo aveva fatto nascere e crescere spiritualmente, nella conoscenza suprema.
- Secondo me sì. Ma è una mia convinzione, neppure da tutti noi condivisa.
Una notte, mentre Gli dormivo accanto, pensai fra me che dovevo essergli ancora più amico, più intimo, che dovevo carpirgli fin l’ultimo più riposto segreto. Lui si voltò verso di me e guardandomi negli occhi, come se avesse udito i miei pensieri, mi disse che non dovevo preoccuparmi di diventare suo amico, poiché ero in quel momento, per Lui, il più prezioso degli amici. Restai di sasso e da quel momento mi considerai veramente come il più fedele degli amici. Fu da quel giorno che incominciai a non pensare troppo a Rachele. Tornai così piano piano a ridere, a scherzare, ad essere allegro come ai bei tempi, a dormire la notte senza essere tormentato dagli incubi.
Quando finalmente Gesù decise in tutta fretta di chiamare a sé tutti i suoi discepoli e di abbandonare per sempre Israele, io gli chiesi qualche giorno di tempo per sistemare i miei affari a Gerusalemme e a Betania. Dovevo vendere tutto: terre, case e armenti. Io e Giuda Tommaso dovevamo ben riempire la borsa prima di partire: eravamo in tanti con Gesù e ci aspettava un viaggio lungo e difficile. Inoltre dovevo badare alla mia Marta e ad alcuni miei parenti poveri che non volevano o non potevano venire con noi: dovevo lasciar loro una terra da coltivare e quant’altro fosse necessario al loro sostentamento.
Avevo sistemato tutto nel migliore dei modi, quando la sera prima della partenza fui assalito improvvisamente da un’atroce nostalgia per la mia Rachele. A lasciar per sempre quella casa, la terra che custodiva le sue spoglie, la mobilia e tutte le sue cose, mi sembrò come perderla di nuovo. Tornai a gridare alla luna il suo nome, proprio come avevo fatto quando avevo perso la ragione. Durante quella notte presi la decisione di fare tutto quello che sapevo per violare il regno dei morti, per vedere la mia sposa e parlare con lei.
- E ti riuscì?
- A tal punto che vedendomela di fronte, bella e raggiante come non l’avevo mai vista, amorevole, invitante ma innocente come la prima notte di nozze, perdetti il coraggio e la voglia di lasciarla di nuovo per ritornare nell’immondo inferno dei vivi. Pur di restare con lei avevo preso la decisione di rinunciare alla vita che mi restava ed ai progetti che mi legavano a Gesù. Non ero più in me. Era come se il tempo si fosse fermato e non mi accorgevo che in quello stato le ore e i giorni volavano. Per quanto quell’angelo mi esortasse nel modo più suadente e con mille ragioni a tornare al mondo ... io ... ti giuro... non l’avrei più lasciata e mi sarei lasciato morire se...se... una voce... un grido potente... non mi avesse scosso improvvisamente le membra e l’anima.
- Un grido dici... di chi?
- Come di chi!... Lo sai bene di chi: “Lazzaro - gridava forte - Lazzaro... amico mio... che cosa hai fatto!... torna da me!... che cosa aspetti?... alzati!... ti dico di alzarti!...alzati e cammina!”
- Era Gesù?
- E chi altri? Io... non volevo...ero così stanco... volevo restare con la mia Rachele...non volevo lasciarla di nuovo... “chi mi chiamava? - dicevo fra me - ... sì...sì... ...era Lui... il mio amico”. “Amico mio” - gridava forte - ... insisteva... insisteva Lui... “alzati e cammina!”... Ma come potevo?... mi avevano fasciato stretto... non potevo muovermi... neppure parlare. La sua voce mi scoppiava dentro la testa. Anche lei... la mia sposa... mi esortava ad alzarmi e ad andare da Lui: “ Non unirti a me - mi diceva - non ora... non è il momento”. Io no...volevo restare accanto a lei per sempre... ma anche con Lui. Avrei spezzato il cuore, se avessi potuto... per dividerlo con loro due. Ma Lui aveva bisogno di me... c’era tanto da fare. Dovevo decidermi: o da una parte o dall’altra. Mi mossi dopo un grande sforzo, con atroci dolori... nelle carni e nel cuore. Dio che sofferenza...urlai in quelle fitte tenebre e piansi... come fossi stato un bambino che viene alla luce. Mi svincolai dalle bende con la forza della disperazione. Con un urlo le strappai. “Sì... - mi dicevo sollevandomi - Lui mi chiama... ha bisogno di me ... non posso deluderlo... Lui sa cosa è giusto fare... lei mi aspetterà... non la perderò... è soltanto questione di tempo... nessuno ci toglierà il resto dell’eternità”. Mentre le bende mi cadevano, ad una ad una ai piedi, mi mossi faticosamente, a piccoli passi, verso quella voce che mi chiamava... verso la luce del mondo. “Devo andare da Lui - mi dicevo ripetutamente - ...eccomi... eccomi...Gesù...aiutami...” - Lo pregai tremando dal freddo... senza voltarmi indietro.
Ecco tutto Shim’on.
Ci fu a questo punto un profondo silenzio, interrotto soltanto dagli accorati sospiri di Maddalena, delle sue amiche e da un singulto soffocato. Un colpo di tosse e Shim’on disse:
- Non puoi essere che tu, Lazzaro, il più grande amico di Gesù. Hai rinunciato a molto per seguirlo. Hai dato tutto per Lui. Non ti restava nient’altro da offrirgli. E’ stata la tua una prova di infinita amicizia. Era quello che si aspettava da te, dal suo più grande amico.
39 - La prostituta che ama Gesù
- Non fu subito dopo che Maddalena unse Gesù con il nardo, a casa del Lebbroso? - continuò Shim’on. - Prima di venire qui sapevo che quella donna a casa del Lebbroso fosse... fosse...
- ... una meretrice, - rimbeccò Maria Maddalena.
- Non avevo il coraggio di dirlo, - farfugliò Shim’on mortificato. - E’ quello che vanno dicendo in giro gli apostoli...
- Per i Galilei io sono sempre stata la puttana per antonomasia, se non qualcosa di peggio. Ti dirò quando cominciarono a trattarmi con tanti riguardi.
Tutto ebbe inizio dal giorno in cui incontrai Gesù la prima volta.
Lui si era allontanato segretamente dalla Galilea nel tentativo di far perdere le sue tracce. Erano i tempi in cui cercava di nascondersi agli apostoli, senza mai riuscirci. Gli stavano sempre alle calcagna. Quel giorno, tutto solo, arrivò a Sicar di Samaria, presso il campo di Giacobbe. Lo vidi accasciarsi esausto al pozzo. Io e la mia allegra brigata ci trovavamo a sostare proprio lì, diretti a Gerusalemme per trascorrervi le festività.
Il sole era alto e Lui, accaldato, moriva dalla sete, ma non aveva la corda, né un secchio per attinger l’acqua dal pozzo. Mi avvicinai subito a Lui porgendogli la mia brocca.
Non appena ebbe bevuto mi guardò negli occhi e sorridendomi disse:
“Avevo sete e tu hai dissetato uno sconosciuto. Se bevi, Maddalena, l’acqua viva che ho in serbo per te, non avrai più sete.”
“Come sai il mio nome, straniero? - domandai io - Hai forse sentito le mie amiche chiamarmi così?... Di dove sei?... Non sei di sicuro ebreo... nessun ebreo parla così ad una donna... Eppure parli come un Rabbi. Di che acqua parli? L’acqua che intendi tu... se ho ben compreso ... sgorga per noi dalla cima di quel monte. Vuoi forse convincermi ad adorare il Dio di Gerusalemme?”
“Credi a me Maria, - rispose, - verrà il giorno in cui nessun Dio sarà più adorato; né su questa montagna, né a Gerusalemme. Verrà il tempo in cui adorerete in spirito soltanto la Verità.”
In quel momento gli apostoli raggiunsero Gesù e incominciarono subito a mormorare contro noi due per il modo inusuale in cui eravamo entrati in confidenza e parlavamo di cose divine.
Gesù mi disse ancora:
“Se vuoi l’acqua di vita eterna, lascia quel che ti resta della tua Dea e seguimi”.
Gli dissi allora tutta tremante, mentendo, e tuttavia convinta che quell’uomo sapesse tutto di me, che non adoravo nessuna Dea. “Hai detto bene - aggiunse Lui -. Non una soltanto. Sette spiriti infernali, indegni di te, bivaccano nella tua anima”.
Io rimasi senza fiato e con me le mie amiche che in quel momento mi si erano avvicinate.
- Ma allora è vero - disse Shim’on, - che ben sette spiriti immondi erano in te , e che Gesù ti ha liberato di loro!
- E’ vero. Lui leggeva il mio cuore come un libro aperto. Ero stata iniziata ai misteri della Regina del cielo e, per diventare sacerdotessa della Dea Ishtar, dovetti sottomettermi ad un rituale e attraversare sette stazioni, superare sette soglie, prostrarmi a sette demoni diversi: i guardiani delle sette porte.
Sono stata una sacerdotessa di Ishatar, Shim’on, non una prostituta anche se in nome della Dea talune praticavano la prostituzione sacra, anche se le prostitute emarginate dalla comunità ebraica e allontanate dalle sinagoghe e dal Tempio finivano tutte inevitabilmente con l’accostarsi ad Ishtar, la misericordiosa Regina del cielo. Del resto, me lo insegni tu, per gli ebrei zelanti e le sante scritture, ogni ebrea idolatra è una prostituta, un’adultera. Io però non lo sono mai stata. Ho cercato per tutta la mia vita, questo sì, un Dio da adorare che fosse stato buono con me...questa è la mia unica colpa... finché l’ho trovato. Ma apri bene le orecchie, Shim’on e ascolta quello che accadde in quel momento.
Giovanni, che conoscevo di vista e di fama come Boanerges, ‘il figlio del Tumulto’, aveva ascoltato ogni parola; mi prese malamente per un braccio e mi allontanò da Gesù e, osservando con disprezzo il mio modo di vestire e di acconciarmi, mi sussurrò all’orecchio: “...Puttana da bordello”.
Gesù allora mi guardò affettuosamente e intensamente negli occhi e, dopo qualche istante di silenzio cambiò improvvisamente espressione e mi gridò addosso rabbiosamente... sì ... proprio Lui:
“Puttanaccia baldracca!... sgualdrina immonda!... ne hai fatte di porcherie!... brutta vacca maledetta!...ma vedrai se la paghi!...bastarda cananea!...Tuo padre era amorreo e tua madre ittita. Vedrai se non ti spacco la testa e non ti sbudello con la spada... e non ti calpesto per terra davanti a tutti i tuoi amanti.... schifosa che non sei altro!”
Dovevi vedere, Shim’on, l’espressione di Giovanni a sentire quel po’, po’ di filastrocca uscire dalla bocca di Gesù. Non voleva credere alle sue orecchie. Due miei amici, che erano armati e di scorta a Giovanna, a sentir quegli insulti si erano fatti avanti minacciosi contro Gesù, mentre Simone aveva subito impugnato la spada. Ma Gesù imperterrito continuò:
“Le aprivi tu... eh... le cosce nei quadrivi... a ogni passante!...Ti sei costruita un postribolo ad ogni crocicchio… affinché i tuoi amanti venissero a te…da ogni parte…per la tua libidine. Ma adesso io ti annienterò… ti spiaccico nei tuoi escrementi… e così la smetterai di fare la troia... lurida che non sei altro!*
Stava per scoppiare la rissa quando feci segno ai miei amici di star buoni. Sorpresi poi tutti, inginocchiandomi affranta ai suoi piedi ed implorandolo così:
“O mio Signore... è vero quello che mi dici... tu però rispetterai il patto che hai concluso con me... quando ero giovane... e lo trasformerai in un’alleanza eterna. Io ho ripensato al mio comportamento e mi vergogno di me stessa. Prendi in dono queste mie figlie... sebbene quest’offerta non faccia parte dell’alleanza. Rinnova con me il patto... ed io ti riconoscerò come mio unico Signore.
Ricordo con infiniti tormenti il mio passato e per la vergogna non oso aprir bocca. So già che mi perdonerai tutto il male che ho fatto.”
- Ma... se ricordo bene... - proruppe Shim’on, - gli insulti di Gesù e la tua implorazione, non sono forse una citazione quasi letterale del profeta Ezechiele? Gli insulti erano quelli di Dio, e la prostituta era Israele stessa che aveva abbandonato il suo Dio per idolatrare le divinità pagane. Quelle parole rinnovavano semplicemente l’alleanza fra Dio e il suo popolo. Nessuno degli apostoli si accorse della citazione?
- No, Shim’on... per quanto ti sembrerà strano. Soltanto noi due conoscevamo la fonte di quelle parole. Gesù mi battezzò con quelle parole. L’eterno patto fra me e Lui si concluse con quella mia implorazione. Gli apostoli videro in quell’episodio un’ennesima conversione miracolosa operata da Gesù. Da quella volta, però, nessuno più mi tolse la nomea di prostituta pentita.
A casa del Lebbroso...subito dopo l’unzione di Gesù... lo sai già... Pietro e Giovanni mi si scatenarono contro e non la finivano più di insultarmi. Non si sono limitati a chiamarmi soltanto ‘puttana’.
- Cos’altro potevano dirti di peggio?
- C’è di peggio che ‘puttana’, Shim’on. Fra l’altro, Pietro gridò a Gesù come un ossesso: “Maddalena deve andarsene! E’ una donna... non ha un’anima... le donne sono indegne della Vita eterna! Lei... è impura!... è puttana fin dal ventre della madre!...non devi lasciarti più
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* Ezechiele 16,22 e sgg.
toccare da lei!... Non può esserci una Vita eterna per lei... Vuoi forse edificare un Tempio su una fogna?”
- E come reagì Gesù?
- Fu duro con lui... come al solito. Poi si calmò e gli disse: “Non parlare così a Maddalena! Ecco... io la guiderò in modo da renderla libera come gli uomini... cosicché anche lei potrà divenire uno spirito vivente come tutti gli altri. Infatti ogni donna che vorrà essere libera come l’uomo, entrerà nel Regno dei cieli e conoscerà la Vita eterna”.
40 - La vita eterna
- Ecco...- fece Shim’on, - di nuovo questa Vita eterna. Un altro argomento su cui nessuno degli apostoli m’ha saputo o voluto illuminare.
Io non pretendo di conoscere quello che sarà la Vita eterna dopo la morte. Questo no. I tuoi fratelli, Tommaso, parlavano convinti di una vita eterna che Gesù stesso avrebbe assicurato ad alcuni di loro. In parole povere ci sarebbe stato qualcuno che non avrebbe mai conosciuto la morte. E non parlavano di un’immortalità intesa in senso metaforico. Te l’assicuro.
- Lascia che ti dica qualcosa io su questo punto - gli rispose Lazzaro. - Intanto puoi esser certo che moriranno tutti quanti... gli apostoli. Come tutti noi del resto. Chi vivrà vedrà. Nondimeno Gesù ci ha sempre parlato di Vita eterna. In quale senso?... mi chiederai. C’è sicuramente una vita eterna al termine del nostro cammino ascetico. Ma non è un’immortalità paragonabile a quella fisica, umana, carnale, che noi cosiddetti viventi possiamo concepire. Sarà una vita eterna più che umana... sovrumana. Prima di questo, però, c’è in verità, se non proprio una vita eterna, una esistenza di durata indefinita fatta di carne e sangue, anima e Spirito. Ma di questa vita eterna carnale, i falsi discepoli di Gesù non ne sanno un granché.
- Voi altri... invece... sì?
- Noi sì. Ci siamo dentro; ma in un modo che non penseresti.
- Sono tutt’orecchi.
- Tu sai che tutti noi mortali nasciamo, cresciamo, ci consumiamo e infine veniamo meno?
- Non c’è alcun dubbio... moriamo tutti quanti. Non conosco nessuno che abbia superato di gran lunga i cento anni di vita.
- E’ così. Però, come ti ho già detto, vita dopo vita tutti trapassiamo per rinascere continuamente... come le foglie di un albero.
- Qualcuno crede a queste cose... anche fra i farisei. Voi probabilmente sì... non io.
- Peggio per te, Shim’on. Capirai poi il perché. Noi non siamo interessati a quello che credi. Sei tu che vuoi conoscere il nostro pensiero in proposito. A fare le domande... sei tu. Non dimenticarlo mai.
- Scusami, Lazzaro.... è giusto... ti prego di continuare.
- Secondo noi... secondo quello che ho appreso dal mio Maestro... gli esseri umani sono tutti immortali.
- Perché nascerebbero e rinascerebbero, dopo la morte, infinite volte?
- Appunto in carne, anima e Spirito.
- Ammettiamolo pure, per ipotesi, però nessuno rinascendo può ricordare le sue vite precedenti e, soltanto per questo motivo, ogni nascita è unica ed ogni morte è per sempre, e noi dobbiamo dire di essere definitivamente mortali. E questo vale anche per chi crede nella reincarnazione.
- E’ vero, Shim’on. Se non ricordiamo le vite trascorse, restiamo prigionieri della morte. Rinascere... dirai...è persino inutile... poiché tutto quello che hai realizzato in vita finisce miseramente con la morte. La morte predomina su tutto. E’ il fine di tutto. La vita stessa è soltanto un lento morire... una lunga agonia.
- E’ così, Lazzaro. Non potevi dir meglio. Mi dai ragione quindi!
- Tutto è morte se manca la consapevolezza... dico di più... se manca il perfetto ricordo delle vite precedenti. Con il ricordare perfettamente tu potresti, invece, legare i fili spezzati dalla morte, comprendere il senso, la direzione, il fine del tuo procedere; potresti accumulare conoscenze, esperienze, capacità, potenzialità e incamminarti per la via diritta, senza deviazioni, senza dubbi, senza errori, fino alla meta.
- E già. Se soltanto uno potesse ricordare.
- Proprio questo è il punto... e... noi... discepoli di Gesù... sei libero di non crederci... siamo stati messi in grado... semplicemente... di ricordare... distintamente... le nostre vite passate.
- Fantastico! - Esclamò Shim’on guardando incredulo il volto dei presenti, nei cui sorrisi vide una conferma di quello che aveva appena detto l’amico prediletto di Gesù. - Potete ricordare?...tutto, tutto? Ma... ma... il ricordare una vita precedente... per comprendere quello che siamo diventati... e perché... cancella di fatto la morte... il senso... la realtà stessa della morte... la paura della morte. Se questo non è qualcosa di molto simile ad una risurrezione... poco ci manca. E’ dunque questa la risurrezione dei morti? E’ così che ognuno determina la risurrezione di se stesso? Se tutto ciò fosse vero! Sarebbe tutto così semplice!... Mai lo avrei creduto! Ho veramente la strana sensazione che a non voler credere a questo... non so perché... sia del tutto inutile… e la cosa più stupida che si possa pensare
- Riallacciando con il ricordo tutte le nostre vite spezzate dalla morte, ci osserviamo esistere in un’unica vita eterna, in cammino lungo il sentiero degli immortali.
Tutto è vita, Shim’on... ricordalo... persino la morte.
41 - Lo sgomento di Shim’on
Ci furono lunghi attimi di silenzio intorno al fuoco e ognuno sprofondò nei propri pensieri. Solo il fuoco aveva la parola: calda, guizzante e scoppiettante. Shim’on alzò il viso che aveva chinato sul petto e nascosto fra le mani e con gli occhi smarriti e pieni di sgomento disse:
- Una cosa è certa, Tommaso, Gesù fu processato, condannato e finì crocifisso. I tuoi fratelli mi dissero che fu tradito; che se avesse voluto avrebbe potuto facilmente salvarsi; che fu Lui a volere andare incontro alla morte. Ma che significa? C’è un’evidente contraddizione in questo. Fu consegnato nelle mani di Caifa da un traditore? Oppure fu Lui a consegnarsi?... Tutt’e due le cose... mi è stato detto: fu tradito da uno di voi, ma, allo stesso tempo, si lasciò tradire per... per salvare tutti gli uomini da una condanna divina certa. Che senso ha tutto questo?
A che pro’ dico io, sacrificarsi come ha fatto lui, per tutti quanti, quando il senso di quel sacrificio ci rimane oscuro? Si è sacrificato per tutti noi? Ma a che scopo? Con quali risultati? Dio Padre avrebbe permesso a suo figlio di prendere su di sé i peccati dell’umanità immolandosi sugli altari degli ebrei?... come un agnello?...come un capro espiatorio? Ma non ha senso! Le colpe e i peccati degli ebrei, secondo i Galilei, li avrebbe scontati Dio stesso sacrificando il suo unigenito prediletto? Ma che assurdità! Dio come Abramo che immola il figlio Isacco? Tutto ciò è comprensibile per gli ebrei il cui Dio punisce talvolta il giusto per il peccatore, i figli per le colpe dei padri, ma Gesù non ha mai voluto questo. La Buona Nuova è improntata sul perdono...sull’amore.... persino per il proprio nemico. Sacrificandosi sulla croce, puro e innocente, per scontare i peccati dell’umanità, non finiva col confermare la Legge di Mosè e rinnegare la sua stessa dottrina? Il suo sacrificio non si rivelò inutile per la redenzione dell’umanità? Non si rivelò controproducente per la nostra stessa salvezza? La vedete voi la redenzione del mio popolo? Può concepirsi qualcosa di peggio di quel che sta succedendo alla mia gente? Ai tanti peccati che abbiamo da scontare non se ne aggiunge forse quest’altro?... così terribile?... un deicidio?.. l’assassinio di un Dio?... Peggio ancora... di un figlio di Dio? Se avessimo assassinato Dio in persona, non ci sarebbe più stato quantomeno nessun Onnipotente sopra di noi a vendicare la morte del figlio. Sono questi stessi miei pensieri che hanno tormentato anche mio padre. Aiutatemi voi a capire. Ve lo chiedo da ebreo a ebreo. Ditemi che non può essere vero quello che dicono i Galilei. Dopo quella crocifissione tutto è andato precipitando in Israele. Se è vero che abbiamo ucciso il figlio di Dio, per noi è finita. Dio stesso raderà al suolo il Tempio di Salomone e sulla sua spianata vi edificherà per millenni l’idolatria. Brucerà Israele nel fuoco della Geenna e lo sottometterà a mille padroni. Ovunque sarà pianto di orfani, di vedove e stridor di denti. Ci marchieranno a fuoco sulla fronte, come Caino. Ci tortureranno, ci incateneranno, ci disperderanno fino alla fine dei tempi ai quattro angoli della terra. E’ stato forse un maleficio satanico il processo e la crocifissione? Un rito diabolico per la dannazione infernale della mia gente? Ecco... voglio sapere la verità. Vivo solo per questo. Vi ho cercato ovunque, solo per sapere. Il nostro popolo è impazzito e non sa più dove sbattere la testa. Sono tutti esasperati con il loro Dio. Non vogliono più saperne. Sapete cosa dice la gente? Che il Dio di Israele ha fatto un patto con il suo popolo... un patto di mutua fedeltà. Ma cosa offre Dio agli ebrei? Ha mai detto di compensarci con il paradiso degli apostoli, dopo la morte? Alla fine dei tempi? Niente di tutto questo. In cambio della nostra fedeltà Dio ci ha promesso una felicità terrena, una pace ed un benessere materiale su questo mondo... non nell’altro. Una buona e prolifica moglie...armenti...schiavi e figli obbedienti. Si teme che Dio si sia dimenticato di noi. Sono secoli che viviamo in servitù... sotto gli egiziani...gli assiri...i babilonesi... i persiani...i macedoni...adesso sotto i romani. Abbiamo già avuto il Tempio distrutto e una diaspora senza fine. Non abbiamo ancora finito di ricostruire il Tempio che già si profetizza la sua prossima distruzione. Che cosa ci sta succedendo? E’ dunque rotto il patto di alleanza con Dio? Per colpa di chi? Nostra? Siamo stati disobbedienti al nostro Dio? Infedeli? Non abbiamo mantenuto la parola data? Ma non è vero... non esiste in tutto il mondo un popolo obbediente a Dio come il nostro. Alcuni forse... molti però gli sono fedeli e lo glorificano come possono. I romani, idolatri e pagani, non sono forse peggiori di noi? Non adorano forse divinità mostruose e bugiarde?... Sai cosa si dice? ...che i dei falsi e bugiardi dei romani hanno colmato il loro popolo di infinite benedizioni. Questo popolo romano, miscredente, opulento e vizioso domina il mondo da secoli e impone a tutti noi la sua volontà, la sua legge, la sua cultura, persino la sua idolatria. Le loro divinità sono dunque più potenti del nostro Dio?... più magnanime?... meno esigenti?... più misericordiose? Che razza di Dio ci siamo scelti?... Questo si mormora. E’ Lui che ha rotto il patto. Si dice ancora che è un Dio spietato... che non perdona... che è morto... che forse non è mai esistito... che è male presumere l’esistenza di un Dio a nostro uso e consumo... il mettersi nelle sue mani... il pretendere che da Lui soltanto verrà la salvezza. Si va dicendo che dovremmo smetterla di credere in un Dio... che dovremmo fidare soltanto in noi, poiché chi crede troppo in Dio dispera di se stesso... disimpara a credere in se stesso e rinuncia a contare su un’umanità in grado di salvare se stessa. Questo si va dicendo... e peggio ancora... che il credere in Dio, è il vero peccato originale.
Non sopportando più di vedere tanta disperazione in un uomo, Maddalena corse subito ad abbracciare Shim’on dicendogli:
- Non fare così, Shim’on. Smettila di torturarti. Gesù non è il figlio di Dio... almeno come lo intendiamo noi ebrei. E’ un uomo come te. Non è stato ucciso da nessuno. Non si è lasciato uccidere dal nostro popolo. Non ha voluto permettere che il suo popolo si macchiasse del suo sangue. Sopravvivendo alla sua esecuzione ha anche liberato la nostra gente da un eterno rimorso. E’ vivo e domani lo vedrai con i tuoi stessi occhi. Datti pace. Tutto è stato perdonato.
42 - La prima Pasqua di Gesù
Prese a questo punto la parola il buon Nicodemo:
- Devi convincerti, Shim’on, che i Galilei non capivano Gesù e non lo capiranno mai. Ecco tutto. Ha sempre detto che non avevano occhi e orecchi per intenderlo.
Gesù non poteva mai immolarsi sull’altare degli ebrei come unigenito di Dio per molti motivi. Te ne dirò uno soltanto che ti convincerà. Devi sapere che Gesù è venuto fra noi anche per abolire gli altari, tutti gli altari sacrificali della terra. E’ venuto a dire che non può esistere un Dio che per placare le sue assurde ire pretenda l’immolazione di un essere umano. Ti dirò di più, nemmeno l’immolazione di un vitello, di un agnello, di una semplice colomba. Sta anche qui la Buona Nuova di Gesù Ha-Nazri. Gli ebrei prima di Abramo immolavano al loro Dio i propri primogeniti; poi, come ai tempi della cattività in Egitto, i primogeniti dei loro nemici; infine alcuni animali, senza difetti, come avviene ora.
Gesù ci ha detto che l’uomo è finalmente maturo per smetterla di uccidere, squartare e bruciare, in nome di Dio, gli animali nostri fratelli. Non è una buona notizia? Figuriamoci se avrebbe immolato sé stesso per un Dio antico cui non credeva.
Passò la sua prima Pasqua ebraica con noi, a Betania, a casa di Lazzaro. Non aveva mai visto prima la città santa e noi, la vigilia di Pasqua, lo portammo a visitare i luoghi santi di Gerusalemme.
Migliaia e migliaia di agnelli, di capretti, erano in non bella mostra appesi ai ganci, squartati. Il sangue colava a rigagnoli lungo tutti gli scolatoi del tempio e i cani come ebbri, con i musi, le zampe e tutto il corpo imbrattati di sangue, aspergevano e tingevano di rosso tutto quello che toccavano e sfioravano. Le mura del Tempio, delle case, gli altari, le strade e le botteghe…tutto lordato di sangue. Le urla atroci degli animali sgozzati e le grida dei mercanti impedivano di sentire la tua stessa voce e un odore di morte, di sterco, di interiora putrefatte e di carne arsa sugli altari del Tempio ammorbava l’aria. L’odore degli incensi non copriva quel fetore ma lo rendeva ancora più insopportabile. Il fumo acre degli incensi e dei fuochi sacrificali, come una coltre di nebbia offuscava l’aria, ma non impediva di vedere quel mattatoio infernale dove mille braccia, mani, coltelli affilati e insanguinati vibravano nell’aria fra urla bestiali agghiaccianti. Così apparve a Gesù la città santa in quella vigilia, e anche io, che prima di allora avevo sempre pregustato l’euforia e l’eccitazione di quell’atmosfera, vidi per la prima volta quello scempio di creature con i suoi stessi occhi.
Gesù si appoggiò a un muro. Maddalena che aveva compreso con quale animo egli assisteva a quello spettacolo di morte, implorava di andar via di lì, di non fargli vedere e udire quel macello, quel carnaio, quel putridero. Fu proprio quella sera stessa che Gesù per la prima volta ci insegnò a celebrare la nuova Pasqua, la sua Pasqua, con una cena diversa, senza il sacrificio di un essere fatto di carne, ossa e sangue, come noi. Prese il pane, infatti, lo spezzò e ce lo servì dicendo che già quel pane era la sua carne, il suo stesso corpo. Sollevò un calice colmo di vino e ce lo offrì dicendo: “Ecco... bevetene tutti. Questo è il mio sangue. Per un momento si pensò che fosse già brillo. Poi comprendemmo. La cena proseguì con erbe dolci e amare, con frutti e tutto il resto; ma quel giorno non mangiammo per ‘fine pasto’, com’era d’uso, l’agnello pasquale.
Fu una bellissima festa, con danze e canti. Si rise molto e si parlò con Lui e di Lui per tutta la notte, ma soltanto ora mi rendo conto che per quella cena pasquale, per la prima volta in casa di ebrei, non fu sparsa una sola goccia di sangue.
Ecco... Shim’on perché Gesù non poteva immolarsi come primogenito di Dio. E’ vero che Gesù andò sulla croce per scontare colpe che non erano sue, che si sacrificò per qualcuno che non lo meritava, ma non nel senso inteso dai Galilei. Tommaso poi ti chiarirà tutto.
- Quello che mi dite spiega molte cose - disse rinfrancato Shim’on tirando un lungo respiro. - Ha senso e mi dà un grande conforto. Non aveva senso invece l’andare a morire per poi risorgere subito dopo. Perché poi abbandonare gli apostoli? Perché salire nel regno dei cieli con la promessa di ridiscendere? Che cos’è questo morire per risorgere? Apparire per sparire? Andare per tornare? Salire per ridiscendere? Tutto questo per salvare il mondo?
- La verità invece è semplice e trasparente come l’acqua - aggiunse Tommaso. - Misteri... complicazioni...intrichi...sono serviti soltanto per nasconderla.
A questo punto Shim’on guardò in faccia chi stava intorno al fuoco, uno per uno, come per ben imprimere nella sua memoria le fisionomie. Sorridendo, rasserenato e soddisfatto disse:
- Vedo che ci sono più donne che uomini al seguito di Gesù. Già questo, per Israele è una bestemmia...è una... - Il fariseo non finì di parlare che una delle donne che si prodigavano nel servirlo e nel porgergli di tanto in tanto da bere, proruppe risentita:
- Un Rabbi che si rispetti, un uomo di Dio non dovrebbe parlare di cose sacre con una donna. Non è vero? In pubblico poi, neppure con sua moglie. Persino nel Tempio non ci è permesso avvicinare i sacerdoti o entrare nel cortile interno. Ci impediscono persino di stare nel cortile degli uomini, dove si raccolgono i figli che abbiamo partorito, i nostri mariti, i nostri padri e i nostri fratelli.
Avessi visto l’espressione di Gesù quando notò l’inciso sulla pietra che minacciava di morte chi fosse entrato nei cortili interni del Tempio senza averne il diritto! “La casa di un padre - disse - è sempre aperta ai figli, appartiene e apparterrà a loro. La casa di Dio è diventata una spelonca di ladri! Questa casa verrà distrutta e nessuno riuscirà a ricostruirla”.
- Già ...una spelonca di ladri... - ripeté fra sé Shim’on. - Le stesse parole riportate a Caifa. Se le segnò a dito.
- Se vuoi comprendere cosa fu Gesù per noi povere donne d’Israele, - riprese a dire la donna - ascolta la mia storia, Shim’on. Vedrai che sarò breve.
- Ti prego....parla pure... ma dimmi prima chi sei.
43 - L’emorroissa
- Io sono quella del flusso. Quando mio marito morì, dal gran dolore mi scese il mestruo e rimasi mestruata. Quando Gesù venne a Cafarnao, lo stesso giorno in cui fu risvegliata la figlia di Jairo, perdevo sangue da più di 12 anni e i medici mi avevano già derubata dei risparmi, della terra e della casa, ma senza ridarmi la salute.
Sai bene, scriba, cosa vuol dire in Israele essere permanentemente mestruata? Gli uomini e soprattutto i religiosi, come voi scribi, mi trattavate come una sozzura da non avvicinare; come un lebbroso. Quando lo vidi - Gesù... dico, - stava andando a destare la figlia di Jairo, il capo della sinagoga. Gesù, dunque, mi passò davanti e si stava allontanando da me, quando disperata provai a chiamarlo. Non avevo più forze. Dalla mia bocca uscì appena un po’ di fiato. Io stessa non riuscii ad udire la mia voce tanto erano alte le grida di gioia e di supplica della gente. Ma Lui mi udì ugualmente; mi vide e mi venne incontro. Io non potevo neppure stare in piedi senza appoggiarmi ad un muro, tanto ero debole. Giovanni si mise fra Lui e me per informarlo che ero una mestruata da tanti anni, che non poteva toccarmi, che ero impura, immonda, che a sfiorarmi solamente avrebbe disatteso uno dei santi precetti, e offeso Dio. Il Maestro però lo scansò dicendogli che ne aveva abbastanza dei suoi precetti; che per lui non esistevano intoccabili e che se aveva già toccato i lebbrosi, gli indemoniati e le prostitute, poteva pur toccare una donna come me. Come fece per avvicinarsi lo implorai col poco fiato che avevo: “Non toccarmi, Ha Nazri, non è necessario, lascia soltanto che io tocchi le frange del tuo mantello. Sono certa che guarirò.” Lui non mi ascoltò. Mi abbracciò. Mi strinse fra le sue braccia; tanto che sentii battere il suo cuore, il calore del suo corpo, il suo respiro. E proprio in quegli istanti il flusso dentro di me si arrestò. Fu il primo uomo a stringermi così dalla morte di mio marito. Neppure i miei fratelli da che ero ammalata mi avevano più abbracciata. Appena si allontanò da me, tutte le donne di Cafarnao mi si strinsero intorno gridando per la gioia. Sentivamo che era successo qualcosa di importante per tutte noi.
Giovanni venne più tardi a trovarmi e mi impose di rispondere agli sconosciuti ed alle autorità che mi avrebbero interrogato, che non era stato Gesù a toccarmi di sua volontà, ma che ero stata io a sfiorare a sua insaputa, tra la folla, le frange del suo mantello. Mi convinse dicendomi che aveva molti nemici fra gli scribi e i sadducei del Sinedrio che cercavano un’occasione come questa per arrestarlo. Ma adesso lo posso dire che Ha Nazri non si limitò a toccarmi solamente; lui mi abbracciò... eccome se mi abbracciò! Che uomo!... Un vero uomo! Il solo uomo... in un paese di pecore.
- Gesù ha portato certamente una Buona Nuova anche a tutte le donne - osservò Shim’on. - Se ben ricordo a quel tempo non aveva moglie. Si è poi sposato nel frattempo? Ha avuto figli?
- Ma chi?... Gesù?... - rispose Tommaso. - Non mi risulta. Ha ben altro da fare che sposarsi e metter su famiglia. Non è venuto per questo.
- In quegli anni - correggimi se sbaglio, - non aveva più di 35, 40 anni. Che un Rabbi come lui, alla sua età, non avesse preso moglie da più di venti anni, e non avesse un bel po’ di figli, era condannabile dalla morale pubblica e dalla migliore tradizione. Il suo celibato dava scandalo. Quest’uomo da una parte scoraggiava il matrimonio e tutti i legami familiari, proprio come gli esseni, dall’altra si lasciava circondare e seguire da moltissime donne e da discepoli che per Lui abbandonavano mariti, mogli, figli e genitori.
- Tutto questo faceva parte della sua rivolta spirituale, della Buona Nuova. Il mondo non ha conosciuto prima di Lui un liberatore più grande. Lui è il Salvatore perché salva, e salva perché libera gli uomini da tutti i legami, da tutti gli attaccamenti, da tutti i codici scritti.
- Quando salvò dalla lapidazione e perdonò l’adultera che gli scribi gli gettarono ai piedi come uno straccio - intervenne Maddalena, - Lui inferse alla legge di Mosè l’ennesima pugnalata. E lo fece proprio all’interno del primo cortile del Tempio, davanti agli interpreti legittimi ed agli esecutori della Legge. Le scritture imponevano la lapidazione per quell’adultera sorpresa in fallo.
Neanche per un’adultera Lui indietreggiò di fronte alla Legge. La sfidò, per lei, mettendo a repentaglio la sua stessa vita.
44 - Il numero degli apostoli
- Un giorno, - riprese a dire Shim’on dopo aver bevuto un infuso caldo che Maddalena gli aveva portato, - uno dei dodici... non ricordo più chi...
- I dodici? E chi sarebbero i dodici? - interruppe Tommaso.
- Come chi? Gli apostoli... naturalmente... i Galilei.
- E sono diventati dodici?
- E quanti sono allora? Se non lo sai tu che sei uno di loro!
- Sarò pure stato uno di loro ma non ho mai saputo che eravamo più di cinque. Tutti e cinque fratelli, figli di Maria e orfani di Rabbi Giuda di Gamala detto il Galileo. Gli apostoli di Giovanni Battista eravamo soltanto noi cinque.
- Me lo hai già detto che Simon Pietro e Simone il Cananeo, detto lo zelota erano la stessa persona. Però, da dodici a cinque, ce ne vuole! Da quando gli apostoli hanno fondato un movimento religioso che ha varcato i confini della Palestina e che trova adepti in tutto il mondo, devono aver creduto opportuno cancellare accuratamente da quali lombi sono stati generati e i loro trascorsi terroristici . E’ comprensibile. Si sono volute intorpidire le acque. Si sono inventati un Simone zelota per nascondere a tutti che il primo degli apostoli fosse un terrorista. Dovevo arrivarci da solo che erano la stessa persona. Infatti trovavo strano che chiamassero Simon Pietro Bar Jona, ‘Figlio di Giona’, mentre suo fratello Andrea che avrebbe dovuto essere come lui Figlio di Giona, non lo chiamassero alla stessa maniera.
- Simon Pietro, in realtà, come t’ho già detto, veniva soprannominato Bariona (Il latitante) e non Bar Jona (il figlio di Giona).
- Non fa una grinza. Non saranno pure la stessa persona Giacomo il Maggiore, il fratello di Giovanni e Giacomo il minore fratello di Gesù?
- Immagino di sì. Io so di mio fratello Giacomo che era però fratello di Gesù Barabba e non di Gesù Ha-Nazri. Non poteva, un sacerdote come lui, avere un padre giustiziato dai romani come un bandito ed un fratello che è conosciuto come il più efferato terrorista in circolazione. E’ stato utile per i Galilei che Gesù e Barabba avessero lo stesso nome e lo stesso soprannome.
- Andiamo avanti. Che mi dici di Matteo il pubblicano, di Bartolomeo, di Filippo?
- Mai conosciuti. Fra i seguaci di Giovanni Battista alcuni avevano questi nomi. Non so dirti di più. Penso soltanto che se ci fosse stato un pubblicano fra gli apostoli, un esattore delle tasse, un uomo esperto a far di conto, la cassa degli apostoli avrebbe dovuto tenerla lui e non chi sai. E tu che hai tanto indagato, in Palestina, per tanti anni, sull’identità degli apostoli, che cosa hai scoperto?
- Ho tentato di cercarli. Sempre inutilmente. Nel tentativo di rintracciare Matteo il pubblicano, sono arrivato a Ponto Eusino, in Persia, persino in Etiopia. Ma in questi luoghi, fra i nazirei, nessuno ne ha sentito parlare. La stessa cosa vale per Bartolomeo che sarebbe per certuni lo stesso Nataniele. Le sue tracce si confondono con quelle di Matteo. Sono venuto in India per cercar lui e invece ho trovato te. Meglio così.
Filippo poi mi ha fatto impazzire. E’ in mille posti contemporaneamente. Il suo nome è così spesso congiunto con quello di Andrea che io stesso ho pensato che fossero la stessa persona. E’ evidente lo sforzo degli apostoli di portare il loro numero a dodici. Mi chiedo perché. Hanno forse pensato che la loro congrega avrebbe dovuto raccogliere le dodici tribù d’Israele?
- Non dimenticare che Giacomo e Giovanni sono sacerdoti e hanno fatto parte del Consiglio della comunità essena e del Collegio supremo dei dodici. Dodici questi, dodici gli apostoli. Forse la setta nazirea di Gerusalemme continua a mantenere stretti collegamenti con i ‘figli di Sadoc’; forse non esiste una soluzione di continuità fra le due sette. Come vedi i miei fratelli sono maestri di sotterfugi. Sono zeloti, sicari, sacerdoti, se la intendono con i ribelli, le spie, gli informatori, le guardie del Tempio, di Ponzio Pilato e di Erode. Sono rotti a tutte le esperienze, a tutti i compromessi, a tutte le più sporche manovre politiche. Sono sicuro che la setta avrà un duraturo e glorioso futuro. Sono maestri nello sdoppiare i personaggi e, quando è il caso, nel farli scomparire nel nulla.
45 - Giuda Iscariota
- Non mi dire adesso - disse Shim’on, - che Giuda Iscariota, il traditore, non sia stato uno dei dodici! Custodiva la cassa dei Galilei e teneva i conti. E’ un personaggio scomodo per gli apostoli. A quanto pare, anche il figlio di Dio può prendere una cantonata nella scelta dei discepoli. Come ha potuto Gesù affidare un compito di responsabilità e di assoluta fiducia ad un uomo che non fosse anche un fidato discepolo? Fra tutti gli apostoli che lo braccavano, almeno Giuda sarà stato suo discepolo!... E piuttosto intimo direi. Non credi? Però!... Un uomo come Gesù cadere nella trappola di un personaggio così squallido!... per quanto imbeccato da Satana in persona! Anche gli apostoli, che ne hanno sapute fare tante, non sono riusciti a farlo scomparire. Al contrario, direi, hanno fatto di Giuda Iscariota un personaggio centrale nella vita, nella cattura e nella crocifissione del Maestro. Mi stupisce tanto clamore per una figura così negativa.
- E fai bene a stupirtene - disse Tommaso facendosi improvvisamente pensieroso e scuro in volto, mentre un brusio di voci si era alzato intorno al fuoco.
- Cosa succede? - chiese Shim’on accortosi del brusco cambiamento di atmosfera in quella cerchia di amici.- Ho detto ancora una volta qualcosa che non dovevo?
- Non ti dar pensiero Shim’on... rassicurati... nessuno ce l’ha con te. E’ soltanto venuto il momento.
- Di quale momento parli?
- Ascoltami bene. Se gli apostoli non hanno voluto far sparire una figura così discutibile come quella di Giuda è perché non hanno potuto fare a meno di questo personaggio. Se non ci fosse stato lo avrebbero dovuto inventare.
- Mi vuoi forse dire che non è mai esistito un traditore di Gesù?
- Altroché! Ce ne sono stati pure troppi di traditori. Gesù è stato tradito e rinnegato. Eccome! Altrimenti non sarebbe stato catturato, processato e condannato a morte. Proprio perché è stato catturato e condannato alla pena capitale, senza ombra di dubbio, gli apostoli hanno dovuto inventarsi un traditore.
- Mi vuoi forse fare ammattire? Se Gesù, come mi confermi, è stato tradito, perché poi dici che gli apostoli si sono inventati un traditore? Almeno questa volta non si sono inventati nulla.
- C’è stato un tradimento... questo sì. Non un traditore. I Galilei si sono inventati un solo traditore che coprisse tutti gli altri... che pagasse per tutti...come un capro espiatorio.
- Mi stai dicendo che Giuda Iscariota non tradì mai Gesù, ma che fu incolpato per coprire i veri traditori. Ma che interesse avevano gli apostoli a colpire un innocente, che per giunta era loro fratello? Solamente per proteggere i veri traditori di Gesù? Erano impazziti? A meno che... ma sì... a meno che i traditori di Gesù... non siano stati proprio loro.
- Proprio così. Tutti gli apostoli tradirono Gesù... meno uno... meno Giuda.
- E’ pazzesco! Ma perché allora si è impiccato?
- L’hai visto impiccato... tu? Non credo proprio che tu l’abbia potuto vedere appeso a un albero.
- Io no. Lo danno tutti per scontato. Veramente non si è mai chiarita la morte di Giuda Iscariota. Alcuni mi dissero che non si era impiccato. Che era fuggito col prezzo del tradimento e che andava ramingo per il mondo nascondendosi. Qualcun altro mi disse che si era lanciato dall’alto di una rupe. Altri ancora che era stato trovato sventrato e con le interiora disseminate tutt’intorno. Effettivamente anche questa volta ci sono troppe verità sulla sua tragica fine. Evidentemente c’è sotto qualcosa che doveva essere tenuto nascosto ad ogni costo. Che cosa si nasconde dietro a tutto questo? Ma che fine avrebbe fatto questo disgraziato? Tu lo sai?
- Sì che lo so. Nessuno lo sa meglio di me.
- E non vuoi dirmelo?
- Non ti pare che ci fossero troppi Giuda in soli dodici apostoli? Ci mancano i nomi in Israele per trovarne tanti identici in una rosa di prescelti così ristretta?
- E’ vero. Troppi per la verità. Giuda Iscariota... Giuda detto Taddeo e poi.... e poi ci sei tu... Giuda Tommaso detto Didimo. Ben tre Giuda su dodici nomi. Troppi davvero. Mi vuoi dire che anche questa volta di Giuda ce n’è uno soltanto? Tu sei quello? Un momento... stai forse per dirmi...
- Che Giuda Tommaso detto Didimo, alias Giuda detto Taddeo, Alias Giuda Iscariota... sono la stessa persona. Sono sempre io: Thomà per gli amici; per i nemici... Giuda Iscariota... il Sicario... l’assassino... il traditore.
- Cosa? Non pretenderai che ti creda? Tu... tu ... Giuda il traditore? Ma che dico?... E’ il contrario... non il traditore... ma l’unico apostolo che non avrebbe tradito Gesù. Ma è un incubo questo! Non capisco più niente... mi gira la testa... cosa mi avete fatto bere?... Puoi provarmelo almeno?
- Ma che interesse avrei a dirti una cosa del genere. Guardati intorno, Shim’on... qui sono presenti tutti coloro che videro morire Gesù. Chiedilo a loro. Io sono Giuda Tommaso... e non sono un fantasma. Sono il solo Giuda dei Galilei. Non ho tradito Gesù ... sono il solo apostolo che lo ha seguito per decenni fino a questi monti.
Shim’on si mise le mani fra i capelli e chiuse gli occhi per qualche istante. Poi lo scriba fissò Giuda Tommaso e disse:
- Tu saresti Tommaso l’incredulo, quello che non voleva credere alla risurrezione di Gesù?
- Chi altri se no?
- Ti voglio credere, ma dimmi prima come devo chiamarti.
- Giuda... Tommaso... chiamami come vuoi... ma non Iscariota. Soltanto un sicario cretino poteva farsi chiamare Giuda Iscariota. Si può dir tutto dei sicari meno che fossero cretini. Sono stato... è vero...zelota e sicario prima di conoscere Gesù, proprio come Pietro e Andrea, ma avrei avuto vita breve e troppe complicazioni se mi fossi per giunta chiamato Giuda ‘il sicario’... Iscariota... per l’appunto. Se tu fossi stata una spia di professione potevi forse chiamarti Shim’on la Spia?
- Anche questo è vero. Ma se è così, perché non ti difendi? Perché non fai sapere la verità?. Che sei il solo degli apostoli che non ha tradito? Ma lo sai che hai addosso un marchio d’infamia? Per millenni a venire... tu sarai il traditore per antonomasia ...il più grande traditore che l’umanità abbia mai avuto.
- Mi sta bene. Io sono veramente il traditore. Nessuno lo è più di me... né lo è mai stato...né lo sarà mai da ...qui all’eternità.
- Ma che stai dicendo, Giuda? Ho appena incominciato a crederti! Mi avevi appena convinto che sei il solo Galileo che non ha tradito Gesù!
- Ed è vero. E’ per restar fedele fino all’ultimo al mio Maestro che ho tradito tutto il resto. Ho rinnegato il popolo d’Israele... il Dio dei miei padri... la Legge di Mosè... ho tradito mio padre... mia madre... i miei fratelli... i miei antichi ideali... il mio partito. Se ci sarà mai un principe dei traditori, quello sono io. Sono condannato a nascondermi nelle tane come una bestia e ad errare per il mondo come Caino... peggio di lui. Non ci sarà per me un Dio come quello di Caino che schiaccerà chiunque alzerà una mano contro di me. Tutti credono che abbia fatto uccidere l’uomo più buono mai apparso su questa terra. Mi sta bene così. Mi basta sapere che non è vero. I nazirei mi cercherebbero e mi ucciderebbero se sapessero che sono ancora vivo. Gli ebrei mi farebbero a pezzi se sapessero la verità... che per seguire Gesù ho tradito la patria... i parenti... il mio popolo e il mio Dio. Mi conviene perciò che le cose restino così. Almeno per il momento. Mi basta sapere di aver Gesù dalla mia; di subire tutto questo per essergli stato fedele; di essere l’uomo che ha più camminato con Lui. Poi verrà il tempo in cui gli ultimi diventeranno i primi. Quando il mondo intero sarà una sola patria. Quando non ci sarà più un Dio... né chiese... né sette... né padre... né madre... né fratelli. Quando verrà glorificata la libertà di coscienza e lo Spirito di verità, allora si riderà delle promesse, dei giuramenti, dei battesimi e la parola ‘tradimento’ che ancora mi brucia dentro, scomparirà da tutte le lingue della terra.
- Ti rimproverano di aver tradito Gesù per trenta denari.
- Per trenta denari? Ma è una miseria! E’ ridicolo! Spendevo ogni giorno il doppio solo per i pasti. Mi avevano affidata la borsa e la gestione di tutto. Avevo in mano una fortuna. Altro che trenta denari! Fra i discepoli avevamo molte persone ricche che non ci facevano mancare nulla. Il Battista ci rimproverava pure questo. Se era il denaro che volevo, sarebbe bastato andarmene con la cassa in qualsiasi momento.
- Ne sono convinto. E poi questi trenta denari... sono il prezzo di un tradimento biblico.. devo averlo letto da qualche parte... nelle scritture. Giovanni non si fa scrupolo di dire che eri un ladro e che rubavi a man bassa da quella borsa.
- Non mi ha mai potuto vedere. La voleva lui quella borsa. Invidiava la grande amicizia che c’era tra me e Gesù. Non sopportava che mi abbracciasse e mi baciasse quando lo incontravo. Lo faceva soltanto con Lazzaro. Non lo ha mai fatto con gli altri apostoli che, al contrario, evitava come la peste. Giovanni... voleva essere lui l’apostolo preferito. Non sopportava che fossi il solo, insieme a Lazzaro, che si appartasse con lui, che ascoltasse le sue confidenze. L’invidia è la bestiaccia che divora Giovanni, giorno e notte.
Se era vero che rubavo abitualmente dalla cassa comune, come dice lui, che interesse avrei avuto a tradire Gesù? Tradendolo avrei soltanto ucciso la gallina dalle uova d’oro. Se erano i soldi che volevo, soltanto con Gesù a fianco e come custode del denaro comune avrei potuto avere una rendita perpetua.
PARTE TERZA
Rinnegato, processato e messo a morte
dai prìncipi di questo mondo
46 - La domenica delle Palme
Avevo ben altro per la testa che tradire Gesù - continuò Tommaso. - Non sapevo come fare per salvarlo da sicura morte senza dover necessariamente tradire i miei fratelli. Ero disperato. Non dormivo la notte. Barabba aveva riunito un migliaio di zeloti armati e li teneva nascosti proprio sulle pendici del Monte degli Olivi. Tutto era pronto per l’insurrezione e la liberazione di Gerusalemme.
Gesù, avvertito da me di quello che stava accadendo, allontanò da sé e dal pericolo tutti i suoi seguaci. Si era sentito obbligato a venire a Betania soltanto per il risveglio di Lazzaro. Era venuto da solo e segretamente. Se Lazzaro non si fosse addormentato, Gesù e i suoi amici sarebbero stati già lontani da Gerusalemme e oltre i confini della Palestina.
Il progetto degli zeloti di mettere i loro uomini insieme a quelli di Gesù, istigati dagli apostoli, fallì. Fallì per merito o per colpa mia, perché ero stato io a tenere Gesù sempre al corrente di tutto quello che i Galilei decidevano di fare.
Barabba volle tentare ugualmente l’insurrezione. Mentre Gesù si nascondeva ad Efraim e nella casa del Lebbroso, Barabba entrò in Gerusalemme a dorso di un’asina, come profetizzato dalle scritture, con tutti i suoi che lo acclamavano Messia e re di Israele.
- Ma come! Non fu quindi Gesù il responsabile dei massacri di quel giorno?
- Ma figurati! Gesù acclamato Messia? A dorso d’asina come è detto nella profezia? Ma allora avrebbe ceduto alle tentazioni del deserto e si sarebbe fatto convincere all’ultimo momento dalle proposte di Pietro, da ‘Satana’, che lo voleva sul trono d’Israele! Ti pare credibile un ripensamento da parte di Gesù su questo punto?
Barabba, per arrivare indisturbato e acclamato fino al Tempio si era messo nei panni di Gesù. Recitò alla perfezione quella che doveva essere, secondo le speranze degli zeloti, la parte di Gesù nella sommossa. Montando l’asina, infatti, Barabba rievocava il re pacifico e disarmato delle scritture. Con grande abilità si muoveva, sorrideva e parlava proprio come Gesù. Raggiunto il Tempio, gettò la maschera e sfoderò la spada. A quel punto, come un sol uomo, i suoi fedeli tirarono fuori le armi nascoste sotto i mantelli e colpirono i mercanti del Tempio e i cambiavalute. Vennero rovesciati i banchi di chi si sapeva fedele a Roma e ad Erode. Ci fu la reazione. Ci furono morti e feriti, ma quando gli zeloti sembravano oramai padroni del campo, dai bastioni della Torre Antonia, dai portici del Tempio e dai pinnacoli partirono improvvisamente nugoli micidiali di frecce e lance. I soldati di Ponzio Pilato avevano circondato Barabba e gli insorti che erano caduti in trappola. Qualcuno, come sempre, aveva avvertito per tempo il Prefetto.
Ci fu una strage di zeloti e Barabba venne catturato e arrestato con i pochi sopravvissuti.
A tutto questo si ridussero i sogni di gloria di Barabba e degli altri miei fratelli. Anni di preparativi febbrili svanirono in non più di un’ora. Proprio come ci aveva anticipato Gesù
- Non fu quindi Gesù Ha-Nazri ad entrare trionfalmente a Gerusalemme, ma il suo sosia Gesù Barabba. Infatti mi sembrò inspiegabile il comportamento di Gesù. Quando mi si racconta questo episodio, nessuno poi spiega perché mai Gesù, che preparò personalmente con l’asina e tutto il resto quell’entrata trionfale nella città santa, non sia poi diventato di fatto re d’Israele. Dopo un ingresso come quello, poteva succedere solamente di essere incoronato re oppure di essere arrestato e ucciso. Non avvenne niente di questo.
- Hai pensato bene, Shim’on. Gesù in quei giorni non si era fatto vedere in città. Non faceva parte dei suoi piani l’essere catturato. Si nascondeva con molta prudenza a Efraim, a Betfage e dal Lebbroso. Sempre in movimento. Non sostava più di qualche ora nello stesso luogo. Caifa lo voleva eliminare ad ogni costo ed aveva sguinzagliato tutti i suoi scagnozzi. Da quando poi aveva saputo che Barabba catturato da Ponzio Pilato non era il Gesù che voleva fra le mani, non si dava pace. Per fortuna Gesù veniva informato da me che ero in contatto con i miei fratelli e gli zeloti, ma anche da Giuseppe l’Arimateo e da Nicodemo che erano membri del Sinedrio e che conoscevano per tempo i movimenti del sommo sacerdote.
47 - Il tradimento
- Ma perché a questo punto Gesù non prese la decisione di andarsene via da lì e dalla Palestina, secondo i suoi precedenti progetti?
- Non poteva più farlo.
- Perché? Chi glielo impediva?
- Gli apostoli.
- Gli apostoli? Ma che significa?... non ti seguo più!
- Con la cattura di Barabba e di una ventina di zeloti, gli apostoli erano tutti in pericolo, ed io stesso. I prigionieri venivano torturati per fare i nomi di tutti i responsabili dell’insurrezione. Non passava giorno senza che uno dei nostri venisse arrestato per essere messo subito a morte. Da un momento all’altro sarebbe toccata a noi. Noi eravamo i primi della lista. Noi... i figli di Giuda il Galileo. Si viveva nell’incubo di essere scoperti. Ognuno di noi aveva almeno un figlio, un padre, un parente, un amico sotto tortura, nelle segrete della Torre Antonia, in attesa di essere crocefisso.
- Ma cosa poteva fare Gesù?
- Giovanni aveva avuto un abboccamento con Caifa, che era, per via di mia madre, un nostro lontano parente. Il sommo sacerdote aveva promesso che avrebbe convinto Ponzio Pilato a liberare Barabba e a far cessare gli arresti in cambio del vero responsabile dell’insurrezione... del capo dei ribelli.
- E chi era costui?
- Chi poteva essere? Gesù...chi altri? Si voleva che fosse Lui. Caifa voleva sbarazzarsi di Gesù: il vero irriducibile nemico dei sacerdoti e della Legge di Mosè.
- Dio mio! Questo, dunque, tramarono gli apostoli di Gesù!
- Soltanto perché Gesù li lasciò fare. Fu Lui a salvare tutti gli apostoli...e tanti altri. Si sacrificò per tutti noi. Versò il suo sangue per noi. Per le nostre malefatte... per le nostre ambizioni... la nostra sete di potere.
- Non andò quindi in croce per scontare i peccati di tutta l’umanità come dicono i Galilei, ma soltanto per salvare la vita ad un manipolo di insorti, ai capi occulti dell’insurrezione. Andò sulla croce al vostro posto.
- Proprio così. Come ti ho detto, Gesù conosceva tutti i termini della trattativa. I suoi amici insistevano perché fuggisse. Perché ci abbandonasse al nostro meritato destino. Io.. come sai... ero disperato... dilaniato. Da una parte era in pericolo la vita di Gesù, dall’altra la mia...quella dei miei fratelli e di tanti miei amici e parenti. Una notte Gesù mi destò dai miei incubi e mi disse che non potevo servire ad un tempo due padroni. E aggiunse ancora queste parole: “...colui che non è pronto a detestare il padre e la madre, i suoi fratelli e le sue sorelle per camminare con me...non è degno di me.” Queste parole mi fecero comprendere il vero significato di tutte quelle sue espressioni contro un malinteso quanto morboso amore per la famiglia.
48 - Un piano pazzesco
Giovanni, dunque, si accordò con Caifa per la consegna di Gesù. Spettava a me far uscire Gesù dal suo nascondiglio con un invito a cena insieme a tutti gli apostoli. La cena pasquale doveva esser fatta, secondo la tradizione, all’interno delle mura di Gerusalemme. Fu scelta una casa adiacente all’abitazione di Caifa, dove solitamente si riunivano ‘I Figli della luce’. I miei fratelli erano certi che io sarei riuscito a convincere Gesù, ad accettare l’invito.
Fu in piena notte, a casa del Lebbroso che incontrai Gesù. Gli dissi dell’invito, ma anche dell’immediato arresto che ne sarebbe seguito. Dal Lebbroso c’erano anche Giuseppe L’Arimateo, Nicodemo e Lazzaro. Ebbi subito il sentore che il Maestro già sapesse qualcosa. Sicuramente era stato avvertito da Giuseppe e da Nicodemo che lo imploravano di andar via di lì, senza perdere un secondo. Io ero ammutolito. Gesù spiegò che non poteva andarsene così; che fuggendo avrebbe messo sulla croce tanti disgraziati; sarebbe stato come se li avesse inchiodati sul legno con le sue stesse mani.
Eravamo disperati. Gesù andava incontro a tortura e morte certa e Lazzaro non se ne dava pace. In lacrime, disse a Gesù:
“E’ tutta colpa mia. Se avessi saputo ben evocare il mio Spirito, proprio come mi hai insegnato, tu non saresti qui ad affrontare questa situazione
A quelle parole di Lazzaro, il volto di Gesù si illuminò: “Non so se sei stato tu a mettermi in questa situazione - disse -, so però che mi hai appena suggerito il modo di uscirne. Mi lascerò ‘morire’ come te , Lazzaro, ma senza far pasticci. Se sei riuscito a fermare il cuore ed il respiro e ad ingannare chi ti ha posto nel sepolcro e le tue stesse sorelle, ci riuscirò anche io. Col vostro aiuto potrei scendere agli inferi per tre giorni almeno, e ritornare poi a respirare alla luce del sole.” Restammo tutti sbalorditi. Gli dicemmo che era pazzesco, che non era la stessa cosa, che lo avrebbero torturato a sangue, che sarebbe morto per il dolore e dissanguato. Lui ci rassicurò. Ridendo disse che il suo cuore si sarebbe azzittito e che non avrebbe perso troppo sangue. Inoltre Lui sapeva come rendere il dolore sopportabile. Non era forse già uscito vivo da ben due lapidazioni?
Ci fu un lungo e mortale silenzio quando improvvisamente Giuseppe l’Arimateo disse: “Si può fare. Se ci impegniamo.... Gesù potrebbe ingannare tutti, anche se Caifa ti vuole vedere morto e sepolto con i suoi stessi occhi. Ho sentito io stesso le sue parole. Sarà ben accorto questa volta. Non riesce ancora a capacitarsi come ti sia salvato da ben due lapidazioni. Vi dico che potrebbe funzionare. Non dimenticate che io sono l’Arimateo ed è mio precipuo compito presenziare alla esecuzione capitale, all’inumazione del corpo dei giustiziati dalla legge ed alla loro sepoltura. La sepoltura degli appesi sul legno in abominio a Dio, deve rimanere tassativamente segreta, per impedire ai parenti ed ai seguaci del giustiziato di fare del sepolcro un luogo di raduno e di culto. L’Arimateo di Gerusalemme è l’unico responsabile dell’occultamento della salma. Per ciò che riguarda i cimiteri ed i sepolcri della città, io sono l’unico responsabile e nessuno può metterci il naso, neppure il Sommo Sacerdote. Vi dico che si può fare. Quand’è giunto il momento della deposizione, soltanto io e chi vorrò io, potrà mettere le mani sul tuo corpo. Tu Maestro pensa a rimaner vivo, a tutto il resto pensiamo noi. Ci saremo soltanto io e Nicodemo al momento della deposizione. Prima del tramonto si chiuderanno tutti in casa e noi potremo agire inosservati. Sarebbe perfetto se l’esecuzione avvenisse nell’Orto di Getsemani. E’ un luogo maledetto e sconsacrato, dove nessun ebreo oserebbe avvicinarsi, soprattutto durante le feste.”
“Non è dove gli idolatri ed i pagani sacrificavano ai loro dei?” - chiese Gesù.
“E anche dove li abbiamo sempre lapidati, strangolati e sotterrati.” - aggiunse Giuseppe -. “Lì c’è un sepolcro vuoto che fa al nostro caso. Sento che ce la faremo.”
“Farò in modo che l’arresto di Gesù avvenga proprio a Getsemani - dissi io -. Secondo una antica legge il condannato dovrà essere giustiziato proprio nel luogo dove è stato catturato. Caifa salterà dalla gioia; esulterà quando i Galilei glielo proporranno. Una sepoltura ignominiosa per una condanna ed una esecuzione infamante. E’ proprio quello che cerca.”
- Ecco quello che escogitammo quella notte a casa del Lebbroso - continuò a raccontare Tommaso. - All’alba sgattaiolai da quella casa con l’autorizzazione di avvertire i miei fratelli che Gesù aveva accettato volentieri l’invito a cena.
- Fantastico! Ecco com’è andata! - esclamò Shim’on. - Non c’è stata una risurrezione, perché non c’è stata la sua morte!
- E’ la pura verità - annuì Tommaso. - Lì per lì mi sentii sollevato e come liberato da un incubo: non c’era stato bisogno di tradire nessuno. I miei fratelli potevano essere soddisfatti di me e anche Gesù. Tutto questo avrebbe potuto salvare anche Barabba, mio fratello gemello, al quale, nonostante tutto mi sentivo fortemente legato.
Il giorno dopo, peró mi sentii schiacciato da mille dubbi, paurosi presentimenti e laceranti sospetti. In quei giorni non mi fidavo troppo di Giuseppe e di Nicodemo. Erano pur sempre due uomini del Sinedrio. E se facevano il doppio gioco? Mi chiedevo continuamente. Chi mi assicurava che non avessero intenzione di abbandonare Gesù al suo destino o che avessero addirittura il compito di facilitare e assicurare, per conto di Caifa, la cattura e la morte di Gesù? Loro ben conoscevano, come del resto Caifa, le straordinarie risorse fisiche di quest’Uomo. Si diceva all’interno del Sinedrio che aveva superato indenne più di un avvelenamento. Gesù non doveva morire. Dovevo essere prudente, anche per Lui. Volevo garanzie per la sua incolumità. Ne parlai ancora una volta con Gesù e con Giuseppe. Gli dissi che poteva finir male, che nessuno poteva impedire a uno dei due di fare il doppio gioco. Caifa poteva pure aver organizzato tutto per catturare e uccidere prima Gesù e, subito dopo, tutti quelli che si erano fidati di lui: i miei fratelli, Barabba, io stesso. Giuseppe si mise a ridere, poi chiese cosa poteva fare per rassicurarmi. Proposi di nascondermi a tutti in un luogo sicuro, prima della cattura di Gesù, e che se fosse successo quello che temevo sarei andato di corsa da Ponzio Pilato per provargli la connivenza di vecchia data fra Caifa e i capi zeloti.
Gesù, dopo avermi ascoltato, rise di cuore e mi disse che ero il solito inguaribile sospettoso, e che mi avrebbe permesso, per mia tranquillità, di fare come volevo.
Venne il giorno della cena pasquale. Lui volle andare un’ultima volta a Betfage da dove era incominciata l’insurrezione di Barabba e degli zeloti. Il villaggio, che prima della sommossa formicolava di uomini e di guardinghi fermenti, ora sembrava abbandonato. Soltanto qualche donna impaurita sugli usci delle case, qualche bambino e qualche cane sulla strada. Eravamo taciturni e attanagliati dai peggiori presentimenti. Gesù camminava qualche passo avanti a noi. Io, Giuseppe e Nicodemo soltanto sapevamo che il nostro Maestro di lì a poco avrebbe dovuto superare una prova tremenda. Temevamo che non l’avremmo più rivisto vivo. Avrebbe comunque vissuto le pene dell’inferno. Aveva davanti a sé tre giorni terribili.
Ci chiamò tutti a sé, pieno di entusiasmo; precisò quello che si doveva fare di lì a qualche giorno, dopo aver sistemata una ‘certa faccenda’; così la chiamava Lui! Poi ci ingiunse di aver fiducia nel nostro Maestro, di non credere mai alle apparenze, di non disperare mai, qualunque fatto irrimediabile fosse successo. Se queste ultime parole colmarono di inquietudine tutti i discepoli e le donne in particolare, furono per noi tre, che sapevamo, di qualche conforto. Decidemmo di radunarci tutti in Galilea per poi prendere da lì, il lungo sentiero che ci avrebbe portato lontano dalla nostra terra, nella valle dei beati e sugli alti pascoli del Regno dei Cieli.
49 - L’albero secco
- Nicodemo che era molto attaccato alla sua terra e alla sua gente tentò di convincere Gesù a restare in Palestina, magari in Galilea. Sapeva lui come nasconderlo in un luogo sicuro. Israele, ora più che mai, aveva bisogno di Gesù. Soltanto con la Sua presenza e i suoi insegnamenti avrebbe salvato la sua gente. Secondo lui non tutto era perduto. Aggiunse che andandosene era come abbandonare la nave che affondava.
Gesù, per tutta risposta, continuò a camminare in silenzio. Si fermò sotto un albero di fichi i cui rami erano stecchiti, come le poche foglie che gli restavano caparbiamente attaccate. Guardò con insistenza fra quei rami sterili, come se cercasse di scorgere un frutto. Proprio Nicodemo gli fece notare che non era ancora stagione per i fichi, che quell’albero era inoltre irrimediabilmente morto e non avrebbe mai più dato frutti. Lui si allontanò rattristato. Guardando Nicodemo negli occhi disse: “ Non un fico... né legna da ardere... soltanto fumo. E’ più facile che un fico inaridito dia frutti fuori stagione che questa terra dia un solo uomo buono”. Disse che noi eravamo il sale di quella terra, che dovevamo fuggire di lì per salvare con noi stessi la parte preziosa della nostra anima e con lei il buon frutto che restava di questa nazione. Come l’anima abbandona il corpo dell’uomo giorni prima che la carne muoia e imputridisca, così noi, suoi discepoli, lo Spirito stesso di Israele, dovevamo abbandonare a sé stessa la nostra terra e la nostra gente prima che diventasse un putridero. Qualcuno chiese al Maestro se sarebbe più tornato in Palestina: “Tornerò soltanto quando quel fico darà i suoi frutti”, fu la sua risposta, e noi comprendemmo così che non sarebbe più tornato sotto questi cieli, poiché quell’albero non avrebbe potuto mai rinverdire e dare frutti.
Venne così il tramonto, ci abbracciammo con la morte nel cuore e nel separarci Gesù ci rassicurò dicendo: “Sarete senza Legge, ma non senza di me”. Soltanto io restai con Lui. In silenzio scendemmo a Gerusalemme per quell’ultima cena con i Galilei. Lungo il tragitto io pensai commosso a Lot che fuggiva da Sodoma e Gomorra distrutte da Dio; che sarei stato come lui; che non mi sarei voltato indietro per vedere la città santa rasa al suolo. Pensai a chi sarebbe rimasto; alla moglie di Lot che per essersi voltata divenne di sale. Pensai a mia madre, a Pietro, a Giacomo, a Giovanni, a Barabba che non avrebbero mai lasciato la Giudea per seguire Gesù; a quale sarebbe stato il loro destino. Pensai a Gesù che ci avrebbe portati tutti in salvo. Gesù come Lot ci avrebbe salvato dal fuoco del cielo; come Noè ci avrebbe salvato dalle acque del diluvio. “Se non lasci anche te stesso non hai fatto ancora nulla” - mi esortò Gesù come per rispondere alle mie segrete angosce. “Ma io, venendo con te, non ho nulla da lasciare, da perdere, da sacrificarti... ho soltanto tutto da guadagnare” mormorai, poco convinto, tanto per farmi coraggio. “Se non hai proprio niente a cui rinunciare... offrimi allora le tue colpe” furono le sue ultime parole prima di entrare nella casa del banchetto pasquale.
50 - L’ultima cena
- Eccoci così a questa benedetta cena. - tagliò corto Shim’on. Gli apostoli ne parlano come di un momento cruciale del loro credo. Ne hanno fatto un rito carico di misteri insondabili.
- Misteri insondabili... dici? Lo credo bene. Ti avverto subito, Shim’on, l’ultima cena non fu come l’hanno raccontata gli apostoli.
- Me l’aspettavo.
- Quella cena, in realtà fu il primo dei processi che Gesù avrebbe subìto di lì a poco. Il più atroce, perché approntato da coloro per i quali aveva deciso di andare al supplizio.
Giovanni e Pietro avevano bisogno di convincere gli amici e soprattutto sé stessi, che il loro comportamento era giusto, doveroso: l’unica cosa che un buon ebreo avrebbe dovuto fare. In quella cena Gesù bevve veramente il calice fino alla feccia, e quando dico ‘feccia’, non parlo per metafore.
Giovanni iniziò mellifluo come non lo avevo mai visto. Offeso e addolorato rimproverò cautamente Gesù di aver preferito alla compagnia di uomini timorosi di Dio, di patrioti rispettati da tutto il popolo quali erano appunto loro stessi, la compagnia di donne di dubbia fama, di prostitute, di esseri immondi, di pubblicani, di servi di Roma e di Erode.
51 - La parabola dei due figli e quella dei vignaioli assassini
Gesù rimase in silenzio per alcuni secondi, poi rispose a Giovanni con una parabola.
“Un uomo aveva due figli. Disse al primo di andare a lavorare la vigna. Il giovane finse di acconsentire, ma prese in realtà la via dei bagordi con gli amici e non ci andò. Il vecchio allora si rivolse al secondo figlio per comandargli la stessa cosa. ‘Non ne ho voglia!’ disse subito quest’ultimo sbattendo la porta e bestemmiando. Lungo la strada però si pentì della risposta data al padre e andò di buona lena a lavorare la vigna.”
Gesù a questo punto guardò in silenzio tutti i presenti e domandò:
“Allora ditemi... chi secondo voi obbedì al padre?”
Tutti insieme senza neppure riflettere risposero:
“L’ultimo figliolo ...naturalmente”.
Gesù allora volgendosi accigliato a Giovanni:
“In verità vi dico che persino i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Io ho parlato e voi non mi avete ascoltato... vi ho fatto vedere quello che nessun altro ha visto e non mi avete creduto. Le prostitute, i pubblicani e gli idolatri, al contrario, senza vedere... mi hanno creduto. Se tutto quello che insegnavo vi era di scandalo perché avete fatto finta di credermi e di obbedirmi… come il primo figlio del vignaiolo?”
- Li aveva presi alla sprovvista - continuò Tommaso, - e restarono tutti ammutoliti. Facendosi più triste, il Maestro iniziò un’altra storia, con lunghe pause e con voce fievole:
“Un padrone piantò una vigna e la affidò ai vignaioli. Quando venne il tempo del raccolto mandò i servi a prenderne la parte convenuta. Ma i vignaioli uccisero quei servi. Il padrone, pensando bene che i vignaioli avrebbero avuto timore soltanto di suo figlio, mandò il suo primogenito a riscuotere il dovuto. I vignaioli pensarono che se avessero tolto di mezzo l’erede legittimo, la vigna sarebbe rimasta a loro. Decisero così di fustigare, lapidare e appendere sul legno il corpo senza vita del figlio del padrone. Che fareste voi al posto del padrone?”
Questa volta nessuno aprì la bocca, ma Giovanni da quel momento incominciò a sospettare che Gesù sapesse quello che lo attendeva. Le allusione del racconto erano chiare.
Pietro, vedendo tutti gli altri intimiditi dalle parole di Gesù e, sul punto di mutar proposito su quello che avevano in animo di fare, prese a rimproverare Gesù per averlo costretto a pagare il tributo a Cesare, pur sapendo che tale atto veniva considerato un grande affronto agli ideali del suo partito. Gesù gli rispose:
“ Io non ho fatto altro che restituire a Cesare quel che gli apparteneva. Voi invece date a Cesare la vostra vita, che invece appartiene a Dio”.
Gesù aveva toccato una nota dolente. L’impresa di Barabba era finita in una tragedia e Gesù li aveva sempre avvertiti di quello che sarebbe successo. Ognuno dei presenti aveva perso dei cari e molti amici, e tutti temevano per sé stessi. Gesù aveva ragioni da vendere. Per non dare a Cesare quanto chiedeva, avevano preferito dargli quella vita che era un dono prezioso del Cielo.
52 - La lavanda dei piedi
Ci fu ancora un momento di angoscioso e imbarazzante silenzio che Giovanni si affrettò subito a rompere. Con voce stridula chiese a Gesù di iniziare l’abluzione delle mani prima di toccare il cibo, ben sapendo quanto poco Egli tenesse al rispetto di questo precetto. Gesù sembrò in un primo momento acconsentire all’invito di Giovanni prendendogli dalle mani un catino colmo d’acqua. Un istante dopo però, sotto gli occhi indignati e scandalizzati di tutti, fece per accingersi a lavare i loro piedi.
“Ma che stai facendo? - gridò Pietro. - Non puoi farlo! Molti nostri amici credono ancora che tu sia il figlio di Dio! Vuoi mortificarci? Anche agli schiavi e ai servi viene risparmiata questa umiliazione. Fatto da te è una bestemmia. Vuoi forse istigarci a fare un atto blasfemo? Tu non mi laverai mai i piedi!”
Si allontanarono irritati e inorriditi.
“Questo blasfemo ci sta provocando - mi sussurrò Giovanni all’orecchio -... invece di lavarsi le mani... Lui lava i piedi... a noi. Cos’altro dobbiamo sopportare?” Quindi corse alla porta per chiamare le guardie del Tempio che si trovavano appostate più vicine di quanto supponessi. Stentavo a trattenerlo ed a calmarlo. Gli ricordai allora che Gesù doveva essere fermato soltanto fuori le mura, nell’Orto di Getsemani, come si era stabilito. Si convinse. Sembrò calmarsi e fece a tutti segno di pazientare ancora un pó.
. “E’ un pazzo! - disse con un filo di voce a Pietro - Lasciamolo fare, per il momento”.
Ci lasciammo lavare i piedi e prendemmo posto. L’atmosfera col passare dei minuti si faceva sempre più opprimente.
53 - I rinnegati
Poi Gesù prese un calice colmo di vino e disse:
“Prendetene tutti... affinché ricordiate questo giorno... non berrò mai più con voi il frutto della vite.”
Subito dopo prese un pane e spezzandolo fece:
“Prendete e saziatevi... questa è la mia carne... che io sacrifico per la vostra salvezza.”
Fra lo stupore, il disappunto e l’indignazione di tutti si alzò un mormorio di esclamazioni per tutta la sala. Lui, senza scomporsi, prese il calice dicendo:
“Prendete e bevete il mio sangue ...che verserò... per colpa vostra”.
Giacomo allora chiese spiegazioni a Gesù su quello che aveva appena fatto e detto: “Cos’altro dobbiamo sopportare, Maestro? Eppure lo sai che bere il sangue... il sangue umano... sia pure simbolicamente... è per noi ebrei l’azione più blasfema che si possa concepire.
Lui gli rispose con un sorriso amaro sulle labbra:
“La mano che mi tradisce ha dilaniato e divorato la mia carne, così come fate con questo pane; ha tracannato il mio sangue come state facendo con questo vino. Il figlio dell’uomo farà quanto è già stato stabilito... ma Dio perdoni coloro che lo hanno tradito”.
Allora tutti chiesero chi fosse il traditore. Che facesse il nome.
Lui guardò negli occhi uno per uno e subito dopo disse:
“Colui che ha intinto il pane nel mio piatto... ha levato contro di me il suo calcagno”.
“Ma cosa vuoi dire, Maestro - disse Giovanni convinto oramai che Gesù si riferisse proprio a lui.- Tutti noi abbiamo intinto il pane nel tuo piatto. Vuoi forse dire che ti abbiamo tradito tutti? Chi è, dunque, il traditore? Se lo sai... dicci il nome. Sono forse io?”
Anche gli altri fecero la stessa domanda: “Sono forse stato io a tradirti?”
Giovanni s’era accorto con un certo sollievo che Gesù aveva qualche scrupolo a fare nomi. Voleva però sapere se erano solo sospetti i suoi o qualcosa di più preciso. Essendogli accanto, lo pregò di dirgli all’orecchio il nome del traditore. Gesù però gli rispose ad alta voce:
“Prima dell’alba il galletto canterà tre volte”.
Anche Pietro incuriosito dalle allusioni di Gesù, chiese:
“ Sono forse io, Maestro, colui che ti tradirà?... Non sarà mai... sai che son pronto a morire per te.”
“Prima dell’alba - disse Gesù -, ...il gallo canterà tre volte”.
Pietro allora comprese e si sentì smascherato. Senza preamboli tornò all’attacco:
“Ecco... noi abbiamo lasciato ogni cosa per seguirti. Che cosa dunque abbiamo ottenuto?” Gesù rispose:
“Chiunque abbandonerà case, fratelli, sorelle, padre, madre, figli e campi per seguirmi, avrà in cambio cento volte tanto ed erediterà la vita eterna.”
“Ma noi - continuò Pietro -, siamo stati i primi a seguirti. Meritavamo da parte tua maggior gratitudine. Hai preferito a noi gli ultimi arrivati; a noi che ti abbiamo seguito fin dal primo giorno che sei apparso in Palestina”.
54 - La parabola dei vignaioli
“Per quel che riguarda lo Spirito - rispose Gesù molto dispiaciuto -, le cose non vanno come in questo mondo. Nel Regno dei Cieli molti dei primi saranno ultimi... e gli ultimi primi. Ascolta Israele! Un uomo prese a giornata operai per la sua vigna. Si accordò con loro e li mandò a lavorare, all’alba, per un denaro al giorno. Più tardi vide altri operai senza lavoro: ‘andate a lavorare la mia terra! - disse - che a sera vi darò quanto vi spetta.’ Incontrò a mezzogiorno altri operai, e altri ancora verso le tre e verso le cinque, e a tutti chiese di occuparsi della sua vigna per un giusto salario. Quando fu sera, a lavoro compiuto, il padrone pagò gli operai ultimi arrivati con un denaro. Poi rimunerò con la stessa moneta quelli assunti alle tre e quelli di mezzogiorno. Gli operai che avevano lavorato fin dall’alba si aspettavano di essere ricompensati con un salario più alto del denaro pattuito e restarono molto male nel vedere che il vignaiolo dava ad ognuno un denaro come se avessero lavorato tutti lo stesso numero di ore”.
- Ma Gesù - proruppe Shim’on, - con queste parabole, proferite proprio quella sera, nella tana del lupo, cercava la rissa? Io stesso, per quanto la rigiri... trovo insopportabile questa parabola. Lasciamelo dire, Tommaso,... questo padrone è ingiusto... qui si vuol premiare chi lavora meno.
- Vedi... Shim’on... fino all’ultimo giorno... con quelle parabole ... Gesù interrogava gli apostoli... a modo suo... unicamente per cercare di riconoscere chi poteva essere in grado di seguirlo. E’ giusto quello che dici. In questo mondo la giustizia vuole che chi lavora un’ora soltanto venga pagato la decima parte di chi ne lavora dieci. Gesù, però, cercava di spiegare come era fatto il Regno di Dio e non questo mondo... e suggeriva a tutti per quale tipo umano poteva essere considerato un luogo ideale. Anche gli apostoli accolsero quel racconto con molte espressioni di riprovazione. E questo indicava che non erano fatti per questo strano e incomprensibile Regno dei cieli. Ogni cosa a suo tempo.
Nel Regno dei cieli, il Divino ricompensa non già a suon di moneta chissà quale lavoro fisico. Il compenso è la beatitudine infinita ed il lavoro eseguito è un atto d’amore incommensurabile. Nel mondo della materia vince la quantità; invece nel mondo dello Spirito, la qualità. L’opera compiuta ed il suo corrispettivo si confondono; il padrone e l’operaio non si distinguono. La beatitudine è infinita per tutti e non se ne può dare a chi una misura e a chi dieci. Chi è giunto nella Terra Pura offre quello che ha. Poco o tanto che sia, non conta. Proprio come quella povera vedova che offrì al Tempio tutto quello che aveva... pochi spiccioli... che agli occhi di Gesù sembrarono una ricchezza favolosa... molto di più dei talenti offerti dai ricchi. Nel Regno dei cieli non può albergare l’invidia per chi ha lavorato di meno. I beati che vi stanno sono come Gesù... sono Spiriti disposti a rinunciare alla propria beatitudine ed a scendere persino all’inferno affinché le anime morte si destino alla vita eterna.
Se ti è sembrata assurda la storia del vignaiolo e dei suoi operai, Shim’on, figuriamoci quella del ‘figliol prodigo’. La conosci vero?
- E chi non la conosce? Non voglio neppure sentirla quella. Continua piuttosto a raccontarmi dell’ultima cena.
55 - Il comandamento più grande
- Quella sera - continuò Tommaso, - persino il timido e taciturno Giacomo volle dire la sua. Con gli occhi bassi e una vocina fievole disse:
“Qualche giorno fa, Maestro, un fariseo ti ha chiesto quale fosse secondo te il più grande comandamento di Dio.”
“Lo ricordo bene, Giacomo” - disse Gesù.
“Tu gli hai risposto: Amerai il prossimo tuo come te stesso.”
“E... secondo te... non ho risposto bene?”
“Per noi, il comandamento più grande è invece: Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Non dovevi sbagliare. Ci siamo sentiti in imbarazzo. In quel momento fummo costretti a lasciarti solo perché ci siamo vergognati della tua risposta.”
“Ma i due comandamenti sono simili - disse Gesù - Non vedo la differenza.”
“Non vedi la differenza! - ribatté Giacomo con voce stridula - E’ proprio questo il punto. Come parli bestemmi.... e non te ne accorgi neppure. Per te amare il prossimo è come amare Dio?... il Santo?... che sia sempre benedetto. Se aggiungiamo che per te... il prossimo... non saremmo neppure noi... i custodi veraci della parola di Dio... ma i peccatori... le prostitute... gli immondi... i miscredenti che ti stanno attorno e che hai appena detto di preferire a noi... tu aggiungi bestemmia a bestemmia. Amare come sé stessi... una prostituta... ti pare la stessa cosa che amare Dio? Se amare il nostro prossimo è come amare Dio, secondo te, chi ama con tutto sé stesso il suo prossimo potrebbe quindi fare a meno di amare, glorificare e adorare il Dio di Mosè, di Abramo e di Giacobbe. A noi è stato insegnato proprio il contrario. Non ci è permesso neppure di ascoltare queste cose. E’ per tutto questo che non possiamo seguirti”.
“Adesso parlate così - disse Gesù - ma quante volte vi ho detto che non siete in grado di intendere le mie parole e che siete ciechi e sordi alla verità. Io non vi ho mai chiesto di venire con me. Siete stati voi a seguirmi... fino ad oggi. Non mi avete forse invitato qui... proprio voi? Non a tutti è dato comprendere quel che sono venuto a dire... e tu meno degli altri... Simon Pietro. Ecco perché i miei veri amici non siete mai stati voi, ma proprio quelli che voi considerate indegni. Io non vi ho mai nascosto niente. Ho sempre parlato chiaro... nel modo che sapete. Perché... razza di ipocriti... soltanto adesso fingete di scandalizzarvi e vi accorgete di non poter condividere le mie parole?”
A questo punto Gesù si rivolse a me dicendo:
“Questo è il momento... quello che devi fare, fallo al più presto”.
Io lo baciai e me ne andai con la morte nel cuore, in una grotta, poco fuori le mura, che conoscevo soltanto io, dove ero solito nascondermi nei momenti di pericolo.
Più tardi - mi fu raccontato, - si sentì improvvisamente dal piano di sopra un forte rumore, come di una spada caduta sul pavimento ... un calpestio e voci concitate. Pietro disse subito che era stato un tuono. Gesù, alzando gli occhi al soffitto disse che non c’era niente da temere...poiché erano venuti soltanto per Lui. Pietro per tutta risposta allungò due spade a Gesù affinché si difendesse. In realtà soltanto perché venisse sorpreso con le armi in pugno.
56 - ...e bevve fino alla “feccia”
Tommaso si alzò in piedi e si pose alle spalle di Lazzaro, allontanando dalla luce viva del fuoco e nascondendo a tutti, il volto e l’emozione che l’aveva improvvisamente colto. Un sospiro e proseguì:
- Il Maestro disse: “Basta!...smettetela...ipocriti! Guai a voi che chiudete il Regno dei cieli a chi vuole entrarvi. Guai a voi, ipocriti che percorrete il mare e la terra per un solo proselito per farne uno come voi... carne per la Geenna. Guai a voi, guide cieche che filtrate il moscerino e ingoiate un cammello. Guai a voi sepolcri imbiancati... belli all’esterno... ma dentro siete morti e imputriditi. Apparite giusti davanti agli uomini, ma dentro di voi c’è ipocrisia e iniquità. Serpenti!... razza di vipere! Voi colmate la misura dei vostri padri, flagellando e uccidendo il figlio dell’uomo. Dio non voglia che ricada su di voi e sulla vostra generazione il sangue dell’Innocente.”
Mi hanno poi raccontato - proseguì Tommaso, - che a questo punto Gesù parlava soltanto con un fil di voce. Aveva lo sguardo perso. Il suo volto sudava copiosamente come non lo avevano mai visto. Si teneva lo stomaco con le mani tremanti. Ebbero tutti l’impressione che fosse attanagliato da dolori lancinanti.
- Lo avevano avvelenato?
- Certo che non era soltanto vino quello che gli avevano dato. Gli esseni, durante alcuni rituali iniziatici, somministravano agli adepti uno stupefacente estratto dal fungo sacro. Gli iniziati perdevano così il controllo della propria mente e, come allucinati, confessavano le cose più segrete e riportavano visioni e parole di altri tempi e di altri luoghi. Io ho il sospetto che durante la cena sia stata versata nel suo calice una dose quasi letale del fungo sacro. Gesù sapeva dell’uso che gli esseni facevano della pozione sacra. Lui chiamava ‘feccia’ questa droga.
Sembrò perdere i sensi, ma si riprese un poco e disse con lo sguardo vitreo in direzione di una lucerna:
“Gerusalemme...Gerusalemme ...che uccidi i profeti... che lapidi quelli che ti sono stati inviati. Quante volte ho provato a raccogliere i tuoi figli... come fa la chioccia con i suoi pulcini... e voi me lo avete impedito. Ecco... la vostra casa sarà deserta e non mi vedrete mai più. Verranno giorni in cui... del vostro Tempio e della vostra città... non resterà pietra su pietra. Vedrete Gerusalemme circondata di eserciti... e devastata. Verranno giorni di vendetta... cercherete scampo...verso i monti...verso il mare...nel deserto. Ci sarà grande calamità e ira verso questo popolo. Cadrete a fil di spada e sarete condotti in schiavitù presso tutti i popoli. La città santa sarà calpestata dai pagani... per secoli e secoli. In verità vi dico che questa stessa generazione vedrà tutto questo.”
Rimasero tutti ammutoliti e atterriti. E non soltanto per quello che aveva detto. Gesù... mentre diceva quelle parole aveva la fronte imperlata...di sangue.
- Di sangue?
- Quel maledetto fungo sacro!... forse... in dosi tali da uccidere un cammello.
Neppure Pietro e Giovanni erano riusciti a impedire che Gesù facesse quegli sconvolgenti presagi, tanto erano atterriti da quel raccapricciante fenomeno.
Distolse infine gli occhi dalla lucerna e disse, come a sé stesso:
“E’ giunta l’ora per il figlio dell’uomo. Soltanto per poco tempo ancora la luce è con voi. L’anima mia è turbata. Ma come posso dire ‘Padre mio...allontana da me questo calice’... se son venuto fin qui proprio per questo?... Io ritornerò... ma soltanto per separare gli uni dagli altri... come il pastore separa le pecore dai capri... come il contadino separa il grano dalla gramigna. Porrò le pecore alla mia destra... i capri alla mia sinistra e dirò a coloro che mi sono stati fedeli: venite con me poiché io ho avuto fame e mi avete saziato, ho avuto sete e mi avete dissetato, ero forestiero e mi avete ospitato, nudo mi avete vestito, da tutti rinnegato voi invece mi avete riconosciuto e mi avete creduto, appeso sul legno mi avete posto in salvo. Voi altri invece....”
A questo punto rivolto a Giovanni disse:
“Proprio tu... che volevi stare alla mia destra... nel Regno dei cieli... sei forse in grado di bere la ‘feccia’ di questo calice?... come ho fatto?...”
Una smorfia di dolore non gli permise di finire la frase. Aprì improvvisamente la porta e con uno sforzo indicibile si trascinò per le vie buie e deserte della città e fuori le mura. Lo videro allontanarsi barcollante, appoggiandosi di tanto in tanto ad un muro, a qualche sasso, come per prendere fiato.
- Ma i Galilei - interruppe Shim’on, - hanno fatto dell’ultima cena un momento commemorativo!...un vero e proprio rito religioso!...una celebrazione misterica!
- E’ da loro. Non c’è niente di meglio infatti che trasformare in rituali, in parole e passi sacri protetti dal timore del divino e dall’obbedienza ad un credo indiscutibile, tutto quello che può dare adito ai peggiori sospetti e alle accuse più infamanti. La celebrazione di un mistero è sempre una rivelazione... un velare e ri-velare una verità atroce e inconfessabile.
57 - La cattura
- Rimase solo? Nessuno lo accompagnò?... in quelle condizioni! Dove si diresse?
- Lo sai. Scese le scale e si diresse fuori le mura, alla luce del plenilunio. Raggiunse le pendici del Monte degli Olivi... attraversò il Cedron e risalì il sentiero che conduce all’Orto di Getsemani. Era solo. Lo seguivano da presso le guardie del Tempio... una decina e, da più lontano, Pietro e Giovanni. Doveva raggiungere l’Orto a tutti i costi, ma le forze lo stavano abbandonando. Gli ultimi tratti furono penosissimi. Giunto finalmente all’Orto, cadde in ginocchio... si trascinò ancora per qualche braccio... stramazzò infine con la faccia a terra, come morto. Le guardie lo trovarono in quella posizione... ancora vivo...pregava. Lo circondarono guardinghi. Avevano tuttavia paura di Lui. Si limitarono a controllarne i movimenti per alcuni minuti. Dopo di ciò decisero di sollevarlo e di trascinarlo a casa di Caifa.
- Nessuno quindi tentò di difenderlo? Si dice che Pietro colpì Malco, il servo di Caifa, recidendogli di netto l’orecchio. In verità fu Pietro stesso che qualche anno dopo, non ricordo in quale città, raccontò questo suo presunto atto di coraggio. L’unico di quel momento. Però ebbe la disavventura di raccontare il fatto a qualcuno che conosceva bene Malco e lo aveva visto recentemente con tutt’e due le orecchie. Pietro, come al solito se la cavò trionfalmente dicendo che Gesù raccolse e riattaccò l’orecchio.
- Cade sempre in piedi quest’uomo. Se Gesù avesse veramente ricomposto quella mutilazione, Malco non avrebbe mai avuto il coraggio di arrestarlo, e Caifa stesso, con la testimonianza diretta di un suo uomo, su un tal prodigio, come avrebbe trovato il coraggio di condannare Gesù? Inoltre, se qualcuno dei Galilei, si fosse all’ultimo momento pentito per quello che aveva fatto e avesse soltanto accennato a sfoderare la spada in difesa del Maestro, sarebbe stato catturato e processato insieme a Gesù.
Giovanni e Pietro pretendevano di essere, dopo Gesù, o addirittura segretamente anche più di Gesù, i capi indiscussi dei nazirei, e per tali venivano da tutti riconosciuti dentro e fuori la cerchia degli apostoli. Ma se è così, come ti spieghi, Shim’on, che restarono impuniti e persino liberi di circolare nel cortile e nella casa medesima del Sommo sacerdote, proprio mentre Gesù veniva processato e condannato?
- Infatti non capisco. E’ tutto così strano! Non fosti quindi tu a condurre le guardie a Gesù e a indicarlo con un bacio?
- E’ dunque questo che si va raccontando di me? E’ ridicolo!...con un bacio poi?...Un cenno non mi sarebbe stato sufficiente? In realtà, come già sai, gli uomini di Caifa erano appostati sul tetto, intorno e dentro la casa. Gesù, per giunta era stato reso innocuo, grazie alla ‘feccia’, più morto che vivo, incapace di difendersi e di fuggire. Bastò seguirlo fino all’Orto di Getsemani. Oltretutto il tradimento vero e proprio non consisteva nel far catturare Gesù, che poteva essere seguito e fermato da chiunque e in qualsiasi momento. Il vero tradimento di Gesù è consistito esclusivamente nelle pubbliche testimonianze rilasciate contro di lui durante il processo che ne determinarono la condanna. Occorsero poche ore al Sinedrio per condannare a morte Gesù grazie testimonianze gravi, indiscutibili e al di sopra di ogni sospetto. Testimoniò qualcuno molto vicino a Gesù e che conosceva tutto di Lui. Non fu il mio bacio a tradirlo; lo si può ben intendere dalle parole che il Maestro stesso disse agli sbirri di Caifa:
“Siete venuti armati di spade e bastoni per impadronirvi di me. Sono forse un bandito io? Ogni giorno ero seduto in mezzo a voi. Ho parlato a voi e con voi nel Tempio. Perché non mi avete arrestato in quelle occasioni?”
Il mio bacio non era necessario alla sua cattura. Tutti lo conoscevano.
Se Caifa fosse stato presente alla cattura avrebbe semplicemente risposto che non lo aveva arrestato prima per il semplice motivo che soltanto due giorni innanzi si erano presentati spontaneamente a lui, due testimoni inconfutabili.
58 – Caifa
Simon Pietro e Giovanni - proseguì Tommaso, - seguirono Gesù e le guardie, indisturbati, fino all’abitazione di Caifa. Giovanni entrò liberamente nella casa del Sommo Sacerdote, come uno di famiglia. Pietro rimase nel cortile, fuori la porta, ma per qualche minuto solamente. Poi fu fatto entrare grazie all’intervento di Giovanni. Il custode aprì la porta a Simon Pietro soltanto dopo che Giovanni glielo ordinò con l’autorità di un intimo di Caifa.
Caifa era lì con una rappresentanza del Sinedrio e appena vide Gesù iniziò ad interrogarlo sulla sua dottrina segreta:
“Io ho parlato in pubblico - disse Gesù ripresosi un poco dai tremendi spasimi -. Ho sempre insegnato nelle sinagoghe e nel Tempio e mai in segreto. Perché interroghi me? Interroga piuttosto chi udì la mia parola - e indicando due uomini che ben conosceva e che in fondo alla sala gli voltavano le spalle - Loro sanno bene quello che ho detto.”
I sommi sacerdoti - continuò Tommaso, - non chiedevano di meglio poiché già sapevano quello che i testimoni avrebbero detto contro il loro stesso Maestro. La testimonianza dei suoi stessi discepoli sarebbe stata micidiale per Lui. Il processo era perso in partenza e sarebbe durato pochissimo. L’indomani doveva essere tutto finito. Prima del Sabato...doveva morire.
I suoi discepoli non avevano del resto bisogno di mentire per farlo condannare. Tutto quello che il Maestro aveva detto e fatto era veleno e abominio per la religione dei padri e Lui, secondo le Scritture, meritava la morte ignominiosa che spetta ai blasfemi ed ai corruttori del popolo.
59 - E il gallo cantò tre volte
La svolta e la conclusione del processo si ebbero coll’intervento di quei due testimoni che si spalleggiavano, confermando puntualmente l’uno le affermazioni dell’altro:
“Lo abbiamo sentito dire che ... il Tempio fatto dalla mano dell’uomo verrà presto distrutto e che Lui ne edificherà uno nuovo in tre giorni... che non sarà fatto dalla mano dell’uomo”.
“Ci dobbiamo aspettare, dunque, un nuovo culto! - gridò Caifa livido in volto - ... senza templi e senza sacerdoti... immagino. Originale!...Molto originale!”
In quel momento Gesù, che teneva gli occhi bassi per non vedere i suoi accusatori, guardò negli occhi, affranto dall’amarezza, Simon Pietro e Giovanni che riportavano a modo loro quel che disse davanti al Tempio.
Prima del sorgere dell’alba i due apostoli tornarono a testimoniare per ben tre volte contro Gesù: i due usignoli non la smettevano più di cantare.
- Usignoli dici?... cantavano?... Ma allora.....- scappò detto a Shim’on tutto preso dalla narrazione... - ...le parole di Gesù... durante la cena: “... il gallo ... e... il galletto canteranno tre volte... prima dell’alba”... - Il gallo!.. il galletto!... Ma sono Pietro e Giovanni!
- Proprio così. Tre volte! Un numero perfetto. Il numero del compimento. Così si consumò, si compì e si perfezionò il tradimento.
- Furono loro, dunque, a tradire. Simon Pietro, in verità aveva sempre ammesso di aver rinnegato Gesù per ben tre volte prima dell’alba, sostenendo però di aver negato, per vigliaccheria, ad una servetta di Caifa, di essere uno degli insorti, uno dei Galilei, un seguace di Ha-Nazri, Lo Sconosciuto.
- Figuriamoci se Simon Pietro poteva essere intimorito da una servetta. Avrà tanti difetti mio fratello, però è l’uomo più coraggioso che io abbia mai conosciuto. E’ un combattente nato. Quando crede in quello che fa è capace di segare le corna al diavolo.
Il fatto è che Gesù stesso lo aveva accusato di tradimento, in quella cena, davanti a troppa gente. Aggiungi inoltre che era stato visto entrare ed uscire liberamente dall’abitazione di Caifa, proprio durante la condanna di Gesù. Pertanto, Simon Pietro fu costretto ad inventarsi un rinnegamento irrilevante e scusabile, proprio per nascondere a tutti il tradimento mostruoso, senza il quale Gesù non poteva essere arrestato e condannato alla pena capitale.
Se vogliamo però essere precisi, non si trattò di un vero e proprio tradimento, e forse non ci fu neppure il rinnegamento da parte dei miei fratelli. I Galilei, in realtà, non avevano mai creduto prima di allora nella missione di Gesù. Se ne erano sempre serviti per la loro causa e, a quella causa, da buoni patrioti, erano stati fedeli fino in fondo. Non ti pare Shimon?
- Anche questo è vero. Continua pure.
- Dopo la deposizione degli apostoli Caifa gridò a Gesù:
“Non rispondi a chi ti accusa? Difenditi dunque! Li hai sentiti? I tuoi seguaci ti accusano! A sentir loro tu hai bestemmiato... meriti la morte per la nostra Legge”.
“Io non ho mai detto che distruggerò il vostro Tempio”, - bisbigliò Gesù.
“Li hai pur sentiti!... loro dicono di sì...sono loro che ti condannano”.
“Non sarò io a distruggere il vostro Tempio - rispose Gesù - altri lo faranno...io non bestemmio il vostro Dio”.
“Una profezia dunque!.. - precisò Caifa - Una profezia come questa è una bestemmia...è un abominio. Merita la morte... ma... un momento...come parli?... ‘vostro Dio’?... ‘...vostro Tempio?’ Cosa mi stai dicendo?.. Ho sentito bene?.. che il nostro Dio e il nostro Tempio non sono anche tuoi?”
“Il vostro Dio non è, e non sarà mai il mio Dio. La vostra Legge, non è la mia e non può giudicarmi. La vostra terra non è la mia, né quella dei miei padri. Io per voi sono Ha-Nazri... Lo straniero.
“Non appartieni dunque al nostro popolo? Lo confermi dunque.... questo l’ho sempre pensato. Chi ti ha detto che non posso giudicarti?... vedrai se posso! Ti avevo messo in guardia... ammettilo. Ho cercato di farti capire che non eri gradito da noi... dovevi andartene... come ti avevo fatto avvisare... perché non te ne sei andato? Fossi stato almeno più discreto!... più attento!... tutti quei miracoli!...risorgere i morti poi! Te la sei proprio cercata. Da dove vieni?... scommetto che nemmeno dalle tue parti ti fanno dire quello che sei venuto a dire da noi! Di dove sei? Si può sapere?... Non vuoi dirmelo? Peggio per te... Se non vuoi dirlo sono autorizzato a credere che sei ebreo come me. E poi... chi ti dice che ti giudicherò io?... non me lo sogno neppure. Ti giudicherà Roma... sarai condannato dal Prefetto... hai capito bene?... morirai sulla croce. Io con te non mi sporco le mani. Pilato...quel pagano... sì... proprio lui se ne occuperà.”
- Accidenti!... saltò a dire Shim’on... e il vostro piano?...La croce!.... Non si esce vivi dalla croce! Tu Giuseppe non sapevi niente? Gesù doveva essere condannato secondo la nostra legge. Non avevi previsto questa diversa intenzione di Caifa?
- E come avrei potuto? - si giustificò l’Arimateo. - Ero lì anche io... mi sentii cadere il mondo addosso. Non me lo sarei mai aspettato. L’ho sentito dire tante volte che avrebbe voluto ucciderlo con le sue mani. Tutto mi sarei sognato... meno che cedesse deliberatamente la sua preda a Pilato... al suo peggiore nemico... ad un tribunale romano. Ero disperato. Gesù mi guardò negli occhi. I suoi occhi mi dicevano... stai tranquillo...non temere...tutto s’aggiusterà. Incredibile!...Lui... in quella situazione... confortava me!
- Io credo - suppose Shim’on, - che Caifa avesse deciso di consegnare Gesù a Pilato credendo di non avere il diritto di condannarlo a morte. Forse aveva pensato a quello che gli aveva detto Gesù...di non poter comminare una pena capitale ad uno straniero...
- Ma scherzi? - interruppe Giuseppe. - Sapevo che poteva e che voleva farlo. Altrimenti sarei stato io l’incosciente responsabile della morte di Gesù. Sai a cosa pensavo in quel momento?... che nessuno avrebbe tolto dalla testa di Giuda Tommaso che ero un traditore... che ero d’accordo con Caifa e che io stesso avevo organizzato l’infame trappola.
Con l’accusa di sacrilegio Caifa era autorizzato da Roma a mettere a morte anche gli stranieri. Eccome se poteva! Non era anche scritto sulle lapidi accanto all’entrata del cortile interno del Tempio? Soltanto in un caso Caifa poteva infliggere la pena di morte: a chi aveva commesso sacrilegio...a chi era in abominio a Dio. E non aveva neppure bisogno di perder tempo con un processo regolare. Lui era la massima autorità in fatto di abomini... era il Sommo Sacerdote... chi meglio di lui poteva interpretare e invocare le sacre scritture? Non aveva forse già provato a farlo lapidare? Non ho mai capito perché prese quella decisione. Forse aveva in qualche modo saputo che Pilato non aveva nessuna intenzione di liberare Barabba, che per lui era un bandito latitante già condannato in contumacia. O anche perché voleva per Gesù una morte infamante... atroce...esemplare. Forse voleva infliggergli un’agonia lunghissima. Credo anche che Caifa mirasse a dare qualche brutto dispiacere al Prefetto romano. Voleva forse spingerlo a commettere... chissà... un errore giudiziario... per poterlo ricattare... per denunciarlo a Tiberio.. e ... liberarsene. Era abile in queste manovre.
- Torno a dire che sei stato imprudente, - osservò Shim’on. Io l’avrei messa in conto la consegna di Gesù a Pilato. Non hai pensato allo scambio?...ricordi?... con Barabba? Aveva dato la parola agli apostoli: Gesù, in cambio della liberazione di Barabba.
- Ma Caifa, - aggiunse l’Arimateo, - per avere fra le mani Gesù aveva dovuto promettere ai Galilei la liberazione di Barabba. Ora che Gesù gli era stato consegnato, tutto cambiava. Ogni interesse per la sorte di Barabba veniva a cadere. Era comunque un pericoloso bandito, un piantagrane. C’era un patto con i Galilei; questo sì; ma sarebbe bastato convincere i Galilei di averle tentate tutte per liberare il fratello. Io sapevo per certo che al Sommo Sacerdote interessava che lui... soltanto lui...la massima autorità del popolo di Dio ...catturasse... processasse... condannasse e giustiziasse... personalmente, chi si era macchiato di sacrilegio... di abominio. Era una questione di prestigio.
A dirla tutta, Shim’on, io non escluderei nemmeno la possibilità che Caifa abbia sempre saputo che mai Pilato avrebbe accettato quello scambio e che sarebbe stato lui stesso, il Sommo Sacerdote, alla fine, a giustiziare Gesù. Pensava che dovesse ai Galilei quel tentativo di scambio, dopo che gli avevano consegnato in quella maniera Gesù. Ma questa considerazione m’è venuta in mente soltanto molto tempo dopo. Se è così, Caifa, nonostante le apparenze contrarie, non si è mai mosso dalla prima idea: quella che sapevo io... che avrebbe lapidato con le sue mani Gesù.
In quel momento però ero convinto che aveva cambiato improvvisamente i suoi progetti; non so quando e perché... ma aveva cambiato idea, ed io non sapevo più che pesci prendere.
60 - Il re dei giudei
- Ma se voleva consegnarlo a Pilato per farlo crocifiggere - disse Shim’on, - Caifa doveva trovare per i romani un altro capo di imputazione. Il Prefetto gli avrebbe riso in faccia se Caifa gli avesse consegnato un uomo reo soltanto di sacrilegio e di abominio contro la religione ebraica. Per Caifa, Ponzio Pilato stesso era un blasfemo sacrilego.
- Proprio così - confermò Tommaso. - Ma senti il seguito. Caifa si avvicinò a Gesù e mellifluamente gli chiese:
“Ti scongiuro... per il Dio vivente... dimmelo!... Sei tu il Cristo?... il Figlio di Dio?”
“Tu l’hai detto - gli rispose Gesù - io lo sono... e d’ora innanzi vedrete il figlio dell’uomo seduto alla destra di Dio venire sulle nubi del cielo”.
Allora Caifa esultò con un grido liberatorio:
“Finalmente!... avete sentito tutti?... è colpevole... ha confessato... dice di essere il re dei giudei.... deve morire”.
- Un momento! - osservò Shim’on. - Con quella ammissione... Gesù... per le orecchie di un ebreo non aveva bestemmiato! Gesù aveva ammesso soltanto di essere il Messia. Sono stati in molti a pretenderlo, ma nessun Sinedrio li ha per questo condannati. Di falsi Messia è piena la storia di Israele. Ognuno può affermare quello che vuole. Peggio per chi ci crede! Di solito questi falsi Messia venivano considerati un poco tocchi e venivano derisi da tutti. Dov’è la bestemmia? Nel proclamarsi ‘Figlio di Dio’? No davvero! Ogni ebreo si considera ‘Figlio di Dio’ e nessuno ha mai pensato di bestemmiare. Molti ebrei hanno per nome questa precisa locuzione. Barabba stesso non significa forse ‘Figlio di Dio’? Ogni pio ebreo rispettoso delle Scritture si ritiene Figlio di Dio e mi convinco sempre più che Gesù, nei momenti in cui rifiutava questa adozione e dilezione divina per dichiararsi semplicemente ‘Figlio dell’uomo’, intendeva dire semplicemente che non era ebreo come noi altri, che era straniero, se non addirittura un negatore di Dio, proprio come hai confermato tu. Per noi ebrei il Messia non è soltanto un ‘Figlio di Dio’, è il figlio diletto di Dio, l’unto del Signore... il Cristo, l’atteso re dei giudei. Sai bene che noi ebrei quando ci diciamo figli di Dio non è nel senso comunemente inteso dagli idolatri pagani, dagli elleni e dai Kittim. Molti dei e semidei pagani, a partire da Ercole, sono figli di Dio. Anche gli Imperatori romani, autodivinizzandosi, si dichiarano figli di Dio. Per noi non è così. Il Messia, pur essendo figlio adottivo di Dio è un uomo come noi anche se è il prediletto di Dio, anche se promette di ritornare cavalcando le nubi e seduto alla destra del Padre. Sono soltanto i segni riportati nelle scritture affinché tutti riconoscano il Messia. Non bestemmia e non è stato mai messo a morte dal tribunale degli ebrei l’esaltato che afferma di essere il Messia. E’ tutt’al più un pazzo, un mitomane, sicuramente un ebreo farneticante e sconvolto dalla lettura morbosa e scriteriata delle sacre scritture.
- Giustissimo - assentì Tommaso. - Il punto è un altro. Caifa era riuscito a far confessare a Gesù di essere il Messia, il re dei Giudei. Era quello che Caifa voleva. Il re dei Giudei, per i romani, era soltanto e unicamente Tiberio Imperatore, e pretendere di essere re dei giudei era per la legge di Roma un atto di ribellione gravissimo, punibile senz’altro con la crocifissione. Proprio la confessione di Gesù occorreva a Caifa per convincere Pilato a processare e a condannare sulla croce il Maestro.
- Va bene. Ma allora... qualcuno di voi sa dirmi, una volta per tutte, se il Maestro riteneva di essere il Messia atteso dagli ebrei?
- Sì ... e no, - disse a bassa voce Lazzaro.
- Non puoi essere, Lazzaro, più chiaro? Lui ha ammesso di essere il Messia davanti a Caifa pur sapendo che non avrebbe mai potuto regnare su Israele; pur sapendo che correndo il rischio di morire sulla croce sarebbe stato smentito da lì a qualche ora e che i suoi stessi seguaci lo avrebbero giudicato un millantatore spudorato. Anche se pensava di salvarsi e di fuggire da Israele sapeva che non vi avrebbe più fatto ritorno e che non sarebbe mai stato incoronato re dei giudei; come poi s’è visto. Ora, dopo tanti anni, sappiamo che non è mai diventato re e che non ha nessuna possibilità né l’ambizione di salire al trono. Disse il falso allora?... a Caifa e a tanti altri? Lo fece per sacrificarsi? Perché doveva essere condannato a morte se voleva salvare i Galilei?
- Non soltanto per questo - tagliò corto Lazzaro. - No... Gesù non disse il falso. Se qualche volta ha lasciato credere di essere il Messia, il più delle volte lo ha negato recisamente. Se ha detto qualche volta di esserlo, non lo ha detto nel senso comunemente inteso dagli ebrei. Un giorno gli chiesi spiegazioni e Lui mi rispose pressappoco così :
“Io sono il Messia affinché voi ebrei smettiate di aspettare il Messia; io sono il Cristo affinché non crediate a falsi Cristi che vi condurranno a morire nei secoli che verranno; io sono l’unto del Signore affinché crediate in quello che vi dico, non ai mille tiranni ed ai falsi profeti che verranno persino a mio nome. Io sono il figlio di Dio, colui che siederà alla sua destra e al di sopra delle nuvole, proprio come si legge nelle scritture, affinché crediate che la profezia si è con me e per sempre avverata, che nessun altro Messia potrà succedermi e che nessun principe di questo mondo potrà convincervi del contrario. Io sono il vostro Messia soprattutto quando non mi vedrete più e sentirete il bisogno di me. Il mio Spirito sarà sempre dentro di voi tutte le volte che vorrete. Chiedete nel vostro intimo... e vi sarà dato; cercatemi in voi, e soltanto dentro di voi e mi troverete. Credete soltanto in ciò che è in voi. Se non credete prima di tutto in voi stessi, non entrerete nel Regno. Nessun altro Messia verrà a salvarvi; nessuna manna cadrà più dal cielo su di voi. I vostri destini sono soltanto nelle vostre mani. Per questo io sono il vostro ultimo Messia e, non ci sarà nessun altro Messia all’infuori di me.
- Sei stato chiarissimo, Lazzaro. Se è come dici, gli apostoli non hanno capito niente del loro Maestro.
- Hanno creduto soltanto in quello che volevano vedere - aggiunse Lazzaro. - Fin dall’inizio volevano un Messia di carne, ossa e sangue, su un trono, con lo scettro e la corona in testa. Non sapevano che farsene di un Messia crocifisso, del Messia di un regno celeste che abbandona Israele a sé stessa. Quando però s’accorsero di non poter riconquistare nei tempi brevi l’indipendenza da Roma riscoprirono Gesù e credettero di comprenderlo. Non lo compresero mai, né prima, né dopo. Sbagliarono quando lo abbassarono al loro livello e sbagliarono, dopo la sua scomparsa, innalzandolo al Dio infinito e irraggiungibile delle scritture. La verità stava nel mezzo.
- Ti ringrazio, Lazzaro, sei stato esauriente. Ti prego, Tommaso, adesso continua tu!
- Caifa fece allontanare con un cenno i testimoni - riprese Tommaso, - e, prendendo per il braccio Gesù, lo condusse sorridendo e con modi gentili vicino alla porta che dava sul terrazzo.
61 - Il sommo inquisitore
Stava albeggiando e il sommo sacerdote, questa volta con un atteggiamento in apparenza bonario, conciliante, quasi paterno, parlò a Gesù a bassa voce, molto vicino al suo orecchio, quasi confidenzialmente, sicuro di non essere ascoltato da nessuno:
“Scusami per la farsa di poco fa. Comprenderai...la Legge... la forma ha le sue esigenze. Tutta questa messa in scena è per gli spettatori... per gli scribi... per la cronaca se vogliamo. La tua sentenza era stata pronunciata un anno fa. Di morte... naturalmente. Ci è voluto e ci è costato molto per averti qui con noi. Quel Gesù Barabba ci ha fatto correre per tutta la Palestina. Non si sapeva mai se correvamo dietro a te o dietro a lui. Per averti abbiamo dovuto comprare con troppe promesse e concessioni i tuoi seguaci più intimi... come hai visto. E’ vero... potevamo prenderti molto tempo prima. Abbiamo aspettato. Volevamo fare le cose per bene. Cercavamo dei testimoni sicuri... indiscutibili... al di sopra di ogni sospetto. Li hai sentiti? Te lo saresti mai aspettato?... proprio da loro? Dopo quello che hanno riferito di te... puoi star certo... non ci sarà un cane a piangere sulla tua tomba. Morirai sulla croce. Tu non lo hai mai dubitato... vero? C’era da aspettarselo. Vedo infatti che non ne sei sorpreso. Del resto ne hai fatte e ne hai dette di grosse!... Ci sei venuto a dire che il Sabato è stato fatto per l’uomo... non l’uomo per il Sabato... carne d’asino che non sei altro! E cosa vuol dire questo?... se non che Dio stesso è stato fatto per l’uomo...e non l’uomo per Dio? Come ti è venuta in mente una simile idea? Tu stesso hai affermato di essere venuto per servire l’uomo...tu che dici di essere della stessa sostanza di Dio... che tu e tuo padre siete una sola cosa. Tu... figlio di Dio...e... figlio dell’uomo...Ti sei permesso di affermare che sei venuto non per essere servito dagli uomini... ma per servirli... questi pezzenti... questa gentaglia... fino all’estremo sacrificio. Pazzo che non sei altro...fino a dar la vita per loro. Dobbiamo riconoscere che non parlavi invano. Sei di parola tu!.. non erano soltanto chiacchiere le tue. Hai reso bene l’idea di un Dio che serve gli uomini, quando hai addirittura lavato i piedi a quegli avanzi di galera. Quando l’ho saputo ho temuto di avere, lì per lì, un travaso di bile. Un Dio... sia pure fasullo... in ginocchio... ai piedi dell’uomo... come fosse un suo schiavo! Un gesto che vale più di cento testi sacri! Io e te però lo sappiamo bene che non sei Dio... né il figlio... né il Messia. Tu sei soltanto... per qualche ora ancora... carne d’asino. Nevvero? Dovremo inventare una nuova religione universale per nascondere e stravolgere quello che sei venuto a raccontarci. A tal proposito ho già una mezza idea. I tuoi apostoli mi aiuteranno. Vedrai che ti sorprenderò... ovunque e sotto qualsiasi forma tu sarai. E poi... ci vieni a dire... il Tempio... la casa di Dio che puoi distruggere in tre giorni! Sì... te lo concedo... non avrai detto che lo distruggerai tu personalmente... con le tue mani. Non è questo il punto. Non cavilliamo. Tu in sostanza hai detto qualcosa di peggio... molto peggio... e cioè che un’opera divina... imponente...consacrata a Dio...vibrante di preghiere e di sacrifici innalzati a Lui dalla fede del mio popolo... pregna della sua presenza... possa scomparire in tre giorni... distrutta...fin dalle fondamenta... e non mi riferisco soltanto all’edificio di pietra. Mentre all’uomo... secondo te... all’omuncolo di carne... creato con il fango da quello stesso Dio... è dato di morire e di risorgere... proprio in tre giorni... e di vivere in eterno. Sembra quasi che la morte di Dio sia il prezzo da pagare per l’immortalità degli uomini. Tu taci... sorridi... ti diverto a quanto pare. Sai almeno cosa mi si rimprovererà nei secoli a venire? Di essere stato il più stupido e il più irresponsabile dei Ministri di Dio che sia mai apparso sulla terra. Colui che ti ha lasciato il tempo di dire tutto quello che hai voluto. Chiunque al posto mio...sarebbe stato, con un uomo come te, ben più spietato. Eppure... nonostante tutto... io ti stimo... non sai quanto. Dopotutto... ti voglio quasi bene. Io comprendo perfettamente quello che hai predicato. E’ divino!... non ci sono dubbi... non sta a me dirlo... ispirato!.. non fa una piega e, Dio solo sa quanto mi piacerebbe, dopo cena, discutere amichevolmente con te... proprio di queste cose... senza che l’ombra di una maledettissima croce penda sulla tua testa. Sapessi quante cose avrei da chiederti! Comprendo tutto perfettamente... ma non voglio che lo comprendano anche gli altri... il resto dell’umanità. Dal trionfo delle tue idee ne deriverebbe che io solo... il Sommo Sacerdote... l’unico fra tutti gli uomini... io e pochi altri miei pari... avremmo tutto da perdere. La tua Buona Nuova... sarà pure Nuova... non lo metto in dubbio... ma tutt’altro che Buona... almeno per quel che mi riguarda. Dunque chi sei? Ti vergogni a far sapere il nome di tuo padre? Qui da noi... si dà una brutta impressione a dire soltanto il nome della madre. Son cose che capitano ai figli di nessuno e delle poche di buono. Nulla da dire?... non ti tocca neppure!... una sfinge! Dimmi almeno da dove vieni!... Macché! Dici di non essere figlio di Dio a chi con questa espressione ti chiede semplicemente se sei ebreo. Sei onesto... lo riconosco...non sai mentire... non lo hai mai fatto. Se volevi farti re dei giudei avresti dovuto qualificarti ebreo da settanta generazioni. Quindi...non ti ritieni l’atteso re dei giudei. Sono convinto che no... altrimenti non diresti di essere straniero.. e, a scanso di equivoci, permetti che ti chiamino addirittura Ha-Nazri, ‘Lo sconosciuto’. Perché allora talvolta lasci credere di essere figlio di Dio? Cosa significa per te... figlio di Dio? Affermi di essere ad un tempo figlio di Dio e figlio dell’uomo. Come vedi mi tengo bene informato su di te. Cosa significa?... Parla!...Non vuoi parlare?... E’ giusto... a che serve parlare! Tutti e due sappiamo che oggi stesso... sarai morto. Vedi?... Albeggia... e sarà una gran bella giornata. Sappiamo che non c’è un’altra soluzione... vero? E’ inutile confessare. Soltanto io e te sappiamo la verità... non è vero? Solo noi due. Figlio dell’uomo?.. un uomo dunque... un semplice uomo... come tutti noi. Sei modesto. Il problema nasce quando poi aggiungi di essere ‘Figlio di Dio’. Uomo e figlio di Dio. Una mistura pericolosa... che può incendiare il mondo. Gli scribi credono che tu, col dirti figlio di Dio, stia tentando di ellenizzare la nostra religione. Un figlio di Dio come Ercole, come Dioniso, Adone, Prometeo e come tanti altri. Io però non ne sono convinto. C’è addirittura di peggio in quello che affermi. Hai sentito i tuoi amici? Hai detto veramente che il Dio di questo mondo è Satana? Il mio Dio sarebbe dunque Satana? Quante volte dovresti morire per aver vomitato dalla tua anima infernale una bestemmia come questa? No... scusami... non devo alterarmi contro di te. Sei uno straniero tu!... uno sconosciuto!... dopotutto. Credi di avere tutto il diritto di dire quello che pensi secondo il tuo stramaledetto credo. Ma a casa tua!... non a casa mia! Perché non te ne sei andato via?... come ti avevo fatto sapere? Per ben due volte ti ho fatto avvisare che non eri gradito a Gerusalemme. Peggio per te. Ci penso io... e a modo mio a mandarti nel tuo fottutissimo regno. Tutto gratis. Altro che figlio di Dio... carne d’asino sei. Ti conceranno per la Pasqua. Tu... rimettendo i peccati della mia gente... i peccati che soltanto il Dio d’Israele ed io per Lui possiamo rimettere... ti sei posto al di sopra del mio stesso Signore. Sembra impossibile ma hai fatto persino peggio. Non ti sei limitato a rimettere i peccati singolarmente commessi dal mio popolo. Tu ... addirittura ti sei presa l’autorità di rimettere il peccato dal mondo. Folle!... sublime ma folle. Come hai potuto concepire l’idea di cancellare dalla faccia della terra il concetto stesso di peccato? Lo so cosa pensi... che cosa vorresti farmi dire?... che soltanto un figlio di Dio poteva concepire questo? Il tuo silenzio... maledetto... mi sta assordando... mi fa impazzire.
Su... parla!... non hai più nulla da perdere... lo sai che non hai più scampo. Solo io ho capito dove vuoi arrivare. Siamo più simili di quello che credi. C’è qualcosa di profondo che ci unisce... da qui alla fine dei tempi. Io ti ammiro... te l’ho già detto... so quello che vali. Neppure i tuoi migliori discepoli comprendono quello che dici. Non sai quanto poco ci è mancato che mi inginocchiassi ai tuoi piedi. Molto... molto poco. Non certo per quegli stupidi miracolucci che tanto piacciono ai tuoi amici. Io... al posto loro... non ti avrei mai tradito. Perché non parli a me?... che ti sono fratello... in spirito. Non hai più nessun motivo per tacere. Sei già un uomo morto... qualunque cosa tu dica. E del resto sai meglio di me che non potrei mai riferire le tue ultime parole. Farei il tuo gioco. Sorridi?... Ti diverte tutto questo?... Vuoi che parli io? Non credi che io abbia compreso il tuo ‘giogo lieve’? E allora ti dico io la tua verità... in quattro parole. Secondo te... Jahvè ...il mio Dio...è morto... o addirittura... non c’è mai stato. Le nostre sacre scritture... secondo te... non sarebbero altro che il vomiticcio nausebondo di avanzi idolatrici trafugati a civiltà putrescenti e sepolte. Un sordido centone rabberciato da noi sacerdoti per la gioia e la delizia di pecorai erranti. Non ci ritieni neppure capaci di creare qualcosa di originale. Per te... tutt’al più... questa accozzaglia di fandonie... è stata persino una cosa buona e giusta... quantomeno per il passato...per pastori erranti... Pure troppo per gente come noi! Ma ora... tu dici... ha fatto il suo tempo... è vino vecchio e inacidito... il fico si è seccato. Vedi come faccio tesoro di ogni tua parola che i tuoi amici non intendono? Io le riconosco fra mille le tue parole... sono diverse da quelle di Barabba...dell’altro Gesù... quello ebreo. Le tue le riconosco bene. Ogni tua parola è stata per me una pugnalata al cuore. Quelle di quell’altro mi fanno ridere. Tu dunque dici che Dio è morto. Che nel Tempio... nel Santo dei Santi... dietro il velo... quel velo che proprio tu hai squarciato... dall’alto in basso...non c’è rimasto più nulla. Quel vuoto... dici tu...dovrà pure essere colmato da qualcuno. Sentiamolo dalla tua voce dunque. Chi può ereditare il regno di un Dio defunto? Te lo dico io?.. Suo figlio no? ... naturalmente! ...non è vero? Un figlio è sempre l’erede del padre! Chi altri, dunque, se non il figlio di Dio? Non sarai tu... ovviamente... quel figlio di Dio. Tu morirai. Lo sai bene... solo per aver pensato tutto questo. Lo hai sempre saputo. Ma allora chi?... ecco la quadratura del cerchio ... il figlio dell’uomo... proprio lui... l’uomo nuovo... gli uomini insomma... una nuova specie umana...che secondo te... dopo il diluvio di fuoco che starebbe per arrivare... raggiungerà la sua pienezza... la piena maturità. L’uomo nuovo che verrà non avrebbe... per te... più bisogno di Dio...di Sommi Sacerdoti... di templi. Superflui...noi sacerdoti... i prìncipi di questo mondo... e... nell’oblio... i princìpi di un Dio che è Satana... dici tu. Non è questo che sei venuto a insegnarci? Perché hai voluto che lo dicessi io?...sorridi?... cosa vorresti farmi credere?... che sei stato tu a suggerirmi parola per parola tutto quello che ho appena detto?... E’ possibile. Lo so anch’io che verranno uomini come te. E saranno molti. So bene che tutti gli uomini saranno come te... prima o poi. Per noi pastori di Dio... ci sarà poco da pascolare... non c’è futuro. Sulle spianate dei templi pascoleranno le pecore... quelle vere. Questo è sicuro. Non ci vuole un profeta per indovinarlo. Ma prima di allora... i pochi come te... per molti secoli ancora... finiranno sulla croce... appesi... sul fuoco. Contaci! A noi basta e avanza. Noi viviamo alla giornata. Siamo appagati dall’unica vita che ci è data. A noi basta il potere sugli uomini e sulle cose per la durata della nostra vita carnale. E’ il patto con Dio... quello segreto... quello che non abbiamo rivelato a nessuno. Dio... sia benedetto il suo nome...ha sempre ricompensato con dovizia la nostra fedeltà ...anche quando il gregge soffriva...soprattutto quanto più soffriva. Dopo morti... pace. Avanti a chi tocca. Mai creduto all’immortalità dell’anima...a reincarnazioni...a trasmigrazioni...a resurrezioni e cose del genere... per nostra fortuna. Lo credano pure gli altri... il popolo degli schiavi...dei recriminanti... dei queruli... di chi spera che verrà il momento buono. Quelli come te... stai pur certo... moriranno tutti. Non ci date altra via d’uscita. E’ un peccato!. Sapessi quante ricchezze... quanto studio... quante precauzioni ci vogliono... qui come nel resto del mondo... per impedire che nascano uomini come te. Lo vedi?...un uomo solo... come te... è stato sul punto di sconvolgere il nostro antico ordine. Non possiamo permetterci di lasciarvi vivere. Mi dispiace... veramente. Lo so che è una strage di innocenti. Non posso farci nulla. Purtroppo mi costringi a crocifiggerti. Sorridi?... cosa vuoi dire?... che chiacchiero troppo?... che al tramonto inizia la Pasqua?... che il sole non deve mai tramontare sull’appeso?... che ho già perso troppo tempo?”
Detto questo, - continuò Tommaso con voce tremante e sempre più arrochita, - Caifa chiamò intorno a sé i sacerdoti, gli scribi e gli anziani del popolo che stavano in disparte. Parlottarono per qualche minuto. Furono tutti unanimi sulla risoluzione da prendere, fatta eccezione dei nostri Nicodemo e Giuseppe, e di qualche altro Anziano. Israele doveva fare il possibile per evitare, per le festività pasquali, di imbrattarsi le mani del sangue di un bestemmiatore immondo. Cautela innanzi tutto con il Governatore. “Sulla condanna a morte di uno straniero - disse Caifa, - il Prefetto pretende sempre l’ultima parola.”
62 - Ponzio Pilato
Era di buon mattino quando le guardie del Tempio e i membri del Sinedrio tradussero Gesù al Pretorio per consegnarlo nelle mani di Ponzio Pilato.
Lungo tutto il percorso Gesù fu deriso, insultato e ripetutamente colpito da sputi, sassi, calci e schiaffi dalla gente che strada facendo si univa al seguito.
Il Gran consiglio si arrestò però sul litostroto della fortezza Antonia. I settanta del Sinedrio non sarebbero mai entrati nell’edificio occupato dal Prefetto. La sala interna era traboccante di divinità pagane, di idoli e di effigi imperiali che per i sinedriti erano immondi e contaminanti. Nessun ebreo sarebbe entrato in una abitazione pagana, soprattutto durante le feste pasquali. Gesù invece fu consegnato alle guardie e condotto al cospetto del Governatore.
- Il Sinedrio - puntualizzò Shim’on, - non avrebbe fatto mai entrare un ebreo, per quanto colpevole, in un luogo come quello se non fosse stato certo dell’estraneità di Ha-Nazri con l’ebraismo e con il popolo di Dio. Se Gesù fosse stato veramente ebreo, per quanto gravi le sue colpe, nessun sacerdote e tanto meno il Sommo Sacerdote, lo avrebbe spinto deliberatamente a umiliarsi, a subire il giudizio e ad implorare clemenza al cospetto di quegli idoli ripugnanti.
- Caifa lo riteneva Egiziano - assentì Tommaso. - I suoi informatori lo avevano ragguagliato che veniva dall’Egitto... da Alessandria, e gli egiziani, del resto, erano famosi come maghi e negromanti, maestri in esorcismi, teurgi: tutte mansioni inquietanti per la nostra mentalità.
Ponzio Pilato si trovò quindi costretto a fare la spola fra Gesù che era nella sala dell’edificio ed il Gran Consiglio che se ne stava fuori, sul litostroto, spalleggiato dalla gente della strada che accorreva numerosa. Era una di quelle situazioni che rendeva gli ebrei detestabili agli occhi del Prefetto.
Come Caifa gli ebbe cacciato ‘Lo straniero’ dentro casa, Pilato si affacciò sul litostroto per chiedere di quale reato fosse accusato.
“Se costui non fosse un malfattore - tagliò corto Caifa indispettito - non te l’avremmo consegnato”.
“Prendetelo voi! - replicò Pilato - Giudicatelo secondo la vostra legge!”
“Noi non possiamo dare la morte a questo sconosciuto - rispose Caifa avvicinandosi a Pilato - Noi abbiamo trovato costui che sovvertiva la nostra gente e la nostra religione. Per la nostra legge Lui deve morire.”
“Pensateci voi! - disse Pilato - Sapete bene come fare! Non è la prima volta che lapidate chi vi dà fastidio... e non sarà l’ultima. Sono problemi vostri. Non voglio entrare nelle vostre sporche faccende! Sono forse giudeo ...io? Non vi abbiamo noi consentito perfino di mettere a morte chiunque avesse oltrepassato le barriere del Tempio... fosse pure un romano?”
Caifa pensava di trovare il Prefetto più consenziente e meno sospettoso, ma avendo previsto l’obiezione disse:
“Quest’uomo istiga la gente a non pagare il tributo a Cesare e, afferma di essere il re dei giudei... Cristo re...il Messia. Il vero capo degli Hassenin, dei ‘Figli della Luce’ è l’uomo che ti abbiamo portato. L’altro che ha lo stesso nome è una figura secondaria del movimento insurrezionale... uno dei tanti che gli somigliano, messi in circolazione proprio per imbrogliare le ricerche ed eludere la cattura del vero capo. Non è pericoloso come questo. Noi ti abbiamo portato il vero responsabile della rivolta... e te l’offriamo in cambio dell’altro. E’ un favore che ti stiamo facendo. Ci siamo adoperati per questo....stiamo collaborando. Intendi forse rifiutare la nostra collaborazione?”
63 - Al giudizio di Roma
Il Sommo sacerdote aveva toccato questa volta il tasto giusto. Il Prefetto aveva appena catturato quel Gesù Bar-Abbà (figlio di Dio) che per poco non occupava Gerusalemme. Credeva che fosse lui il capo. Ecco che improvvisamente salta fuori il vero capo. Non poteva ignorare la profferta del Sommo Sacerdote. Doveva vederci chiaro. Entrò nel palazzo e interrogò Gesù:
“Io ti conosco....dove ti ho già visto? Sei veramente il re dei giudei?”
“Sei tu a chiedermi questo? - gli rispose Gesù - o qualcun altro ha già deciso al posto tuo?”
“Non provocarmi... quelli là fuori ti vogliono morto... la tua vita è in pericolo... ti dichiari o no... re dei giudei?”
“Io non sono di queste parti... non appartengo a questa nazione. Può uno straniero diventare re fra questa gente?”
“Perché no?... l’Imperatore Tiberio lo è diventato. Sono forse giudeo io?”
“Tu hai la Legione... Dove sono i miei soldati? ...Ne vedi uno soltanto tu?... Se fossi stato veramente re dei giudei, gli ebrei avrebbero combattuto per me invece di consegnarmi a te. Se sono re... lo sono soltanto di me stesso.”
Pilato comprese subito che Gesù diceva la verità e che Caifa, come al solito gli stava tirando un brutto scherzo. Guardando attentamente il volto tumefatto e sanguinante di Gesù, gli disse:
“Chi sei tu?”
“Io non sono...”
“Ma bene! Ci piace giocare con le parole! - rispose indispettito Pilato, e rivolto al centurione che gli stava vicino - Che ci faccio io in questa gabbia di matti? Questa gente ha un Dio il cui nome che è un tetragramma impronunciabile significa “Io sono”. Io sono che? ...Quest’altro che passa per il figlio di Dio dice ... di non essere... Ma per Ercole ... non essere chi?...che cosa?”
“Io non sono... - rispose Gesù a mezza voce - ... tutto quello che dicono che io sia. Io sono il Figlio dell’uomo”.
“Comunque ti chiamano tutti Gesù figlio di Dio... proprio come quell’altro brigante. Ma tu non sei un brigante. Io li riconosco a cento stadi di distanza quelli. Da queste parti i figli di Dio nascono dai sassi. Figli di Dio... figli della luce... figli delle tenebre... figli del tuono... figli delle stelle. In Giudea sono tutti figli di Dio. A Roma invece ... tutti figli di puttana. Mi dicono che l’appellativo ‘figlio di...’ sta per ‘obbediente a...’ Quindi tu dici di essere ...obbediente... obbediente a chi?...obbediente all’uomo? Ci capisco sempre meno. Eppure ho sempre pensato di non essere proprio stupido. Se andassi in giro a dire che sono ‘figlio di... Tiberio’, Cesare non ci penserebbe due volte a farmi tirare il collo.
Per questa gente...tu bestemmi alla grande. Quando ti dici figlio dell’uomo e che tu e Dio Padre siete la stessa cosa... la dici grossa. E’ come se affermassi di essere Dio. Io non sono proprio cretino. So bene cosa vuoi dire... che non riconosci nessun Dio sopra di te. Resti fra noi... io la penso come te. Dovevi però essere più prudente. Ma dove ho già sentito questi discorsi?..”
A Ponzio Pilato - disse Tommaso, - piacque subito questo riformatore religioso. Se non altro perché era stato capace, tutto da solo, a mandare in bestia Caifa e tutti i suoi scagnozzi. Il Governatore era un convinto assertore della filosofia stoica ed era tutt’altro che un volgare miscredente come pensava Caifa. I misteri dello spirito e dell’inconoscibile lo avevano sempre attratto. Facendo segno al centurione di sciogliere i lacci a Gesù, disse:
“Chi di voi dice la verità?”
“ Io non dico la verità... io sono... la Verità.” - Gli rispose Gesù.
“Stai per morire e non fai nulla per tirarti fuori dai guai. Non temi la morte? Hai ragione...un Dio che si rispetti non può temere la morte. Tu saresti la verità?...Un Dio Verità?... perché no?...piacerebbe anche a Tiberio. La Verità... divinizziamola pure ... la Verità come potenza creatrice che muove il mondo?... mi piace. Se la verità ha il suo Dio... mi pare giusto che lo sia tu... l’idea è tua... ma cos’è poi... questa Verità”
“La verità scende dall’alto” - gli rispose Gesù toccandosi la nuca.
“Non esiste... dunque... la verità ... in questo mondo?”
“La verità degli uomini....viene dal basso” precisò Gesù toccandosi il ventre. La loro verità è quella della carne. C’è una verità del cuore... della ragione...e, più in alto di tutte la verità dello Spirito.”
- Si ricordò poi il Governatore dove aveva già incontrato Gesù? - domandò Shim’on.
- Forse sì... ma non ne ho la certezza. So soltanto che tentò l’impossibile per salvare Gesù.
- Probabilmente - insinuò Shim’on, - non ha fatto trapelare nulla dei precedenti incontri ad Alessandria, proprio per non destare sospetti, e poter tentare di tutto per salvarlo.
E’ notevole comunque l’apertura mentale di quest’uomo, seguace della filosofia stoica... come Seneca. Un pagano che non si sente depositario di una verità assoluta e che la cerca... tuttavia. E’ pur sempre un romano che ha in pugno la Giudea... eppure... confessa a se stesso di non sapere cosa sia la verità. Sapevi che alcune sette naziree di Alessandria e di Damasco e persino in Etiopia credono che Ponzio Pilato e la moglie Claudia Procula siano stati i primi seguaci romani di Gesù?
-Questa mi torna nuova... - sorrise Tommaso, - ma non mi sorprende affatto. Dove eravamo arrivati?... ah sì... Ponzio Pilato non sapendo più cosa fare per salvare Gesù, uscì di nuovo sul litostroto. I sacerdoti e gli uomini del Sinedrio nel veder Pilato costretto a far su e giù per parlare con Caifa, ridacchiavano ostentatamente. Caifa, con ipocrita compunzione andò incontro a Pilato dicendogli:
“Ci dispiace costringerti a fare tanta strada. Devi scusarci. La nostra religione...i nostri usi... ci costringono...”
“Non devi scusarti, Caifa - gli tolse la parola Ponzio Pilato che aveva un diavolo per capello. - Paese che vai... usanza che trovi! Anche Roma ha i suoi strani costumi. - E alzando la voce affinché tutti sentissero - Noi per esempio accogliamo nelle nostre case soltanto gli amici, le persone che stimiamo, di cui ci fidiamo... mentre lasciamo fuori della porta i mendicanti...i cani ringhiosi... e le persone sospette.”
Dopo questa battuta il Governatore sembrò sollevato, come se si fosse tolto una spina. Aggiunse subito:
“Io non trovo in lui colpa alcuna. Mi avete ingannato ancora una volta. Avete tentato di farmi credere, giocando sulla somiglianza dell’aspetto e dei nomi, che fosse lui il capo della sommossa e non quel delinquente che ho preso con le mani nel sacco. Quest’altro disgraziato vive sulle nuvole... non sa neppure lui come si chiama. Dove l’avete trovato? ... vi state approfittando della sua ingenuità. Non ha mai bestemmiato il vostro Dio perché non l’ha mai nominato. Lui parla soltanto di una divina Potenza. Non ci ho capito molto però mi sembra esagerato mandarlo sulla croce per tanto poco.”
Caifa, prendendo Pilato per un braccio e allontanandosi di alcuni metri per non essere ascoltato dagli altri, gli bisbigliò stizzosamente:
“Ti dico che è pericoloso. Ha messo in ridicolo me, la mia gente e le sante Scritture. Va in giro a dire che tutti noi del Gran Consiglio siamo una razza di ipocriti e che il Tempio è una tana di vipere. Per la nostra Legge deve assolutamente morire. Che figura faccio adesso, davanti alla mia gente, se lo lasci in libertà? Dove devo andare a nascondermi?”
“Ma allora pensateci voi!” rispose Pilato convinto più che mai che questa gente voleva uccidere quell’uomo per gli stessi motivi per cui lui, se avesse potuto, lo avrebbe elogiato.
“Ma allora non ci siamo capiti, - rispose Caifa abbassando ancor più la voce. - Io non voglio soltanto la sua morte. Io devo uccidere la sua immagine; quello che rappresenta per troppa gente. Deve essere mortificato e punito in modo che i suoi seguaci debbano vergognarsi di Lui e di aver creduto alla Sua Buona Nuova. Io devo uccidere e far dimenticare tutto quello che ha detto e fatto. Io sono il Sommo Sacerdote... che cosa sto a fare qui, se non a proteggere e salvaguardare la Legge di Mosè e di Abramo, il patto di alleanza tra Dio e il suo popolo? Tu lo devi uccidere... al modo dei romani... come sapete fare soltanto voi... carnefici nati... con grande aspersione di sangue...nel modo più ignobile possibile. Siccome non è romano e, non ha neppure la dignità romana che avete riconosciuta a noi ebrei... sia quindi flagellato e crocifisso come si addice ai criminali più efferati... agli stranieri rei di colpa grave e alla feccia della peggior specie.”
“Ma è innocente! - ribadì Pilato - E’ uno straniero? Chi me lo assicura? Tu forse? Comunque non rappresenta alcun pericolo per Roma e per Tiberio. Su questo, almeno, decido io.”
“Ti dico che è straniero... è egiziano... non ti fidi del Sommo Sacerdote? Che aspetti a flagellarlo? Non è la legge Porcia che ti autorizza a flagellare ed a crocifiggere gli stranieri rei di misfatti ed i briganti? Ti dico che è il capo dei Galilei che hai arrestato. Ti dico di condannarlo alla flagellazione ed alla crocifissione. Sai bene che posso convincere Tiberio quando voglio e farti cacciare da qui come un cane. Lo sai bene che se avessi voluto lo avrei potuto fare già un paio di volte. Mi devi qualche favore...sei qui soltanto per merito mio. Ascoltami se vuoi restare Prefetto a lungo.”
Pilato questa volta accusò il colpo. Sentì di essere stato toccato sul nervo vivo di un dente guasto. Caifa e la gente come lui gli avevano già procurato grossi grattacapi con Tiberio.
-Infatti! - riconobbe Shim’on. - Soltanto qualche anno dopo, Caifa riuscì a convincere Tiberio a destituire Pilato che cadde in disgrazia e finì esiliato in Britannia.
- Si... l’ho saputo. Ma fu il più grande errore che Caifa abbia mai commesso in vita sua. Nessun Governatore della Giudea fu alla sua altezza. Soltanto lui riuscì a barcamenarsi per tanti anni in quel putiferio di sette scatenate.
- Hai proprio ragione. Dopo Pilato... chi l’avrebbe mai pensato... si scatenò l’inferno e tutto precipitò. I nuovi Procuratori di Roma durano lo spazio di un mattino... veri carnefici... uno peggiore dell’altro. Finirà molto male per la Giudea.
- Quando Caifa disse a Pilato che Gesù era il capo segreto dei Galilei, il Prefetto, che in quel momento aveva perso ogni speranza di salvare ‘Lo straniero’, intravide un’ultima possibilità. Gli accoliti di Barabba erano effettivamente tutti galilei. Il Tetrarca della Galilea si trovava in quel momento in città per le festività e, Pilato, consegnandogli Gesù, si sarebbe guadagnato se non altro la sua riconoscenza e la sua amicizia. Caifa lo aveva messo con le spalle al muro. Tiberio, per ragioni politiche teneva in gran conto i sacerdoti, quei sacerdoti che Pilato, avrebbe ben volentieri passato a fil di spada. Tiberio conosceva Pilato come una testa calda e lo teneva d’occhio; non aspettava che la prima occasione, il primo passo falso per sbarazzarsi di lui. Fu così che il Prefetto pensò bene di consegnare Gesù a Erode Antipa. Per poco che lo avesse interrogato sarebbe trascorsa l’intera giornata. Col tramonto sarebbero venuti il Sabato e la Pasqua. Si sarebbero tutti chiusi in casa, senza muovere un dito. In queste giornate non si sono mai permessi di giustiziare nessuno. Caifa, infatti, pretendeva espressamente da Pilato che Gesù fosse messo in croce, deposto ed inumato prima del tramonto di quel venerdì; ‘non tramonti mai il sole sull’esposto’, comandano le scritture. Pilato pensava che se Erode avesse trattenuto Gesù per poche ore solamente, ci sarebbero stati ancora un paio di giorni e forse più per trovare una soluzione.
64 - Nella tana della volpe
Erode non aveva molto da chiedere a Gesù - continuò Tommaso, - poiché grazie al suo fedele Procuratore Cusa, marito di Giovanna, discepola del Maestro e intima amica di Maddalena, sapeva tutto di Lui e quanto utile gli fosse il suo amore per la pace e la sua dedizione nel raffreddare i bollenti spiriti dei sediziosi.
Erode era veramente la ‘Volpe’! - come Gesù stesso l’aveva definito-. Aveva sguinzagliato tutti i suoi informatori e conosceva ogni particolare della cattura, del processo notturno e quanto era successo fino a quel momento fra Caifa e Pilato. Le cose si stavano mettendo come lui stesso non avrebbe potuto sperare. Non aveva nessuna intenzione di togliere le castagne dal fuoco a Pilato e, tanto meno a Caifa. C’era mancato poco che la morte del Battista mettesse a repentaglio il suo trono. Questo Gesù gli sembrava persino più pericoloso dell’altro Messia.
Lo guardò in silenzio per alcuni minuti, quasi intimorito. Sapeva che era stato capace di uscir vivo da ben due lapidazioni e moriva dalla voglia di sapere come avesse fatto. Ora era lì, davanti a lui, inerme, livido, ferito, sanguinante e con la veste sporca e sputacchiata. Eppure quello sguardo impenetrabile e indomito, gli metteva addosso una strana inquietudine.
Pensò bene che la briga di giustiziarlo, i rischi di una rabbiosa sommossa e il malcontento che la sua morte avrebbe comunque suscitato, dovessero ricadere tutti su Caifa e Pilato. Lui, questa volta sarebbe stato alla finestra a guardare.
La ‘Volpe’ prese la decisione di propagare in tutta Gerusalemme, che Gesù era innocente e che se fosse dipeso da lui, lo avrebbe assolto e lasciato libero immediatamente. Fu soltanto per questo motivo che ordinò di rimetterlo in sesto, di lavarlo e di rivestirlo di una tunica candida. La veste bianca avrebbe mostrato a tutti che per lui quest’uomo era soltanto un asceta, un uomo di preghiera che nulla aveva a che fare con le rivendicazioni temporali dei Galilei. Con quella veste bianca tutti avrebbero visto che per Erode ‘Lo straniero’ era innocente come una colomba.
Gesù fu immediatamente riconsegnato a Pilato con mille cerimoniosi ringraziamenti.
65 - Claudia Procula
Non era trascorsa così più di un’ora che Pilato si ritrovò la patata bollente fra le mani. Si
avvicinò allora ai sacerdoti e disse:
“Vedete?... neppure Erode lo ha trovato colpevole! Non è stato provato contro di Lui nulla per cui meriti la morte!”
Il Prefetto diffidava di Caifa e temeva i suoi terribili tiri mancini. Non gliene stava forse giocando uno? Non stava cercando di far ricadere sui romani la morte di Gesù?
In quel momento gli uomini del Sinedrio, i loro parenti, gli amici e la folla alle spalle del Sommo Sacerdote, incominciarono a pretendere a gran voce la grazia per Barabba.
Pilato fu allora avvicinato da una sua guardia del corpo che gli consegnò qualcosa. Un messaggio... un messaggio di Claudia Procula... la sua bellissima moglie, nipote dell’Imperatore Cesare Augusto:
“Salva quel giusto innocente - vi era scritto - ... stanotte, in sogno, ho molto sofferto per Lui”.
Il Prefetto camminava lentamente, pensieroso, con quel messaggio in mano. Di tanto in tanto, mordendosi il labbro inferiore, alzava lo sguardo sui due Gesù che i soldati, ad un suo precedente comando avevano scortato fuori.
Sua moglie, poco prima, era stata avvicinata dalle donne al seguito di Gesù in un estremo tentativo di salvarlo. Alcune di loro, come Giovanna da Cusa, Susanna e Maddalena erano sue amiche. Claudia Procula, come Giovanna e le altre erano state iniziate al culto di Ishtar di cui Maddalena, come sai Shim’on, era stata sacerdotessa prima di incontrare Gesù. Claudia Procula, in realtà, quella notte non aveva sognato Gesù. Sapeva però quanto il marito fosse sensibile ai sogni premonitori delle donne. Quante volte il marito aveva raccontato di come Cesare avrebbe potuto salvarsi dai pugnali dei congiurati se soltanto avesse preso in considerazione il sogno premonitore della moglie Calpurnia!
Quel messaggio aveva reso ancora più cupo il volto del Prefetto. Ma cos’altro poteva fare? Aveva le mani legate. Del resto, con tutti i guai che aveva, perché prendersela tanto per quello sconosciuto?
66 - Sia flagellato e crocifisso!
Di punto in bianco, con un lampo sornione negli occhi, Pilato si rivolse alla folla:
“Chi dei due volete che liberi?... il brigante Gesù... detto il figlio di Dio... oppure... il figlio di Dio... detto Gesù?... questo sconosciuto insomma.
“Libera Barabba! - gridava la gente sempre più minacciosa - ...viva Barabba!”
“Che farò dunque di questo straniero?” - Insistette Pilato.
“ Crocifiggilo!” - gridarono tutti.
“Ma... insomma... che male ha fatto quest’uomo?”
“Sia crocifisso!... crocifiggilo!...toglilo di mezzo!... deve morire!” - gridava il popolaccio aizzato dai sacerdoti e dagli Anziani.
La folla rumoreggiava e ondeggiava paurosamente, avvicinandosi minacciosa al Prefetto e gridando evviva a Barabba. Per niente intimorito il Governatore impartì alcuni ordini ai soldati che si schierarono fra lui e la folla puntando le spade, le frecce e le lance.
Il Prefetto ordinò imperiosamente al centurione:
“Il flagello... per Barabba... i soliti quaranta colpi... meno uno”.
La folla ammutolì. Caifa incredulo e indignato chiamò a sé tutti i sinedriti mentre Barabba legato ad un anello infisso alle mura della fortezza Antonia, veniva flagellato a sangue, senza emettere un lamento.
“Bada, Pilato, a quello che fai!” - gridò fremente di rabbia Caifa - stai commettendo un grosso errore! Pagherai per questo!... prima o poi.”
“Non è forse il re dei giudei? - disse Pilato - Non sei stato tu ad implorarmi di giustiziare il re dei giudei?”
“Ma non è lui... il re dei giudei!... è quell’altro!” - precisò il Sommo Sacerdote.
Pilato, vedendo la folla ritirarsi ammutolita e impaurita, superò lo schieramento romano e si avvicinò a Caifa:
“Prete... ascoltami bene!... credi che sia cretino?... pensi che i romani siano tutti imbecilli? Uno dei due è sicuramente il Messia!...non è vero?... Ma quale dei due?... tu dici quell’altro. Io dico di no!... che è Barabba. Mi sbaglio forse?”
“Co..come fai ad esserne co..così sicuro?” - balbettò intimidito il Sommo Sacerdote.
“Ma sei stato tu a dirmelo... tu e questa gentaccia che ti sei portato dietro al guinzaglio.”
“Io?...noi?... ma sei impazzito?”
“Proprio voi!... voi soltanto!... e siete stati loquacissimi. Ma non hai sentito la folla? E’ in delirio per Barabba... lo ha santificato...lo ha glorificato... incoronato... lo vuole vivo e lo vuole sul trono. Se lo libero lo mettereste subito sul trono. E’ lui... soltanto lui... il re dei giudei. Non ci sono dubbi. Sarei pazzo a liberarlo. Anche un deficiente lo capirebbe. Mi hai ingannato ancora una volta... razza di ipocrita... sommo ipocrita. Se avevo qualche dubbio... tu me lo hai risolto... voi me lo avete risolto. Quell’altro povero diavolo non è nessuno... non sa nemmeno quello che gli sta succedendo. Lui... re dei giudei? Ma non farmi ridere! Non c’è un cane... dico uno soltanto... in questa città... che lo voglia re dei giudei. E’ re di nessuno! Non c’è un ebreo in mezzo a voi che lo sostenga... che parteggi per lui... che non lo voglia sulla croce. Altro che Messia! E’ l’uomo più odiato della città! Ora taci?... non hai più nulla da dire?”
I quaranta colpi di flagello nel frattempo avevano ridotto Barabba in una maschera di sangue orribile a vedersi. I militi gli posero sul capo una corona di spine e sulle spalle una clamide purpurea. Una canna a mo’ di scettro gli fu messa in mano e al collo un cartiglio su cui era scritto ‘re dei giudei’.
“Sia crocifisso secondo la legge di Roma! - gridò il prefetto al centurione che gli stava accanto - ...insieme ai suoi degni compari”.
Barabba, scortato da una centuria, fu condotto a morte fuori le mura, - disse Tommaso, visibilmente commosso, alzandosi e voltando a tutti le spalle per nascondere una lacrima. - Barabba... mio fratello...fratello gemello. L’ho amato molto. Era un vero patriota... un uomo coraggiosissimo. Lo sai, Shim’on, che rideva ad ogni colpo di frusta? Dio lo perdoni... e lo abbia in gloria. Non era cattivo... nessuno dei miei fratelli era cattivo. E’ che amavano troppo la loro terra... la loro gente... i loro morti. Amava Israele come suo padre... più di sé stesso. E’ soltanto l’amore fanatico e incosciente per la patria che li ucciderà tutti... uno dopo l’altro. Io sono certo che questo amore cieco ha impedito loro di vedere l’altra patria... la Terra pura; che questa loro passione nascondeva soltanto una nostalgia disperata per una patria immortale e perfetta, perduta chissà dove...invisibile ai nostri miseri occhi.”
- Ecco... non volevo dirtelo - mormorò Shim’on accigliato e a testa bassa. - Volevo essere prima sicuro della notizia che ho da darti... una brutta notizia. Poco prima di attraversare l’Indo... un paio di mesi fa... abbiamo affiancato una carovana di mercanti. C’era un mio amico... un buon ebreo... degno di fiducia. Mi ha detto che Tiberio Alessandro... il Procuratore succeduto a Cuspio Fado... ha arrestato e... messo in croce... mi dispiace dirtelo ...Giacomo e Simon Pietro, i figli di Giuda il ‘Galileo’, zeloti e latitanti come il padre. Fino a poco fa, non mi sognavo neppure che quel Simone e quel Giacomo, figli del ‘Golanite’, fossero gli stessi apostoli, i fratelli di Andrea, Giovanni, Barabba e tuoi. Forse quel mio amico si è sbagliato...forse...
- No... non si è sbagliato - disse Tommaso con la voce rotta dall’emozione e coprendosi il volto con le mani. - Sapevo che doveva succedere... prima o poi. Dei figli di Giuda il Galileo siamo rimasti in due. Quando morirà l’altro mio fratello... sono certo che lo spirito guerriero di Israele si spegnerà del tutto.
- Maledetto rinnegato! - borbottò fra sé Shim’on.
- Con chi ce l’hai?
-Con Tiberio Alessandro... l’attuale Procuratore... quello che ha crocifisso Pietro e Giacomo. Non sapevi che è un rinnegato giudeo di Alessandria?
- Un giudeo?... Procuratore della Giudea?
- Un apostata!... - confermò Shim’on. - Ce ne sono tanti oramai!... chi li conta più? Ha abiurato la fede dei suoi padri per assassinare i suoi fratelli! Mascalzone! Io lo conosco bene! E’ il figlio di Alessandro Lisimaco.
- Lisimaco?... Ma chi?... quello che ha fatto ornare le porte del Tempio?
- Proprio lui... il fratello del filosofo...Filone... di Alessandria. Lisimaco, con i suoi soldi ha comprato mezzo senato romano. Presta ad usura... persino alla madre dell’imperatore Claudio e a quell’imbecille di re Agrippa. Che squallore! Lasciamo stare! Finisci piuttosto di raccontare! Quindi fu Barabba a morire sulla croce! Ad Alessandria arrivavano le notizie più incredibili. La confusione era totale. Molti avevano interesse a disinformare la comunità ebrea... e ci sono riusciti!... Basta!... Dimmi piuttosto cosa successe a Gesù.
67 - Pilato si lava le mani
- Caifa - seguitò Tommaso, - dopo un attimo di smarrimento urlò a Pilato:
“E adesso?... cosa intendi fare di quest’altro? Bada a quello che fai!”
A Pilato restava poco da fare. Gli dispiaceva di non poter accontentare la moglie, ma non poteva giocarsi la carriera e la vita stessa per un estraneo, per quanto fosse attratto da Lui. Non sono tempi questi da far troppo caso ai condannati a morte. C’era abituato. Aveva disboscato Gerusalemme a forza di piantar croci. Però pensò bene di imitare quella volpe di Erode. Avrebbe fatto emergere pubblicamente e senza ombra di dubbio che la condanna a morte di questo Gesù era voluta soltanto da Caifa e dal Sinedrio. Non voleva correre inutili rischi. Avrebbe condotto la faccenda in modo che nessuno avrebbe potuto in seguito rimproverargli la morte dello sconosciuto.
Pilato chiese una brocca d’acqua, un catino d’argento e un drappo di lino candido. Come li ebbe avuti, con gesti lenti e ostentati si lavò le mani davanti al popolo dicendo:
“Io sono innocente del sangue di questo giusto. Siete soltanto voi che lo volete morto. Che il sangue di costui ricada su di voi e sui vostri figli.”
Il popolo dimentica le chiacchiere, avrà pensato Pilato, ma certe immagini così insolite, come il lavarsi le mani di un Prefetto sul litostroto, restano durevolmente impresse nella mente della gente semplice. Non avrebbero dimenticato troppo facilmente il giorno in cui un Prefetto romano si è lavato le mani proprio come risulta aver detto... non ricordo più quale profeta ebreo.
-Conosco io quel passo delle scritture - intervenne Shim’on. - Disse il Dio d’Israele:“Allora gli anziani della città che sono i più vicini all’ucciso si lavino le mani sulla giovenca a cui è stato tagliato il collo sulla riva ed a voce alta dicano: ‘Le nostre mani non hanno sparso questo sangue e i nostri occhi non l’hanno visto spargere.’„ I
I sacerdoti lì per lì credettero finalmente di averla avuta vinta e che Pilato si fosse rassegnato a crocifiggere Gesù, ma quando videro che i soldati riconsegnavano Gesù a Caifa non seppero più che pensare.
“Che cosa potete pretendere di più? - disse Pilato, - Roma non mette a morte un uomo innocente! E’ un problema vostro... si tratta di religione... su questa materia io non posso entrare. De minimis non curat Praetor. Che volete più da me? Vi riconosco il diritto di giudicare quest’uomo! Vi do il potere di condannarlo a morte! Non mi potete chiedere di essere il vostro carnefice!”
- E così...Pilato... si lavò le mani! - disse Shim’on. - Fece quello che aveva fatto Erode rivestendo di una tunica bianca Gesù. Adesso sì che tutto torna. Non poteva Pilato lavarsi prima le mani e subito dopo giustiziare Gesù. Non avrebbe avuto alcun senso. Sarebbero stati due comportamenti contraddittori. Quel gesto era solo un modo plateale per far sapere a tutti di non voler crocifiggere Gesù e di lasciare al Sommo Sacerdote la responsabilità di giustiziarlo. Il piano di Caifa di far crocifiggere Gesù dai romani e di farsi riconsegnare Barabba, quindi, non riuscì.... e non poteva farci niente.
- Infatti non aveva nulla di che protestare. Pilato lo aveva in quel momento investito di una sua prerogativa, gli aveva data l’occasione di esercitare personalmente un diritto che lo innalzava di fronte agli stessi ebrei.
Caifa si sentì costretto a fare un cenno di gratitudine a Pilato, a calmare la sua gente, ad allontanarsi con Gesù legato e scortato dalle guardie del Tempio.
Non escludo che la risoluzione di Pilato sia stata proprio quella segretamente perseguita dal Sommo Sacerdote, quella iniziale, quella prevista da Giuseppe. La gente della risma di Caifa sa bene come si mercanteggia con un prefetto di Roma ostile: si alza il prezzo oltre misura per accordarsi, infine, su quello desiderato. E lo fece a ragion veduta. Pilato, come hai visto, ha fatto di tutto per salvare Gesù.
Avendo il Sinedrio già condannato a morte Gesù, al Sommo Sacerdote non rimaneva altro da fare che dar seguito alla sentenza.
La pena di morte comminata poteva essere solo quella riservata ai blasfemi, ai maghi, ai negromanti ed ai corruttori del popolo: la più infamante: la lapidazione e l’esposizione pubblica del corpo al palo. Ma io non c’ero... ero con Lazzaro... ben nascosto in una grotta a trenta stadi dalla città. Chi meglio di Giuseppe sa dirti quello che successe? Fatti raccontare da lui.
- Quando vidi Pilato lavarsi le mani, - proseguì il racconto Giuseppe, - compresi subito... l’iniziativa tornava a Caifa... non tutto era perduto... tornai a sperare... ci sarebbe stata la lapidazione e l’esposizione del corpo.... secondo la legge ebraica... tutto secondo i nostri piani... non più la crocifissione... toccava a me... all’Arimateo di Gerusalemme seguire personalmente l’esecuzione, l’esposizione e la sepoltura di Gesù. Nessuno sapeva che ero amico e discepolo dell’uomo che andava a morire... e questo mi dava modo di essere il padrone quasi assoluto del campo. Neanche gli apostoli, in quel momento, mi credevano suo amico. Mi consideravano, allora, uno dei tanti farisei che amavano discutere con Gesù e controbattere la sua dottrina, se non addirittura una spia, un uomo di fiducia del Sommo Sacerdote.
A calci e a spinte Gesù si trovò subito fuori le mura. Caifa non obiettò quando gli chiesi di eseguire la pena nel giardino di Getsemani. Era scontato. Era il luogo più indicato per giustiziare e seppellire gli idolatri, i senza Dio e gli empii, oltreché il luogo dove Gesù era stato catturato. Potevo dire la mia anche sul percorso da coprire ed ebbi il mio bel da fare per proteggere Gesù dalle violenze, dalle insolenze e dagli sputi della gente. Molti uomini di Caifa avevano avuto l’ordine di insultare, beffeggiare e mortificare Gesù allo scopo di fare apparire ridicola, bugiarda e delirante la sua dottrina e di demoralizzare i pochi disposti a sostenerlo moralmente. La mia posizione non mi permetteva di far di più per Lui; le nostre donne cercavano di fargli scudo, con la forza della disperazione minacciavano e aggredivano come furie i malintenzionati che tentavano di colpirlo. Maddalena sembrava una tigre a difesa del suo cucciolo.
- C’erano soltanto loro a confortarlo? - chiese Shim’on - Dov’era la vera madre? Dove i fratelli?...i cugini?... gli apostoli?
- Sai già la risposta - disse Tommaso. - Ha- Nazri non aveva alcun parente. Agli apostoli che lo avevano venduto a Caifa non pareva vero di essere ancora vivi grazie proprio a quella condanna e, da quegli zeloti che erano, avevano ben altro da fare che mostrarsi pubblicamente vicino ad un empio condannato alla lapidazione. Se avessero potuto, sarebbero tutt’al più andati a confortare e a piangere il fratello... Barabba... che in quello stesso momento veniva crocifisso. Soltanto Giovanni e sua madre avevano seguito Barabba fino al momento della morte. Giacomo e Andrea si nascondevano fra la folla per non essere riconosciuti dai soldati romani.
- E Pietro? Che fine aveva fatto?
- Pietro? ... dov’era Simon Pietro?... - chiese imbarazzato e titubante Giuseppe guardandosi intorno come per cercare una risposta dagli altri. Dopo qualche attimo di silenzio riprese il filo del suo racconto. - La gente gridava a Gesù:
“Hai salvato e guarito tante persone... perché non salvi te stesso?... Se sei veramente il figlio di Dio... salvati!... Adesso vediamo se Dio lo ama veramente!... se lo ama ...lo liberi in questo momento!”
A Maddalena disperata che minacciava con i sassi chi colpiva Gesù, il Maestro disse:
“Perdonali, Maria.... non sanno quello che si fanno”.
68 - Lapidato ed esposto
Giunti al giardino di Getsemani iniziò subito la lapidazione. Avevano tutti fretta di tornare a casa per festeggiare la Pasqua.
Allontanai rudemente Maddalena e le altre. Avevo paura che perdessero il controllo. Conosci la legge: chi piange e si dispera per un condannato alla lapidazione viene punito con la stessa pena. Gli occhi di Maddalena erano due fontane... si chiudeva la bocca con le mani per non gridare dal dolore.
- Chi lanciò il primo sasso? - chiese Shim’on.
- Lo sai bene a chi spetta... secondo la Legge...al testimone accusatore più importante. Il Sommo Sacerdote, per ovvie ragioni, lo aveva preteso.
- Chi lo lanciò? - insistette Shimon subodorando il nome.
- Ti prego, Shim’on... non chiedermi chi lanciò la prima pietra.
- Lascia stare... ho capito... ha avuto finalmente quello che voleva!... ci teneva ad essere la prima pietra. C’è qualcuno o qualcosa sopra di noi che ci osserva ed ha modi talvolta beffardi per mostrarci tutto il ridicolo delle nostre debolezze. Da quel fatto, immagino, quell’uomo ebbe quella pietra per nome.
- Cadendo in ginocchio - proseguì Giuseppe fingendo di non aver inteso le ultime parole di Shim’on, - Gesù raccolse le prime due pietre che lo avevano colpito e si lasciò cadere... con la faccia per terra... come era solito fare quando pregava. Lo vidi così per alcuni momenti ripararsi la nuca con quei due sassi. Le pietre gli grandinavano addosso. Ebbi subito la sensazione che ce l’avrebbe fatta. Il suo corpo si irrigidì e diventò duro come i sassi che stringeva. Sì...Sì.. ce l’avrebbe fatta ad uscirne fuori vivo... - pensavo fra me, - ...per la terza volta. Erano centinaia a gettar sassi, e soltanto pochi minuti dopo, sopra il suo corpo c’era un tumulo alto come un uomo.
Il Sommo Sacerdote guardò assorto quel tumulo e, dopo un po’ mi ordinò di lasciare il corpo, sotto quelle pietre.
“Il lapidato - disse - deve restare così, tre giorni e tre notti”.
Queste parole mi fecero tornare improvvisamente in mente la risposta che alcuni mesi prima diede Gesù, ad alcuni miei amici farisei quando gli chiesero di dare un segno della sua divina potenza:
“Nessun segno darò a questa generazione perversa” - rispose Gesù guardandomi negli occhi, aggiungendo come per correggersi - “...se non il segno di Giona. Come Giona, infatti, rimase tre giorni e tre notti nel ventre della balena, così il figlio dell’uomo resterà tre giorni e tre notti nel ventre della terra.”
- Lui, quindi, fin d’allora sapeva che sarebbe stato lapidato e non crocifisso - disse Shim’on. - Che a condannarlo sarebbe stato Caifa e non Ponzio Pilato.
- E’ vero, Shim’on. Me ne resi conto però soltanto nel momento in cui Caifa mi impose di lasciare Gesù sotto quelle pietre, proprio per tre giorni e tre notti.
- Ma ripensandoci bene - aggiunse Shim’on, - Gesù, accennando alla storia del profeta Giona, ha voluto anticipare qualcosa di importante.
- Cos’altro?
- Che per il supplizio non sarebbe mai morto e, pertanto, neppure resuscitato.
- Come lo deduci?
- Dal fatto che Giona non morì nel ventre della balena; vi restò dentro vivo e ne uscì fuori da vivo e non da risorto.
- E’ vero! - esclamò Giuseppe. E’ proprio vero che, come diceva Lui, avevamo occhi e orecchi incapaci di guardare e di ascoltare!
Dove eravamo arrivati?... ah!...sì. Caifa, un’ora dopo fece allontanare tutti e lasciò sul posto due guardie del Tempio. Anche io vi lasciai due miei uomini fidati e ogni ora controllavo il tumulo personalmente.
Il Sommo Sacerdote non voleva farsi raggirare ancora una volta; voleva essere certo della morte di Ha-Nazri. Era sospettoso ed era convinto di essere circondato da inetti, da bugiardi e da traditori. Per questo lo vedevo di tanto in tanto guardare lungamente il tumulo dall’alto della torre.
Tre giorni e tre notti restò sotto quelle pietre. Il terzo giorno, come era stato deciso, il corpo fu dissepolto. Lo feci personalmente, febbrilmente ma con molta attenzione, insieme ai miei uomini. Caifa era lì, a qualche decina di braccia. Gesù era rimasto in quella stessa posizione di preghiera. Il volto, i suoi capelli e la barba erano ridotti ad un grumo di sangue e terra.
Caifa mandò subito il suo medico a constatarne la morte. Gesù non respirava ed il suo cuore non batteva.
Era mezzogiorno quando lo feci sollevare e legare al palo per l’esposizione del corpo.
Caifa con un cenno mi fece capire che avevo fatto un buon lavoro e finalmente se ne andò.
Il luogo era considerato tradizionalmente immondo; per tal motivo pochi osarono avvicinarsi all’appeso. ‘L’appeso sul legno è maledetto da Dio’, dicono le Scritture. Soltanto Maddalena e le sue amiche restarono per tutto il resto del giorno a vegliare quel corpo martoriato. Mi ci volle più di un’occhiataccia per tenerle lontane.
Io solo sapevo che quel corpo non era un cadavere. Ero certo che respirava. Un respiro lunghissimo, impercettibile, ma respirava. Il cuore batteva; uno o due battiti ogni venti dei miei... però batteva. Era freddo... più freddo di un uomo vivo... ma non come un morto. Dio benedetto!...sì che viveva!... Gesù viveva!... solo io lo sapevo e pregavo il cielo di avere la forza di non tradire l’emozione incontenibile che provavo.
- Giovanni raccontava in giro - disse Shim’on sorridendo, - che lui soltanto, fra tutti i Galilei avrebbe assistito alla morte in croce di Gesù; lui e la madre di Gesù. Diceva addirittura che il Maestro gli avrebbe affidata la madre.
- E in quale occasione... sentiamo... Gesù avrebbe affidato sua madre a Giovanni? Mentre veniva condotto fuori le mura?... durante la lapidazione?... oppure durante l’esposizione al palo?... quando per tutti era morto da tre giorni? Io non credo che Giovanni abbia potuto mettere in giro questa voce, nonostante che tenesse morbosamente - ma non in quel momento - ad apparire come il discepolo prediletto di Gesù.
- Io a quel tempo ero ad Alessandria; mi fu detto che Gesù venne crocifisso dai soldati di Pilato e che affidò sua madre a Giovanni, mentre era sulla croce... poco prima di morire. Adesso sto apprendendo per la prima volta che Gesù fu lapidato direttamente dagli ebrei.
- Ammettiamo pure, per ipotesi, la crocifissione di Gesù - disse Giuseppe - e che al supplizio assistettero Giovanni e la madre di Gesù; poteva mai il Maestro affidare sua madre a Giovanni - che non era neppure un parente - quando ad accogliere questa madre vedova e inconsolabile c’erano - per ammissione degli apostoli stessi - più di una sorella e figli, nipoti e cugini in gran numero? I nostri costumi sugli obblighi verso i genitori anziani e vedovi sono inflessibili. La stessa madre di Gesù non poteva andare in casa di estranei, essendo circondata da una famiglia così numerosa. Avrebbe fatto un affronto grave a tutti i suoi parenti se fosse andata a vivere con Giovanni. Non dico bene...Giuda Tommaso?
- E’ così - intervenne Tommaso. - Io non conoscevo questa diceria. Io so soltanto che Giovanni accompagnò nostra madre sul Golgota. Tentò di dissuaderla, ma lei era la madre dei Galilei e nessuno poteva impedirle di assistere alle ultime ore di vita del suo Barabba. Barabba affidò veramente sua madre a Giovanni, e non poteva fare altrimenti, era il solo figlio non bandito dai romani a cui mia madre era più affezionata.
- Adesso sì che tutto quadra! - mugugnò Shim’on. - Quindi Giovanni si portò in casa la sua stessa madre non quella di Gesù.
- Mi pare del tutto ovvio.
Mentre Gesù era legato al palo - riprese a dire Giuseppe, - mancava poco al tramonto, il cielo si oscurò improvvisamente. Nuvole dense e nere si rincorrevano spinte da un vento fortissimo. Lo scirocco nero si scagliò su di noi e oscurò il sole con la sabbia del deserto che trascinava con sé. Io benedissi quel vento poiché aveva costretto anche i pochi rimasti a chiudersi di corsa in casa. Da molti anni non avevo più visto un fenomeno del genere. Gesù aveva il cielo dalla sua! Oltre me, accanto a Gesù c’erano Nicodemo, due miei uomini fidati e due guardie del Tempio terrorizzate che avrebbero dato chissà cosa per correre a casa. Nessun altro. Soltanto una donna vestita di nero intravedevo ora sì, ora no, in lontananza. Sapevo però che quella donna poteva essere soltanto Maddalena.
- Non successe nient’altro di interessante in quelle ore?... niente di strabiliante? - disse Shim’on.
- So a che cosa alludi, Shim’on, anche io ne ho sentite tante. In quell’istante il velo del Santissimo non si squarciò da capo a fondo; la terra non tremò; le rupi non si spezzarono; i sepolcri non si spalancarono; non risuscitarono i profeti e non uscirono dalle loro tombe per camminare fra la gente, lungo le strade di Gerusalemme... se è questo che volevi dire... anche se in quei momenti, io sentii dentro l’anima come se tutti questi eventi mi si presentassero davanti agli occhi. Tu che hai giudizio, Shim’on, intendimi! Se queste cose fossero veramente successe, gli ebrei, a partire dal Sommo Sacerdote, avrebbero creduto in Gesù e non starebbero ancora oggi ad attendere il Messia profetizzato dalle scritture. D’altra parte, se andiamo a guardare una realtà più sottile, Gesù aveva veramente squarciato il velo del Tempio per rivelare agli ebrei che nessun Dio vi era più celato. Spezzò con la sua parola le pietre di tutti i templi innalzati al Dio di questo mondo, che è Satana, dai governanti che lo servono. Aveva insegnato la vita eterna, l’eterna rinascita, che i profeti e i figli di Dio non muoiono mai, che rinascono, ritornano, che sono sempre in mezzo a noi, che per loro i sepolcri sono sempre spalancati. Per tutto questo, in un certo senso, la terra sussultò veramente e tremarono con lei, per un momento, i suoi stramaledetti padroni.
Mancavano poche ore al tramonto e l’appeso, secondo la legge, doveva essere seppellito prima del calar del sole.
69 - ... e fu sepolto
Per la legge che impone all’Arimateo di Gerusalemme di tener segreto a tutti il luogo di sepoltura di un appeso al legno, fu facile allontanare le due guardie del Tempio.
Con l’aiuto di un lenzuolo di lino, trasportammo Gesù per un centinaio di braccia in un vecchio sepolcro abbandonato che avevo fatto ripulire il giorno prima. Nessuno ci aveva seguito. Soltanto il mantello nero di Maddalena guizzava al vento poco lontano.
Il Maestro fu lavato, medicato con mirra e aloe, coperto delicatamente con una sindone e deposto all’interno del sepolcro.
Il sole era tramontato. Io e Nicodemo tornammo a Betania in tutta fretta, lasciando i miei uomini a guardia del sepolcro.
- Ma Caifa non pretese di mettere qualcuno a guardia del sepolcro? - chiese Shim’on.
- E perché avrebbe dovuto? Si era assicurato della morte di Gesù e questo gli bastava. Ero io l’Arimateo e mio compito era far sì che la sepoltura rimanesse segreta. I sacerdoti erano certi di non aver fatto uccidere una divinità in grado di risorgere dai morti. Checché se ne dica, nessuno degli apostoli e dei discepoli, in quei giorni, avrebbe potuto immaginare di rivedere vivo Gesù di lì a poco. Se ne avessero avuto soltanto il sentore non l’avrebbero mai consegnato a Caifa. Non poteva mai aver detto a nessuno di risorgere. Gesù può rinascere, trasmigrare in un altro corpo, ma non risorgere, dopo vera morte, dal suo cadavere.
- Quando recuperaste il corpo? - chiese Shim’on.
- Poche ore dopo... a notte fonda. Io stesso lo feci, con Nicodemo e con i miei due domestici cirenei che avevo lasciato di guardia al sepolcro.
Quando gli scoprimmo il volto, Gesù aveva gli occhi ben spalancati e ci guardava. Fui sul punto di svenire. Mi cedettero le gambe e sarei caduto se non mi avesse sostenuto Nicodemo. Tagliammo subito le bende, lo liberammo della sindone e lo rivestimmo. Lo appoggiammo su un carro e lo nascondemmo in un casolare abbandonato di mia proprietà. Ora tocca a te Maddalena continuare.
PARTE QUARTA
Il ritorno dell’Immortale
70 - Le prime a rivederlo
- Prima dell’alba - prese la parola Maddalena - io, che avevo visto dove l’avevano sepolto, con Susanna e Giovanna raggiungemmo il luogo. Vedemmo subito la pietra rimossa e il sepolcro vuoto.
Corsi da Pietro e da Giovanni. Mi scagliai contro di loro, certa che fossero stati loro due a trafugare la salma.
Negarono con fermezza e giurarono di non averlo fatto. Allarmati più di me presero di corsa il sentiero per il sepolcro che io avevo indicato. Ero senza fiato e li seguii da lontano. Giovanni-piè-veloce fu il primo ad arrivare sul luogo ed a constatare la rimozione della ruota tombale, ma non osò entrare nel sepolcro di un empio appeso sul legno: la regola degli esseni era a tal proposito tassativa. Vi sbirciò dentro soltanto quando Pietro l’ebbe rassicurato che il sepolcro era vuoto. I due apostoli se ne tornarono a casa increduli, sconvolti, senza sapere cosa pensare.
Io ero rimasta tutta sola in quel sepolcro vuoto. Piangevo, invocavo Gesù, baciavo e ripiegavo straziata dal dolore il sudario, le bende e la sindone. Chi poteva essere mai stato - mi chiedevo - a togliermi il sacrosanto diritto di piangere sul corpo del Maestro?
Un uomo, alle mie spalle, in quel momento mi chiese perché stessi piangendo e che cosa stessi cercando in quel luogo. Mi voltai e pensai subito di aver di fronte il giardiniere del luogo. Lo implorai: “Se sei stato tu a portarlo via... ti prego... dimmi dove lo hai messo! ... noi ce lo riprenderemo...ti darò quello che vuoi.”
“Maddalena! - disse quell’uomo - sono io... non mi riconosci?
Fu soltanto allora che, sul punto di venir meno, riconobbi Gesù.
- Stavo per abbracciarlo quando Rabbuni mi fece segno di non accostarmi dicendo:
“Non mi toccare... ti prego...tutte le mie ferite sono ancora aperte”.
Io però non riuscii a fare a meno di cadere in ginocchio ai suoi piedi per baciarli, gridando per la meraviglia, ridendo e piangendo di gioia:
“Ma allora!... non sei morto!...- gridai - Gesù mio!...tu sei ancora vivo!... Dio ti ringrazio!”
“Alzati Maddalena - disse Gesù - ... sono ancora vivo... non sono ancora salito al Padre mio.”
- Un momento! - disse Shim’on, - questo punto non mi è chiaro. Come hai fatto... proprio tu... a non riconoscere subito Gesù... che ti stava davanti agli occhi... e in pieno giorno.
- Te lo posso dire io - intervenne Giuseppe. - Maddalena, come hai sentito, lo scambiò per un giardiniere. Io stesso resi irriconoscibile Gesù facendogli tagliare la barba e ben rasare il volto. Lo sai, Shim’on, i giardinieri, per quell’invisa incombenza che hanno di inumare i cadaveri e tener puliti i sepolcri dalle erbacce, vengono per norma costretti a rendersi riconoscibili a tutti radendosi il volto; a loro è tassativamente vietato portare la barba.
Rivestimmo il Maestro con gli abiti di un mio giardiniere. Doveva essere reso irriconoscibile se volevamo salvargli la vita, ed io pensai bene di travestirlo proprio da giardiniere. Fu un buon travestimento se Maddalena stessa lo riconobbe soltanto dalla voce. Non ti pare?
Devi inoltre sapere che Gesù aveva la pelle nettamente più scura di noi altri, e con il volto glabro, il colore scuro della sua carnagione si notava molto di più. Questo rese perfetto il travestimento, poiché i giardinieri, lavorando tutto il giorno all’aperto, hanno la pelle esposta al sole molto più scura, quasi come Gesù.
- Inoltre - aggiunse Maddalena, - senza barba non sembrava più lui. Appariva molto più giovane; poco più che un ragazzo.
- Fosti dunque tu la prima a rivedere in piedi Gesù! Questo coincide con quanto vanno dicendo gli apostoli, anche se con disappunto. Pietro, Giacomo e Giovanni si sarebbero fatti tagliare una mano per poter dire di essere stati loro i primi. Mi chiedo ancora come mai, dopo averne raccontate tante, si siano poi trattenuti dal dire che Gesù abbia visto prima di ogni altro quantomeno sua madre; era naturale che apparisse prima di tutti a sua madre che lo aveva pianto morto.
- Lo avrebbe sicuramente fatto - rispose Tommaso, - se avesse avuto nei paraggi una madre.
Io credo che i miei fratelli si siano sentiti ulteriormente ingiuriati anche dall’incontro che Gesù ebbe con le amiche di Maddalena, idolatre peggiori di lei, a partire da Giovanna da Cusa. Tutte raccontarono di avergli baciato i piedi, commosse ed esultanti. I Galilei, anche se mostravano di non credere a delle donnette isteriche, erano fortemente turbati. Anche se donne, pensavano, non potevano aver avuto tutte insieme un’allucinazione! Qualcosa di inesplicabile doveva pur essere successo. Fu così che si fece strada fra loro la convinzione che Gesù fosse risuscitato dai morti. Cercarono subito di ricordare il senso di tanti misteriosi avvertimenti e allusioni del Maestro.
71 - Più vivo che mai
Soltanto qualche ora più tardi - continuò Tommaso, - Cleofa e suo nipote, di ritorno da Emmaus, incontrarono uno strano pellegrino che li accompagnò per un lungo tratto.
Cleofa raccontò a quel compagno di viaggio quanto era successo a Gerusalemme nei giorni appena trascorsi, meravigliandosi che lo sconosciuto fosse all’oscuro di tutto. Gli confessarono la loro tristezza e la loro delusione per la morte di Barabba e di Gesù Ha-Nazri, dai quali si aspettavano grandi cose. Speravano tutti che fosse giunto fra loro il Messia che avrebbe liberato il popolo di Dio.
A questo punto lo straniero, secondo Cleofa, dopo averli ascoltati attentamente senza mai intervenire, incominciò a rimproverarli:
“Oh stolti!...ingenui e tardi di cuore! Quand’è che smetterete di credere alle parole che i sacerdoti e gli scribi hanno messo in bocca ai profeti?”
Ma neppure quelle parole taglienti bastarono a farlo riconoscere.
S’era fatta sera e si fermarono in una locanda per mangiare qualcosa. Vista l’ora, Gesù accettò l’invito di Cleofa e del nipote a stare a mensa con loro.
Soltanto dal modo in cui Gesù sollevò, benedisse e spezzò il pane i due incominciarono finalmente a chiedersi, nel loro intimo, se quello straniero non fosse in realtà il Maestro.
Consumato il pasto si accomiatarono dal compagno di strada. Rimasti soli si convinsero che quell’uomo poteva essere soltanto Gesù. Tornarono di corsa sui loro passi nella speranza di raggiungerlo; ma non lo ritrovarono. Gesù era scomparso.
Sul tardi, mentre gli apostoli e i discepoli si intrattenevano a tavola animatamente e increduli proprio per l’incontro che Cleofa e il nipote giuravano di aver fatto, Gesù pallido come un morto apparve a tutti sulla soglia.
Ci furono momenti di stupore, di smarrimento, di paura. Si stentava a credere ai propri occhi. Qualcuno cadde in ginocchio, altri sul punto di perdere i sensi si aggrapparono, l’un l’altro. Proprio davanti a loro c’era l’uomo che avevano abbandonato, consegnato, fatto uccidere.
Pensarono di aver di fronte un fantasma. Soltanto un fantasma poteva passare attraverso le pareti e la porta chiusa.
“Perché tremate? - domandò Gesù - Che cosa temete?...Perché vi turbate?... Non temete...sono proprio io... non sono un fantasma...sono ben vivo. Toccatemi e vi persuaderete che sono qui in carne, ossa e spirito”.
Per convincerli prese posto fra loro e mangiò un po’ di pesce arrosto e un po’ di miele: un fantasma non avrebbe mai potuto mangiare del cibo vero.
Gesù, fin dall’inizio cercò di dire, come meglio poteva, che non era un fantasma, che non era risorto dai morti e che in realtà non aveva mai lasciato il mondo dei vivi.
- Tu credi - domandò perplesso Shim’on - che non abbia voluto approfittare della situazione? Avrebbe potuto almeno spiegare, per filo e per segno, tutto quello che era effettivamente successo, proprio come hai fatto tu con me.
- Ma scherzi? ... Raccontando il piano inverosimile progettato e portato a buon fine, a dispetto e contro i Galilei, da me?... da Giuseppe?...da Lazzaro e da Nicodemo?... Facendo i nostri nomi?... quelli dei suoi più fidati amici?... contro i quali gli Apostoli nutrivano ostilità e gelosia?
Gesù si rivelò agli Apostoli soltanto perché non voleva che si tormentassero per quello che avevano fatto; ma non poteva compromettere coloro che lo avevano aiutato. Lui desiderava soltanto che gli apostoli si sentissero compresi e perdonati. Nient’altro. Non voleva però che le autorità venissero a sapere di essere state ingannate in modo così smaccato. Sarebbero state coperte di ridicolo per sempre. Avrebbero fatto incriminare subito i Galilei, i loro parenti, gli amici. Non ci sarebbe stato scampo per nessuno. Il suo sacrificio sarebbe stato del tutto inutile. Contro una simile evenienza avrebbe preferito persino passare per un Dio risorto, per i millenni a venire. Quello che contava per Gesù, era il constatare che il suo sacrificio fosse veramente servito a salvare quegli amici che in quel momento lo guardavano con timore e sospetto.
- Che Gesù non fosse un fantasma - spiegò Shim’on, - lo si poteva evincere anche da un altro fatto. Se veramente aveva attraversato, come un coltello nel burro, le mura e la porta chiusa di quella sala, perché mai la pietra sepolcrale, invece, era stata materialmente rimossa? Se fosse stato in grado di attraversare i muri, avrebbe potuto farlo anche per uscire dal sepolcro. Qualcun altro, dall’esterno del sepolcro, chiaramente, aveva rimosso quella pietra.
- Fummo, infatti io ed i miei domestici - confermò l’Arimateo sorridendo, - a far rotolare la pietra.
- Dopo la scomparsa del corpo - disse Shim’on, - qualcuno, in città, diceva di aver visto Gesù vivo. Ci furono delle chiacchiere fra gli Anziani del Sinedrio. Caifa stesso sospettò per un bel po’ che ‘quel diavolo’ fosse riuscito a sopravvivere alla terza lapidazione. Si temeva come una vera e propria calamità un ritorno trionfante di Gesù, dopo quello che gli era stato fatto. Che un empio, un mago, un negromante, un corruttore del popolo fosse stato capace per la terza volta di uscir vivo da una lapidazione comminata dal Sinedrio, sarebbe potuto apparire agli occhi degli ebrei come un segno divino a favore del blasfemo e una chiara condanna della casta sacerdotale. Soltanto con il trascorrere delle settimane e il mancato ritorno del Messia, Caifa e la sua gente si convinsero dell’effettiva morte di Gesù e del trafugamento della salma da parte dei discepoli.
- La sera in cui rivide gli apostoli - disse Tommaso, - Gesù non li rimproverò, come ci saremmo aspettati, della durezza del loro cuore, di tutto quello che erano stati capace di ordire contro di Lui e dei tradimenti. Si limitò a dire soltanto con un velo di amarezza sul suo sorriso:
“Quando ero con voi e mi vedevate non mi avete creduto, quando non mi vedrete e non mi parlerete più allora mi crederete. Beati coloro che mi hanno creduto dal momento in cui mi incontrarono.”
- Ma tu quella sera non eri presente! - disse Shim’on.
- No... io non ero presente. Me ne stavo ben nascosto in attesa di notizie sicure. Uscii dalla mia tana soltanto quando ritenni che tutto fosse compiuto. Lasciai correre una settimana prima di far ritorno, trepidante, in città.
Giovanni e Pietro che incominciavano a pensar male di me per la mia inspiegabile scomparsa che durava dal giorno di quell’ultima cena, mi raccontarono, ancora sconvolti, l’accaduto, che Gesù era risorto e che era venuto a trovarli in carne e ossa.
Per allontanare i sospetti dissi di non crederci. Me lo giurarono. Mi assicurarono di averlo toccato e che aveva persino mangiato con loro. Io risi delle loro asserzioni. Li presi per pazzi e dissi che se non avessi toccato le sue piaghe con le mie mani, non avrei mai creduto. Voltai loro le spalle indispettito, come se mi avessero preso in giro. Li lasciai però soddisfatti perché credevano di aver avuto il privilegio, che a me era stato negato, di aver visto Gesù vivo. Pensarono sicuramente che per me erano finiti i tempi in cui Gesù mi considerava il solo vero amico che avesse fra tutti i Galilei; il solo degli Apostoli che baciasse fraternamente.
Io rimasi nascosto per qualche giorno ancora. La prudenza si imponeva. Con Gesù che andava in giro e si faceva vedere dagli apostoli, tutto poteva ancora succedere. Poi, rassicurato, mi decisi a visitare i miei fratelli e li trovai attorno a Gesù. Lui mi venne incontro sorridente. Abbracciandomi e baciandomi disse:
“Guardami, toccami e stringimi, amico mio. Sono proprio io. Non essere più incredulo... e fidati degli amici”.
Nessuno, tranne me, comprese il senso di quelle parole. Mi rimproverava amorevolmente di non essermi fidato di Nicodemo e di Giuseppe l’Arimateo. Voleva dirmi, con quelle parole, che tutto era andato per il meglio e che non c’era più motivo per restarmene intanato come una bestia.
72 - L’incontro in Galilea
Dopo questi fatti i miei fratelli tornarono a nascondersi in Galilea. Una notte erano andati a pescare e, nel far ritorno, senza aver preso un solo pesce, videro uno sconosciuto che dalla riva chiese loro a gran voce:
“Non avete preso ancora nulla?”
Gli risposero di no.
“Gettate adesso la rete e pescherete!” - disse lo straniero.
Così fecero, per nulla convinti, soltanto per cortesia. Ritirarono subito dopo la rete carica di pesci. Fu allora che Giovanni gridò a Simone:
“Ma quello... è...è Gesù!”
Pietro, senza esitare, si gettò in mare vestito per raggiungere il Maestro, mentre gli altri restarono in barca per tirare la pesante rete.
Giunti a riva lo trovarono accosciato davanti al fuoco, con del pesce e del pane sulla brace.
“Venite a mangiare!” - disse Gesù.
I discepoli presero posto intorno al fuoco e mangiarono in silenzio con lui. Erano tuttavia sospettosi e si guardavano pieni di interrogativi l’un l’altro, incerti se quello straniero fosse veramente Gesù.
- Fermati un momento! Scusami, Tommaso, se continuo a interromperti. A Gerusalemme e sulla strada di Emmaus, Gesù non era stato riconosciuto perché non aveva più la barba. Se gli apostoli avevano già incontrato Gesù senza barba, come mai in Galilea non erano ancora sicuri che fosse proprio Lui e, soltanto dopo, avvicinandolo e parlandogli, credettero di riconoscerlo?
- E’ semplice, Shim’on. C’era di nuovo che in Galilea, oltre a non avere più la barba, Gesù aveva tagliato i suoi lunghi capelli.
- Per Bacco!...- Esclamò Shim’on, - Gesù, dunque, per non essere riconosciuto, aveva questa volta i capelli corti e il volto glabro.
Mi chiedo perché mai i Galilei, quando tentano di spiegare il motivo per cui non veniva facilmente riconosciuto dai suoi intimi, evitano di dire la semplice verità. Sono sempre misteriosi! Dicono che si era trasfigurato, che il suo volto era raggiante, circonfuso da uno splendore così accecante da nascondere addirittura i suoi lineamenti. Rendono tutto così ridicolo! Figuriamoci se Gesù poteva mostrarsi a Maddalena e sulla strada di Emmaus, con qualcosa come un sole accecante al posto del viso! Non l’avrebbero potuto mai scambiare semplicemente per un giardiniere o per un viandante qualsiasi. Sarebbero piuttosto tutti scappati dalla paura. Non ti pare?
- E’ giustissimo, Shim’on! Il fatto è che gli apostoli non possono mettere a capo della loro nuova religione un figlio di Dio glabro e con i capelli corti, come fosse una divinità pagana, o addirittura un indù, un figlio del Dharma, un seguace di Sakkya, uno straniero insomma; così diverso da noi ebrei. Sarebbe stato assolutamente improponibile. La setta dei nazirei pretende che i loro adepti e a maggior ragione i capi, abbiano come i nazir la barba e i capelli lunghi e incolti. A che serviva un Rabbi senza barba e senza una lunga capigliatura?
Tu ben sai, Shim’on, che Dio Padre disse a Mosè: “... per tutto il tempo del voto... il rasoio non passerà sopra la testa... fino al compimento dei giorni per i quali si è consacrato a Dio”.
S’è mai visto un nazireo... un santo... un profeta ... col volto e la testa rasati?
Giovanni, più degli altri, vedeva nel camuffamento di Gesù un ennesimo atto di ribellione alla religione dei padri, un’offesa a Dio e anche un affronto personale. Questa volta sbagliava. Gesù fu costretto a radersi la barba e i capelli unicamente per salvarsi; per fuggire inosservato.
Se il nazir, per le Scritture “...non può accostarsi ad uomo morto”, Gesù, al contrario, radendosi la barba volle sembrare un giardiniere: il solo impuro in Israele autorizzato a toccare i morti. Infine il taglio dei capelli. Era il colmo. Gesù non doveva assolutamente tagliarli... “... fino al compimento dei giorni per i quali si è consacrato a Dio”. Gesù, non si riteneva quindi più consacrato a Dio? Gesù era meno santo di Sansone stesso destinato da Dio ad essere nazireo e ad avere i capelli lunghi “... dal ventre materno, fino al giorno della morte”? Non poteva assolutamente un figlio di Dio, il Messia, esser da meno di un Sansone.
Ecco Shim’on, perché gli Apostoli preferiscono cadere nel ridicolo piuttosto che raccontare la verità: che per fuggire dalla Palestina Gesù fu costretto a radersi la faccia ed accorciare i capelli, come fu altresì costretto a lasciar crescere la barba e i capelli per insegnare agli ebrei di Palestina il suo giogo lieve.
- Quando lo vidi la prima volta - aggiunse Shim’on, - e mi fu indicato come un nazireo, mi colpì molto che non indossasse pelo di animale, com’è d’obbligo per chi abbia fatto questo voto.
- Sapessi quante volte Giovanni e mia madre tentarono di vestirlo con una pelle di cammello! Non ne volle mai sapere
.
73 - La separazione
Dopo aver mangiato con loro Gesù disse agli apostoli che era giunto il momento di lasciare la Palestina per far ritorno da dove era partito, nel ‘regno dei cieli’, nella ‘Terra Pura’.
“Vorremmo che tu restassi con noi” - disse Pietro.
“Mi hai mai amato tu?” - disse Gesù con il cuore colmo di tristezza.
“Tu sai che ti amo - rispose Pietro - ... che ti ho sempre amato.Ti abbiamo consegnato a Caifa per salvare Barabba, la nostra stessa vita e quella di tanti buoni ebrei. Noi eravamo certi che tu eri il Messia e che nessun essere umano avrebbe potuto ucciderti. Infatti... abbiamo avuto ragione...ora sei qui... e noi con te... tutti vivi. Forse abbiamo sbagliato! Perdonaci! Cos’altro potevamo fare? Chi altri poteva salvarci dalla croce? Tu avevi Dio Padre dalla tua. Non noi. Noi avevamo soltanto te”.
“Chi credi di ingannare, Pietro. Tutti voi, fin dal primo momento che vi ho incontrato vi siete serviti di me per la vostra disgraziata impresa”.
“Chi di noi ti ha riferito queste cose?”
Gesù, per tutta risposta si alzò, fece un cenno di saluto a tutti i Galilei, guardandoli in viso intensamente uno a uno; poi si voltò e a gran passi si allontanò . Simon Pietro gli corse dietro tentando di fermarlo e implorandolo:
“E’ vero, Rabbi, ti abbiamo abbandonato quando avevi bisogno di noi... ma... se te ne vai ... chi avrà cura di noi e della nostra gente? Non abbandonarci così... e... se proprio devi lasciarci... dì a tutti loro... che sia io il pastore della mia gente.”
“Pietro... Pietro... se ci tieni a fare il pastore... vai a pascere le pecore”.
“Ma se te ne vai - gli rispose Pietro per nulla risentito della battuta mordace di Gesù - chi provvederà a loro?”
“Vai a pascere le pecore! - ripeté Gesù a voce alta - Tu non mi hai mai amato... mi hai sempre rinnegato... fin dal giorno in cui mi tentasti nel deserto... e sempre mi rinnegherai. Ritorna con i tuoi... Satana.”
“Signore... tu che sai tutto... sai bene che ti amo”.
“Non mentire, Pietro. A me non puoi mentire. Mi hai usato per fare la volontà del tuo partito. Mi hai legato con mille fili per fare di me un docile burattino; ma ricordati di quel che ti dico: verrai anche tu legato strettamente... ma con corde e catene... per essere trascinato dai tuoi nemici... contro la tua volontà e appeso al legno... come è successo a me...peggio che a me.”
Tommaso interruppe per qualche istante il racconto di quei fatti. Sembrò cercare intorno a sé il ricordo di quell’ultimo acerbo addio. Poi riprese :
- Gesù parlava con visibile sofferenza, quasi sussurrando, con lo sguardo fisso nel vuoto, come se stesse vedendo, impotente, quello che diceva. Non era una maledizione la sua. Se avesse potuto avrebbe dato la vita per impedirlo. Pietro avrebbe scontato duramente le sue colpe, e Gesù lo sapeva, e proprio in quel modo, per quel laccio eterno che annoda ogni azione dell’uomo al suo imperscrutabile frutto, per quella legge della retribuzione delle anime su cui neppure il figlio dell’uomo poteva alcunché.
Gesù affrettò il passo; Pietro però lo rincorse supplicando:
“Rabbi... ti prego... non ci abbandonare... resta qui con noi!”
“Sei tu che devi seguire me. Se mi vuoi bene come vuoi farmi credere... getta via quella spada e seguimi”.
“Non chiederci questo, Rabbi. Abbiamo tutto... qui. Ho la mia casa... la mia famiglia. Questa è la terra dei miei avi... della mia gente...del mio Dio.”
“Chi mi ama abbandona tutto per seguirmi... come hanno fatto i miei veri discepoli.”
“Non possiamo abbandonare la nostra patria! Abbiamo il dovere di liberare la nostra gente! Non siamo noi i figli del Galileo? La nostra gente spera molto in noi. Non possiamo tirarci indietro.”
“Ma che cosa vuoi liberare tu... se tu stesso non sei libero! Ti ricordi, Simon Pietro, la parabola della gramigna che non riuscivi ad intendere? Ecco... vedi... è venuto il momento della raccolta. Vedi come è facile adesso separare la gramigna dal buon grano? Il grano è laggiù... davanti a te... e voi siete rimasti qua. Noi siamo di un’altra riva. Non c’è nessun giudice onnipotente in grado di fare la separazione. E’ la gramigna stessa che si separa dal buon grano per gettarsi da sola nel fuoco della Geenna, proprio come i moscerini al fuoco della lampada. Addio Simon Pietro... il vostro Dio abbia pietà di tutti voi.”
“Maestro... non essere spietato con noi. Fai almeno di me... un buon pastore per la mia gente...”
“Vai a pascere le pecore!. Il sale della terra l’ho già tratto fuori da questo regno disgraziato”.
“Non volevi fare di me un buon pastore?... Non sono io il pescatore di uomini?”
“Tu lo dici... non io. Gli uomini non sono pesci!... e neppure pecore! Tu, piuttosto, sei l’adescatore di uomini!”
Nel frattempo Gesù e Simon Pietro avevano raggiunto la grande via carovaniera, lo snodo dove si diramavano quattro strade e, intorno a una casa diroccata sostavano un centinaio, o forse più, fra uomini donne e bambini. C’erano anche cammelli, cavalli e muli e l’intera carovana si mise subito in movimento alla vista di Gesù. Qualcuno si avvicinò ai due, io ero fra quelli. Simone mi vide e comprese subito che ero stato io a riferire a Gesù, fin dall’inizio, tutto quello che gli zeloti ordivano contro il Signore.
“E di quello? - gridò Pietro mortificato, indicando me con una smorfia di disprezzo - che ne farai di lui?... Viene con te?”
“Se lui vuole venire con me... a te cosa importa? Se lo lasciassi nelle vostre mani lo impicchereste subito... in obbedienza alle vostre regole. Lui solo fra tutti voi mi ha amato veramente. Lui solo è stato pronto a dare la sua vita per la mia.”
Lasciammo Pietro di sasso, come paralizzato, a guardarci mentre ci allontanavamo con tutti gli altri. Prima che il deserto ci inghiottisse lo sentimmo ancora gridare:
“Io sono una Pietra!... ricordalo!... Tu stesso l’hai detto! E... con le pietre che hai scartato io erigerò un Tempio...il mio Tempio..”
Il vento disperdeva nel deserto la sua voce. Ci corse dietro per un tratto, inciampò sui sassi e cadde. Lo vidi in terra per l’ultima volta mentre gridava disperato con tutta la forza che aveva:
“Tornerai da noi?... un giorno? Dimmi almeno che tornerai! E’ vero che tornerai?... Devi tornare!”
Ma il vento disperse la sua voce e una nuvola di sabbia ci avvolse e ci nascose tutti. Da quel momento non vidi più Simone, né gli altri miei fratelli.
Come vedi, Shim’on, Gesù è veramente apparso agli apostoli dopo la sua sepoltura. Secondo loro era resuscitato dai morti e nessuno di loro credeva fosse possibile per un uomo. Soltanto dopo la resurrezione gli apostoli si convinsero che Gesù era veramente il Messia, il figlio di Dio, non prima.
Dopo averlo visto ‘risorto’ si pentirono, ogni giorno più acutamente per quello che avevano fatto; ma il loro spirito non era ancora pronto per intendere e abbracciare la sua dottrina. Il loro destino era di restare fra i molti... non fra gli eletti.
- E l’ascensione? - Disse Shim’on.
- Quale ascensione?
- L’ascensione gloriosa del suo corpo in cielo?
- Ma che stai dicendo? - disse Tommaso con una fragorosa risata. - Ci fu soltanto l’ascensione su queste montagne impervie, e, l’ascesa mistica alla volta della Potenza Madre; un’ascensione senza fine, che dura ancora.
- Perché inventarsi la favola dell’ascensione?...dell’immancabile ritorno di Gesù? Laggiù lo stanno ancora aspettando.
- Credo di sapere perché - disse Tommaso. - Gli apostoli non sapevano come giustificare davanti ai fedeli il fatto che Gesù non fosse più con loro dopo la resurrezione, dopo averlo incontrato risorto, in carne ossa e spirito. Non potevano certo raccontare che Gesù li aveva giudicati infedeli e indegni della Buona Nuova; immaturi a battere il suo sentiero; che aveva accolto fra i suoi fedelissimi il perfido Giuda Iscariota, molte peccatrici e tanti altri discutibili individui... ma non loro... i suoi Apostoli. Non potevano dire la verità: che si erano rifiutati di seguire l’oggetto stesso della loro adorazione.
Questo è tutto, Shim’on.
***
Venne l’alba e ognuno, via via più alacremente fu preso dalle proprie occupazioni. Subito dopo il sole sorprese Tommaso, Shim’on e gli altri con un’esplosione di luce intensissima. Le cime più alte erano tutt’intorno come infuocate e il cielo smaltato d’azzurro. L’aria pungente e pura sferzava l’occhio assonnato e la mente. Ognuno aveva il suo bel da fare. Anche i bambini. Chi per un luogo, chi per un altro, si era in partenza.
- Preparati, Shim’on - proruppe Giuda Tommaso battendo le mani. - I tuoi uomini sono già pronti e sanno quello che devono fare. Quei ragazzi che ti sorridono laggiù ti condurranno da Gesù... Fai piuttosto attenzione a quei muli! ... Stringi quelle corde se non vuoi perdere il carico.
- Io non dimenticherò mai, per tutto il tempo che mi resta da vivere, la bellezza di questi monti, di questa natura aspra e selvaggia - disse Shim’on abbagliato dal sole. Era emozionato e triste perché sapeva di allontanarsi per sempre da quegli amici; perché avrebbe pur potuto dimenticare quei luoghi e quella natura incontaminata, ma non l’incontro con questa gente e quello che si erano detti durante la notte.
- Io racconterò a tutti la verità che mi avete rivelato sui giorni trascorsi da Gesù fra la nostra gente. Dovranno tutti conoscere questa verità. Racconterò quello che mi hai detto tu, Giuda Tommaso detto Didimo... Te lo prometto... anzi... te lo giuro.
- Non giurare mai, Shim’on. Comunque non ti crederanno mai. Non crederanno mai alla verità dell’impiccato, di Giuda Iscariota, il traditore. La mia verità... non dimenticarlo mai... è quella di un uomo che ha tradito la sua gente, la sua patria, i suoi fratelli, la sua famiglia, la sua santa religione e il Dio dei profeti e del popolo eletto. Tienilo bene a mente. Ti accuseranno di aver parlato con Satana in persona sotto le spoglie dell’impiccato. Tu stesso finirai col pensare di aver soltanto sognato questo nostro incontro. E’ strano piuttosto - aggiunse ridendo Tommaso - come non ti sia venuto il sospetto di aver conversato un’intera notte con il Maligno. Io sono certo che ti verrà, tante e tante volte, Shim’on, questo atroce dubbio.
Shim’on abbracciò commosso l’Arimateo, Nicodemo, Lazzaro, Maddalena e gli altri, e per ultimo, lungamente, Tommaso e, per due direzioni opposte, tutti si misero in cammino.
Indice
Parte prima
Discese all’inferno
1. Shim’on il fariseo ………………………………………………………………………… pag. 2
2.‘Lo straniero’ fra apostoli e discepoli..................…............................................................ “ 5
3. Zeloti e sicari …………………………………………………………………………….... “ 7
4. Dai a Cesare quel ch’è di Cesare ……………………………………………………….. “ 9
5. Giovanni il Battista …………………………………………………………………........ “ 10
6. Gli esseni …………………………………………………………………………………. “ 13
7. Di Sabato, in un campo di grano ……………………………………………………...... “ 15
8. Contro tutte le regole ……………………………………………………………...…...... “ 17
9. Non giurate! …………………………………………………………………………….... “ 18
10. Maddalena unge Gesù ………………………………………………………………….. “ 19
11. Siate come fanciulli ………………………………………………………………........... “ 21
12. Il banchetto degli invalidi ………………………………………………………………. “ 22
13. Come le dita di una mano ………………………………………………………………. “ 23
14. Due galli in un pollaio ………………………………………………………………....... “ 24
15. Le tentazioni nel deserto ………………………………………………………………... “ 28
16. Contro il battesimo …………………………………………………………………….... “ 30
17. Da dove viene? …………………………………………………………………………... “ 34
18. Di chi era figlio? …………………………………………………………………………. “ 36
19. I fratelli di Gesù………………………………………………………………………...... “ 38
20. Tre Magi dall’oriente……………………………………………………………………. “ 40
21. Nessuno sa dov’è nato………………………………………………………………….... “ 41
Parte seconda
Una fiaccola per le tenebre
22. Il primo comandamento ………………………………………………………………… pag. 48
23. Il bu on samaritano ……………………………………………………………………… “ 50
24. Una medicina per l’anima ………………………………………………………………. “ 54
25. La trasmigrazione delle anime ………………………………………………………….. “ 57
26. La “legge del contraccambio”……………………………………………………………. “ 60
27. Il bambino nato cieco …………………………………………………………………….. “ 62
28. La parabola dei talenti ...………………………………………………………………….. “ 63
29. Che cosa è venuto a fare ...………………………………………………………………… “ 65
30. Le vergini prudenti e le vergini avventate ………………………………………………. “ 67
31. Le guarigioni e i miracoli di Gesù ……………………………………………………....... “ 68
32. Lo Spirito Santo …………………………………………………………………………… “ 69
33. Le nozze di Cana …………………………………………………………………………... “ 72
34. Uno strano modo di insegnare …………………………………………………..……....... “ 75
35. La moltiplicazione dei pani e dei pesci ………………………………………………….... “ 77
36. La figlia di Jairo ………………………………………………………………………….. pag. 80
37. La resurrezione di Lazzaro ………………………………………………………………. “ 81
38. Il più grande amico di Gesù ……………………………………………………………… “ 83
39. La prostituta che ama Gesù ……………………………………………………………… “ 88
40. La vita eterna ……………………………………………………………………………… “ 91
41. Lo sgomento di Shim’on ………………………………………………………………….. “ 93
42. La prima Pasqua di Gesù …………………………………………………………………. “ 95
43. L’emorroissa ………………………………………………………………………………. “ 97
44. Il numero degli apostoli ……………………………………………………………………. “ 99
45. Giuda Iscariota ……………………………………………………………………………... “ 101
Parte terza
Rinnegato, processato e messo a morte
dai prìncipi di questo mondo
46. La domenica delle palme …………………………………………………………………... pag. 106
47. Il tradimento ………………………………………………………………………………… “ 107
48. Un piano pazzesco ………………………………………………………………………….. “ 108
49. L’albero secco ……………………………………………………………………………..... “ 111
50. L’ultima cena ………………………………………………………………………………... “ 112
51. La parabola dei due figli e dei vignaioli assassini ………………………………………… “ 113
52. La lavanda dei piedi ………………………………………………………………………… “ 114
53. I rinnegati ……………………………………………………………………………………. “ 115
54. La parabola dei vignaioli ……………………………………………………………………. “ 116
55. Il comandamento più grande ……………………………………………………………….. “ 117
56. Bevve fino alla feccia ………………………………………………………………………… “ 119
57. La cattura ……………………………………………………………………………………. “ 121
58. Caifa ………………………………………………………………………………………….. “ 122
59. Il Gallo cantò tre volte ………………………………………………………………………. “ 123
60. Il re dei giudei ………………………………………………………………………………… “ 126
61. Il sommo inquisitore …………………………………………………………………………. “ 129
62. Ponzio Pilato ………………………………………………………………………………….. “ 134
63. Al giudizio di Roma …………………………………………………………………………… “ 135
64. Nella tana della volpe …………………………………………………………………………. “ 140
65. Claudia Procula ……………………………………………………………………………….. “ 140
66. Sia flagellato e crocifisso! ……………………………………………………………………... “ 141
67. Pilato si lava le mani …………………………………………………………………………… “ 144
68. Lapidato ed esposto ……………………………………………………………………………. “ 147
69 ... e fu sepolto ……………………………………………………………………………………. “ 151
Parte quarta
Il ritorno dell’Immortale
70. Le prime a rivederlo ……………………………………………………………………… pag. 154
71. Più vivo che mai ………………………………………………………………………….. “ 155
72. L’incontro in Galilea …………………………………………………………………….. “ 159
73. La separazione ………………………………………………………………………….... “ 161
* Jannat - ud - duniya (Il Paradiso del mondo) e Bagh - i - jannat (Il giardino del Paradiso) sono i termini con cui i nativi indicavano la loro regione: il Kashmir.
* L’ordine monastico degli Esseni operava dalle rive del Mar Morto, chiamato anche Mare di Sale, o anche Mare dell’Araba, Mare orientale, Lago Asphaltis. Gli Esseni dicevano di essere ‘Figli di Sadoc’, ‘Figli della Luce’ o anche ‘Figli dell’Alleanza’.